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Risultati della ricerca per: “enea vincenzo

CRITICHE AL SINDACO PORTOBELLO, ASSOLTO IL BLOGGER PINO CIAMPOLILLO

Un ringraziamento lo esprimo agli amici Avvocati Fabio Falcone e Giuseppe Caltanisetta , grazie al loro impegno e alla loro alta professionalità, mi si è giuridicamente visto riconosciuto il diritto ad esprimere liberamente il mio pensiero critico contro ogni forma di illegalità e di gestione affaristico-clientelare della Cosa Pubblica.

 

Un ringraziamento particolare lo rivolgo a mio figlio Marco e mia moglie Angela (dipendente del Comune di Isola), con grande senso di responsabilità e di amore, ha dovuto subire nel tempo ed in silenzio, una serie interminabile di umiliazioni e di violenza psicologica (esercitata dai “dimissionati” amministratori) che hanno messo a dura prova la granitica forza della nostra famiglia. Grazie Amore








“ … Noi crediamo nella virtù rivoluzionaria della
cultura che dona all’uomo il suo vero potere ”.

 

 

 

 

 

 

 

 

DECRETO SCIOGLIMENTO CONSIGLIO COMUNALE ISOLA DELLE FEMMINE

CRITICHE AL SINDACO PORTOBELLO, ASSOLTO IL BLOGGER PINO CIAMPOLILLO
BRUNO, CIAMPOLILLO, DIFFAMAZIONE, ENEA VINCENZO, LA CUPOLA
DELLA POLITIKA A ISOLA DELLE FEMMINE, MAFIA, MATASSA, PALazzotto, POMIERO,
PORTOBELLO, SEMNTENZA 648 2014, VOTO DI SCAMBIO,

CRITICHE AL SINDACO PORTOBELLO, ASSOLTO IL BLOGGER PINO CIAMPOLILLO

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CRITICHE AL SINDACO PORTOBELLO, ASSOLTO IL BLOGGER PINO CIAMPOLILLO

Un ringraziamento lo esprimo agli amici Avvocati Fabio Falcone e Giuseppe Caltanisetta , grazie al loro impegno e alla loro alta professionalità, mi si è giuridicamente visto riconosciuto il diritto ad esprimere liberamente il mio pensiero critico contro ogni forma di illegalità e di gestione affaristico-clientelare della Cosa Pubblica.

 

Un ringraziamento particolare lo rivolgo a mio figlio Marco e mia moglie Angela (dipendente del Comune di Isola), con grande senso di responsabilità e di amore, ha dovuto subire nel tempo ed in silenzio, una serie interminabile di umiliazioni e di violenza psicologica (esercitata dai “dimissionati” amministratori) che hanno messo a dura prova la granitica forza della nostra famiglia. Grazie Amore








“ … Noi crediamo nella virtù rivoluzionaria della
cultura che dona all’uomo il suo vero potere ”.

 

 

 

 

 

 

 

 

DECRETO SCIOGLIMENTO CONSIGLIO COMUNALE ISOLA DELLE FEMMINE

CRITICHE AL SINDACO PORTOBELLO, ASSOLTO IL BLOGGER PINO CIAMPOLILLO
BRUNO, CIAMPOLILLO, DIFFAMAZIONE, ENEA VINCENZO, LA CUPOLA
DELLA POLITIKA A ISOLA DELLE FEMMINE, MAFIA, MATASSA, PALazzotto, POMIERO,
PORTOBELLO, SEMNTENZA 648 2014, VOTO DI SCAMBIO,

CRITICHE AL SINDACO PORTOBELLO, ASSOLTO IL BLOGGER PINO CIAMPOLILLO

ISOLA DELLE FEMMINE Mafia: Crocetta, entro giugno firma per Giardino della memoria

Strage di Capaci, Tina Montinaro: «Basta antimafia da parata»

Tina Montinaro dice basta all’«antimafia da parata» dei politici. «Che dicano chiaramente Non ce ne frega un accidente della memoria di quel giorno, di rendere onore al sacrificio di cinque persone morte mentre servivano lo Stato”»

Tina Montinaro

Tina Montinaro, la vedova di Antonio Montinaro, il caposcorta di Falcone ucciso nella strage di Capaci e presidente dell’associazione Quarto Savona Quindici, in una nota bacchetta le istituzioni e la classe politica regionali: «Anche quest’anno le istituzioni regionali e la classe politica siciliana si sono contraddistinte per il manifesto disinteresse verso la memoria diAntonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Di Cillo, i tre poliziotti morti il 23 maggio del 1992 sull’autostrada A29, insieme al giudice Giovanni Falcone e a sua moglie Francesca Morvillo. Ci auguriamo – scrive Tina Montinaro – che, per conservare un briciolo di coerenza e onestà intellettuale, non sfoggino la solita retorica del ricordo, buona solo a far passerella sul palcoscenico dell’antimafia parolaia». La vedova Montinaro sottolinea come sia dal 2012 che «si attende che partano i lavori per la realizzazione del Parco della memoria Quarto Savona 15, quello spazio che doveva nascere sul tratto della A29 che collega Capaci a Palermo dove è avvenuto l’attentato e in cui avrebbe potuto trovare una degna collocazione il relitto dell’auto su cui viaggiavano mio marito Antonio, Vito e Rocco. Avevamo avuto l’assicurazione dall’allora governatore Raffaele Lombardo che ci sarebbero stati i finanziamenti, ma oggi non si trova nè la delibera promessa nè i finanziamenti, ai quali avrebbe partecipato anche l’Anas». Le risposte mancate, non riguardano soltanto il precedente governatore della Sicilia. Tina Montinaro spiega di aver chiesto «più volte all’attuale presidente della Regione siciliana, Rosario Crocetta, di incontrarmi per fare chiarezza ma è stato tutto inutile, come vane sono state le rassicurazioni di molti politici, pronti, solo a parole, a farsi promotori dell’avvio dei lavori».
La vedova del caposcorta di Giovanni Falcone, se questi sono i risultati dell’interesse della politica a perseguire un percorso della memoria, chiede ai politici di dire chiaramente «”Non ce ne frega un accidente della memoria di quel giorno, di rendere onore al sacrificio di cinque persone morte mentre servivano lo Stato”. Sarebbe quanto meno un atto di coraggio».

http://100passijournal.info/strage-di-capaci-tina-montinaro-basta-antimafia-da-parata/

Mafia: Crocetta, entro giugno firma per Giardino della memoria








Palermo, 21 mag. – (Adnkronos) – “I lavori di riqualificazione del Giardino della memoria ‘Quarto Savona Quindici’ sono stati già definiti il 5 marzo scorso con il direttore compartimentale dell’Anas e con il commissario straordinario di Isola delle Femmine, Matilde Mulé”. Così il presidente della Regione siciliana, Rosario Crocetta, risponde a distanza a Tina Montinaro, presidente dell’associazione Quarto Savona Quindici e moglie di Antonio Montinaro, caposcorta del giudice Giovanni Falcone, ucciso nella strage di via D’Amelio. Oggi la vedova dell’agente di scorta aveva denunciato il mancato avvio dei lavori del Parco della Memoria ‘Quarto Savona 15′, che sarebbe dovuto nascere sul tratto della A29 tra Capaci a Palermo, teatro dell’eccidio. I lavori sarebbero dovuti iniziare nel 2012, denuncia Montinaro. Adesso dal governatore Crocetta arriva la rassicurazione. La Regione, infatti, ha recuperato lo stanziamento dell’importo necessario, pianificato con il direttore Tonti dell’Anas “le modalità di realizzazione e la sinergia da attuare”. I primi di giugno la convenzione sarà sottoscritta dallo stesso presidente della Regione, dal Comune di Isola delle Femmine, dal prefetto di Palermo e dal direttore regionale dell’Anas. L’intervento per la realizzazione del nuovo parco urbano “Quarto Savona Quindici” ovrà essere concluso entro 90 giorni dall’affidamento dei lavori. “E’ di tutta evidenza – conclude Crocetta – che l’impegno e l’azione dell’amministrazione regionale e di questo governo, restituire non soltanto il doveroso decoro ad un luogo simbolo per tutta la Sicilia e l’Italia, ma anche conservare e rinnovare ogni giorno la memoria di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e tutti gli uomini uccisi barbaramente dalla mafia, dando anche il giusto riconoscimento alle famiglie per il loro doloroso sacrificio”.
(21 maggio 2014 ore 17.16)
http://palermo.repubblica.it/dettaglio-news/-/4502818





IL 24 MAGGIO 2013 SUCCEDEVA………..

 

capaci-auto-commemor

 

La delusione della vedova Montinaro: “Solo al Nord vogliono l’auto della strage”

La blindata sarà esposta in quaranta comuni tra Emilia Romagna e Veneto

di Romina Marceca – 24 maggio 2013

Sono gli indignati delle commemorazioni. Stanchi delle parate ufficiali, delle «frasi di circostanza e delle «lacrime a orologeria». Dal magistrato alla vedova dell’agente di scorta e fino ai poliziotti che, dopo le cerimonie, si ritrovano a combattere contro i tagli previsti dallo Stato.

 

Tina Martinez, vedova di Antonio Montinaro, il caposcorta del giudice Falcone, per la prima volta non ha partecipato a Palermo alle commemorazioni della strage di Capaci. Prima di salire sull’aereo per Verona si è sfogata: «È una vergogna. Sarò in giro tra 40 comuni del Veneto e dell’Emilia per esporre la macchina blindata recuperata dal luogo della strage e che a Palermo nessuno vuole. Da due anni lotto per ottenere un giardino della memoria a Isola delle Femmine, mi è stato risposto che in quel Comune ci sono state infiltrazioni mafiose». Replica il commissario straordinario Vincenzo Covato: «La pratica non è chiusa ed è all’esame della commissione straordinaria».


«Nessuno in Sicilia mi ha invitata alle commemorazioni e invece al nord hanno finanziato il viaggio dell’auto per commemorare i nostri morti», aggiunge Tina Martinez, fondatrice dell’associazione «QuartoSavonaQuindici », dalla sigla della squadra che proteggeva Falcone. «Dopo 21 anni — dice — non abbiamo un’unica verità e restano solo la retorica e le parate ufficiali. I giovani sono la mia ultima speranza, per questo vado nelle scuole».


Anche il giudice Piergiorgio Morosini non ha partecipato alle commemorazioni. Ieri era nel suo ufficio del Tribunale tra le carte del processo sulla presunta trattativa Stato-mafia. «Su Capaci ci sono ancora pezzi mancanti e la verità giudiziaria venuta a galla finora è una verità parziale. Questo non è rassicurante in uno Stato democratico. Penso che trascorrere anche queste giornate di ricordo al proprio lavoro è il modo migliore per onorare la memoria dei nostri caduti. Sarebbe bene mettere da parte i gossip sui processi e dedicarsi invece agli eventi di cui i processi si occupano».


Antonio Ingroia, invece, ha scritto su Facebook: «Ricordo Giovanni Falcone sempre, perché è stato uno dei miei maestri. Provo amarezza perché nell’anniversario lo piangono tutti ma poi i suoi insegnamenti e i suoi moniti a vigilare sulle collusioni tra affari, politica e criminalità organizzata vengono sistematicamente dimenticati».


Ieri alla caserma Lungaro, per la deposizione della corona di fiori, erano pochi i parenti dei tre agenti di scorta uccisi nel 1992. Tra questi c’era Alba Terrasi, convivente di Rocco Dicillo: «Si ricorda e si prova rabbia per quella verità che non arriva». Indignati anche i sindacalisti della polizia. «Ai vivi chi ci pensa? — si chiede Mimmo Milazzo, segretario generale Consap — Lo Stato sta decidendo di alzare l’età pensionabile e mancano i mezzi». «L’ultimo taglio — aggiunge Giovanni Assenzio, segretario generale Siulp — è di duemila ore di straordinario. Il reparto scorte ha metà delle blindate ferme e da dicembre non viene pagato lo straordinario “Emergenza Africa” ai poliziotti del reparto mobile».


La Repubblica

 

TINA
MONTINARO LA MAFIA A ISOLA è SEMPRE ESISTITA

http://nuovaisoladellefemmine.blogspot.it/2012/05/tina-montinaro-la-mafia-isola-e-sempre.html

20 ° anniversario della strage di Capaci.

http://nuovaisoladellefemmine.blogspot.it/2012/05/20-anniversario-della-strage-di-capaci.html

Noi
e la paura, lettera a Giovanni Falcone

http://nuovaisoladellefemmine.blogspot.it/2012/05/noi-e-la-paura-lettera-giovanni-falcone.html

“S”
maggio 2012 L’ISPEZIONE
A ISOLA DELLE FEMMINE ecco LE CARTE DELLO SCONTRO

 

 

VIDEO:
Il PROFESSORE. “ la notizia mi è arrivata come un fulmine a ciel sereno “



CERTO E’ COMPRENSIBILE Si fa fatica a “leggere” i fatti ciò che ci circonda quello che avviene, si fa fatica ad osservare ed interpretare la realtà, quando in genere si è occupati a fare altro……….
SUCCEDE che l’omicidio avvenuto ad Isola delle Femmine di Pietro Enea nel lontano 1982 ad oggi non abbia trovato il colpevole di quest’efferato omicidio
SUCCEDE ad Isola delle Femmine, un’area di 1.800 metri quadri (vedasi Conferenza di servizi conclusa il 29/10/2001) destinato alla rimessa e deposito del Cantiere del Raddoppio ferroviario S.I.S. sia CONCESSA da parte dell’Ufficio Tecnico Comunale d’Isola un’area di dieci volte superiore con la costruzione di un’industria di Calcestruzzi
SUCCEDE ad Isola delle Femmine, nell’ottobre del 2006, in Piazza Umberto arresto del boss latitante Salvatore Alfano importante esponente della famiglia mafiosa Della Noce
SUCCEDE che due imprenditori scompaiano da Isola delle Femmine e non ne sappia più nulla.
SUCCEDE che ad Isola delle Femmine in vari blitz dei Carabinieri e della Guardia di Finanza siano sequestrati beni appartenenti a famiglie mafiose
SUCCEDE che il territorio d’Isola delle Femmine veda la presenza di mafiosi arrestati nell’operazione ADDIO PIZZO 5
SUCCEDE che le elezioni amministrative del 2009 per Sua stessa ammissione siano inquinate per intervento della mafia. Lei si era accorto di ciò, vedasi delibera 52 dell’anno 2009.
SUCCEDE che Isola delle Femmine ad oggi 2012 non si sia dotato di un moderno Piano Regolatore Generale (è in vigore quello del 1977)
SUCCEDE un’area destinata alla costruzione di una pubblica VIA sia destinata alla costruzione di un “Parco Urbano”. Quella stessa area costruita su materiale di risulta proveniente dal cantiere del raddoppio ferroviario di quella stessa azienda che: «… i vertici della S.I.S. erano coscienti della forza di Impastato… Dalle carte dell’inchiesta… salta fuori che tanti politici, di schieramento diverso, hanno bussato alla porta della S.I.S. per piazzare operai e imprese nei cantieri» «… dal presidente dell’Ars, Francesco Cascio del Pdl, agli onorevoli Francesco Mineo (Grande Sud) e Riccardo Savona dell’Udc… dall’ex assessore del comune di Palermo Patrizio Lodato (Italia Domani) al sindaco di Isola delle Femmine, Gaspare Portobello (lista civica). (pag 6 Vicenza Più 24 giugno 2011 )
SUCCEDE che sull’attività svolta in questi ultimi anni dall’Ufficio Tecnico Comunale d’Isola delle Femmine si siano concentrate tutta un serie di denunce e disfunzioni giuridiche e burocratiche.
SUCCEDE che a ridosso della Italcementi (azienda insalubre per la salute umana e per l’ambiente) siano state permesse costruzioni di civili abitazioni, scuole, pronto soccorso e attività sportive.
SUCCEDE che l’intero territorio d’Isola delle Femmine sia in pratica massacrato dalla continua cementificazione
SUCCEDE che l’intero territorio d’Isola delle Femmine per una buona metà della Sua Sindacatura sia stato letteralmente ricoperto di MUNNEZZA
SUCCEDE Isola delle Femmine non sia mai caduta cosi in basso!
SUCCEDE per salvaguardare la democrazia la partecipazione, la legalità e la trasparenza nella gestione della Cosa Pubblica debba intervenire una Commissione Governativa
SUCCEDE che la GIOIA l’ALLEGRIA la SOCIALITA’ non abbiano più diritto di cittadinanza ad Isola delle Femmine
Il PROFESSORE l’abbiamo lasciato nella Sua “ per me la notizia è come un FULMINE a ciel sereno…”

Il PROFESSORE ricorda molto la canzone di Guccini “….. alla stazione di Bologna la notizia arrivò in u baleno un…………”

SUCCEDE! SUCCEDE! SUCCEDE! SUCCEDE! SUCCEDE!
Lei ” come un fulmine a ciel sereno ” Ci chiediamo se effettivamente si rende conto di ciò che proferisce.
TINA MONTINARO, che la realtà riesce a leggerla molto bene se non altro per i suoi trascorsi e per le sue sofferenze, informa il PROFESSORE che “ La mafia a Isola delle Femmine è sempre esistita, diciamo la verità, non è del tutto INEDITO ma le infiltrazioni mafiose sul territorio di Isola delle Femmine ci stanno da sempre, diciamo la verità, ci stanno da SEMPRE se no insomma manco le stragi facevano NO! Dico questo, insomma QUI nessuno è CRETINO”
Un suggerimento per il Consigliere di MAGGIORANZA dichiaratosi egli stesso presidio della legalita’ a Isola delle Femmine
RIFLETTA BENE sulle parole della Tina. Le saranno di conforto e di sostegno per DIMETTERSI IMMEDIATAMENTE come aveva promesso “….. NEL MOMENTO IN CUI MI RENDESSI CONTO CHE…”
n.b. Suggerisca al PROFESSORE di seguirla IMMEDIATAMENTE
Questo naturalmente in sintonia per quanto avete sempre AFFERMATO:
“Noi amiamo Isola delle Femmine”

A “Brontolo” le stragi di mafia e il ricordo del giudice Falcone

IL 26 MAGGIO 2012 SUCCEDEVA:

 

 

Bertolt Brecht : “Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”
Non mi piace pensare che esiste l’ingiustizia della legge, non mi piace perché è dura da digerire, mi rendo conto che spesso e volentieri si perde traccia degli eventi perché non sono più sensazionali e solo grazie alla diretta conoscenza delle persone coinvolte verrai a sapere che quella storia non è finita così. Ma…………..
Pino Ciampolillo
Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale !!!!!!!!!!!!
“ Non c’è niente di più profondo di ciò che appare in superficie “

 

 

Fonte http://www.livesicilia.it

Autore Riccardo Lo Verso

ISOLA DELLE FEMMINE Mafia: Crocetta, entro giugno firma per Giardino della memoria

ISOLA DELLE FEMMINE Mafia: Crocetta, entro giugno firma per Giardino della memoria

Strage di Capaci, Tina Montinaro: «Basta antimafia da parata»

Tina Montinaro dice basta all’«antimafia da parata» dei politici. «Che dicano chiaramente Non ce ne frega un accidente della memoria di quel giorno, di rendere onore al sacrificio di cinque persone morte mentre servivano lo Stato”»

Tina Montinaro

Tina Montinaro, la vedova di Antonio Montinaro, il caposcorta di Falcone ucciso nella strage di Capaci e presidente dell’associazione Quarto Savona Quindici, in una nota bacchetta le istituzioni e la classe politica regionali: «Anche quest’anno le istituzioni regionali e la classe politica siciliana si sono contraddistinte per il manifesto disinteresse verso la memoria diAntonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Di Cillo, i tre poliziotti morti il 23 maggio del 1992 sull’autostrada A29, insieme al giudice Giovanni Falcone e a sua moglie Francesca Morvillo. Ci auguriamo – scrive Tina Montinaro – che, per conservare un briciolo di coerenza e onestà intellettuale, non sfoggino la solita retorica del ricordo, buona solo a far passerella sul palcoscenico dell’antimafia parolaia». La vedova Montinaro sottolinea come sia dal 2012 che «si attende che partano i lavori per la realizzazione del Parco della memoria Quarto Savona 15, quello spazio che doveva nascere sul tratto della A29 che collega Capaci a Palermo dove è avvenuto l’attentato e in cui avrebbe potuto trovare una degna collocazione il relitto dell’auto su cui viaggiavano mio marito Antonio, Vito e Rocco. Avevamo avuto l’assicurazione dall’allora governatore Raffaele Lombardo che ci sarebbero stati i finanziamenti, ma oggi non si trova nè la delibera promessa nè i finanziamenti, ai quali avrebbe partecipato anche l’Anas». Le risposte mancate, non riguardano soltanto il precedente governatore della Sicilia. Tina Montinaro spiega di aver chiesto «più volte all’attuale presidente della Regione siciliana, Rosario Crocetta, di incontrarmi per fare chiarezza ma è stato tutto inutile, come vane sono state le rassicurazioni di molti politici, pronti, solo a parole, a farsi promotori dell’avvio dei lavori».
La vedova del caposcorta di Giovanni Falcone, se questi sono i risultati dell’interesse della politica a perseguire un percorso della memoria, chiede ai politici di dire chiaramente «”Non ce ne frega un accidente della memoria di quel giorno, di rendere onore al sacrificio di cinque persone morte mentre servivano lo Stato”. Sarebbe quanto meno un atto di coraggio».

http://100passijournal.info/strage-di-capaci-tina-montinaro-basta-antimafia-da-parata/

Mafia: Crocetta, entro giugno firma per Giardino della memoria








Palermo, 21 mag. – (Adnkronos) – “I lavori di riqualificazione del Giardino della memoria ‘Quarto Savona Quindici’ sono stati già definiti il 5 marzo scorso con il direttore compartimentale dell’Anas e con il commissario straordinario di Isola delle Femmine, Matilde Mulé”. Così il presidente della Regione siciliana, Rosario Crocetta, risponde a distanza a Tina Montinaro, presidente dell’associazione Quarto Savona Quindici e moglie di Antonio Montinaro, caposcorta del giudice Giovanni Falcone, ucciso nella strage di via D’Amelio. Oggi la vedova dell’agente di scorta aveva denunciato il mancato avvio dei lavori del Parco della Memoria ‘Quarto Savona 15′, che sarebbe dovuto nascere sul tratto della A29 tra Capaci a Palermo, teatro dell’eccidio. I lavori sarebbero dovuti iniziare nel 2012, denuncia Montinaro. Adesso dal governatore Crocetta arriva la rassicurazione. La Regione, infatti, ha recuperato lo stanziamento dell’importo necessario, pianificato con il direttore Tonti dell’Anas “le modalità di realizzazione e la sinergia da attuare”. I primi di giugno la convenzione sarà sottoscritta dallo stesso presidente della Regione, dal Comune di Isola delle Femmine, dal prefetto di Palermo e dal direttore regionale dell’Anas. L’intervento per la realizzazione del nuovo parco urbano “Quarto Savona Quindici” ovrà essere concluso entro 90 giorni dall’affidamento dei lavori. “E’ di tutta evidenza – conclude Crocetta – che l’impegno e l’azione dell’amministrazione regionale e di questo governo, restituire non soltanto il doveroso decoro ad un luogo simbolo per tutta la Sicilia e l’Italia, ma anche conservare e rinnovare ogni giorno la memoria di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e tutti gli uomini uccisi barbaramente dalla mafia, dando anche il giusto riconoscimento alle famiglie per il loro doloroso sacrificio”.
(21 maggio 2014 ore 17.16)
http://palermo.repubblica.it/dettaglio-news/-/4502818





IL 24 MAGGIO 2013 SUCCEDEVA………..

 

capaci-auto-commemor

 

La delusione della vedova Montinaro: “Solo al Nord vogliono l’auto della strage”

La blindata sarà esposta in quaranta comuni tra Emilia Romagna e Veneto

di Romina Marceca – 24 maggio 2013

Sono gli indignati delle commemorazioni. Stanchi delle parate ufficiali, delle «frasi di circostanza e delle «lacrime a orologeria». Dal magistrato alla vedova dell’agente di scorta e fino ai poliziotti che, dopo le cerimonie, si ritrovano a combattere contro i tagli previsti dallo Stato.

 

Tina Martinez, vedova di Antonio Montinaro, il caposcorta del giudice Falcone, per la prima volta non ha partecipato a Palermo alle commemorazioni della strage di Capaci. Prima di salire sull’aereo per Verona si è sfogata: «È una vergogna. Sarò in giro tra 40 comuni del Veneto e dell’Emilia per esporre la macchina blindata recuperata dal luogo della strage e che a Palermo nessuno vuole. Da due anni lotto per ottenere un giardino della memoria a Isola delle Femmine, mi è stato risposto che in quel Comune ci sono state infiltrazioni mafiose». Replica il commissario straordinario Vincenzo Covato: «La pratica non è chiusa ed è all’esame della commissione straordinaria».


«Nessuno in Sicilia mi ha invitata alle commemorazioni e invece al nord hanno finanziato il viaggio dell’auto per commemorare i nostri morti», aggiunge Tina Martinez, fondatrice dell’associazione «QuartoSavonaQuindici », dalla sigla della squadra che proteggeva Falcone. «Dopo 21 anni — dice — non abbiamo un’unica verità e restano solo la retorica e le parate ufficiali. I giovani sono la mia ultima speranza, per questo vado nelle scuole».


Anche il giudice Piergiorgio Morosini non ha partecipato alle commemorazioni. Ieri era nel suo ufficio del Tribunale tra le carte del processo sulla presunta trattativa Stato-mafia. «Su Capaci ci sono ancora pezzi mancanti e la verità giudiziaria venuta a galla finora è una verità parziale. Questo non è rassicurante in uno Stato democratico. Penso che trascorrere anche queste giornate di ricordo al proprio lavoro è il modo migliore per onorare la memoria dei nostri caduti. Sarebbe bene mettere da parte i gossip sui processi e dedicarsi invece agli eventi di cui i processi si occupano».


Antonio Ingroia, invece, ha scritto su Facebook: «Ricordo Giovanni Falcone sempre, perché è stato uno dei miei maestri. Provo amarezza perché nell’anniversario lo piangono tutti ma poi i suoi insegnamenti e i suoi moniti a vigilare sulle collusioni tra affari, politica e criminalità organizzata vengono sistematicamente dimenticati».


Ieri alla caserma Lungaro, per la deposizione della corona di fiori, erano pochi i parenti dei tre agenti di scorta uccisi nel 1992. Tra questi c’era Alba Terrasi, convivente di Rocco Dicillo: «Si ricorda e si prova rabbia per quella verità che non arriva». Indignati anche i sindacalisti della polizia. «Ai vivi chi ci pensa? — si chiede Mimmo Milazzo, segretario generale Consap — Lo Stato sta decidendo di alzare l’età pensionabile e mancano i mezzi». «L’ultimo taglio — aggiunge Giovanni Assenzio, segretario generale Siulp — è di duemila ore di straordinario. Il reparto scorte ha metà delle blindate ferme e da dicembre non viene pagato lo straordinario “Emergenza Africa” ai poliziotti del reparto mobile».


La Repubblica

 

TINA
MONTINARO LA MAFIA A ISOLA è SEMPRE ESISTITA

http://nuovaisoladellefemmine.blogspot.it/2012/05/tina-montinaro-la-mafia-isola-e-sempre.html

20 ° anniversario della strage di Capaci.

http://nuovaisoladellefemmine.blogspot.it/2012/05/20-anniversario-della-strage-di-capaci.html

Noi
e la paura, lettera a Giovanni Falcone

http://nuovaisoladellefemmine.blogspot.it/2012/05/noi-e-la-paura-lettera-giovanni-falcone.html

“S”
maggio 2012 L’ISPEZIONE
A ISOLA DELLE FEMMINE ecco LE CARTE DELLO SCONTRO

 

 

VIDEO:
Il PROFESSORE. “ la notizia mi è arrivata come un fulmine a ciel sereno “



CERTO E’ COMPRENSIBILE Si fa fatica a “leggere” i fatti ciò che ci circonda quello che avviene, si fa fatica ad osservare ed interpretare la realtà, quando in genere si è occupati a fare altro……….
SUCCEDE che l’omicidio avvenuto ad Isola delle Femmine di Pietro Enea nel lontano 1982 ad oggi non abbia trovato il colpevole di quest’efferato omicidio
SUCCEDE ad Isola delle Femmine, un’area di 1.800 metri quadri (vedasi Conferenza di servizi conclusa il 29/10/2001) destinato alla rimessa e deposito del Cantiere del Raddoppio ferroviario S.I.S. sia CONCESSA da parte dell’Ufficio Tecnico Comunale d’Isola un’area di dieci volte superiore con la costruzione di un’industria di Calcestruzzi
SUCCEDE ad Isola delle Femmine, nell’ottobre del 2006, in Piazza Umberto arresto del boss latitante Salvatore Alfano importante esponente della famiglia mafiosa Della Noce
SUCCEDE che due imprenditori scompaiano da Isola delle Femmine e non ne sappia più nulla.
SUCCEDE che ad Isola delle Femmine in vari blitz dei Carabinieri e della Guardia di Finanza siano sequestrati beni appartenenti a famiglie mafiose
SUCCEDE che il territorio d’Isola delle Femmine veda la presenza di mafiosi arrestati nell’operazione ADDIO PIZZO 5
SUCCEDE che le elezioni amministrative del 2009 per Sua stessa ammissione siano inquinate per intervento della mafia. Lei si era accorto di ciò, vedasi delibera 52 dell’anno 2009.
SUCCEDE che Isola delle Femmine ad oggi 2012 non si sia dotato di un moderno Piano Regolatore Generale (è in vigore quello del 1977)
SUCCEDE un’area destinata alla costruzione di una pubblica VIA sia destinata alla costruzione di un “Parco Urbano”. Quella stessa area costruita su materiale di risulta proveniente dal cantiere del raddoppio ferroviario di quella stessa azienda che: «… i vertici della S.I.S. erano coscienti della forza di Impastato… Dalle carte dell’inchiesta… salta fuori che tanti politici, di schieramento diverso, hanno bussato alla porta della S.I.S. per piazzare operai e imprese nei cantieri» «… dal presidente dell’Ars, Francesco Cascio del Pdl, agli onorevoli Francesco Mineo (Grande Sud) e Riccardo Savona dell’Udc… dall’ex assessore del comune di Palermo Patrizio Lodato (Italia Domani) al sindaco di Isola delle Femmine, Gaspare Portobello (lista civica). (pag 6 Vicenza Più 24 giugno 2011 )
SUCCEDE che sull’attività svolta in questi ultimi anni dall’Ufficio Tecnico Comunale d’Isola delle Femmine si siano concentrate tutta un serie di denunce e disfunzioni giuridiche e burocratiche.
SUCCEDE che a ridosso della Italcementi (azienda insalubre per la salute umana e per l’ambiente) siano state permesse costruzioni di civili abitazioni, scuole, pronto soccorso e attività sportive.
SUCCEDE che l’intero territorio d’Isola delle Femmine sia in pratica massacrato dalla continua cementificazione
SUCCEDE che l’intero territorio d’Isola delle Femmine per una buona metà della Sua Sindacatura sia stato letteralmente ricoperto di MUNNEZZA
SUCCEDE Isola delle Femmine non sia mai caduta cosi in basso!
SUCCEDE per salvaguardare la democrazia la partecipazione, la legalità e la trasparenza nella gestione della Cosa Pubblica debba intervenire una Commissione Governativa
SUCCEDE che la GIOIA l’ALLEGRIA la SOCIALITA’ non abbiano più diritto di cittadinanza ad Isola delle Femmine
Il PROFESSORE l’abbiamo lasciato nella Sua “ per me la notizia è come un FULMINE a ciel sereno…”

Il PROFESSORE ricorda molto la canzone di Guccini “….. alla stazione di Bologna la notizia arrivò in u baleno un…………”

SUCCEDE! SUCCEDE! SUCCEDE! SUCCEDE! SUCCEDE!
Lei ” come un fulmine a ciel sereno ” Ci chiediamo se effettivamente si rende conto di ciò che proferisce.
TINA MONTINARO, che la realtà riesce a leggerla molto bene se non altro per i suoi trascorsi e per le sue sofferenze, informa il PROFESSORE che “ La mafia a Isola delle Femmine è sempre esistita, diciamo la verità, non è del tutto INEDITO ma le infiltrazioni mafiose sul territorio di Isola delle Femmine ci stanno da sempre, diciamo la verità, ci stanno da SEMPRE se no insomma manco le stragi facevano NO! Dico questo, insomma QUI nessuno è CRETINO”
Un suggerimento per il Consigliere di MAGGIORANZA dichiaratosi egli stesso presidio della legalita’ a Isola delle Femmine
RIFLETTA BENE sulle parole della Tina. Le saranno di conforto e di sostegno per DIMETTERSI IMMEDIATAMENTE come aveva promesso “….. NEL MOMENTO IN CUI MI RENDESSI CONTO CHE…”
n.b. Suggerisca al PROFESSORE di seguirla IMMEDIATAMENTE
Questo naturalmente in sintonia per quanto avete sempre AFFERMATO:
“Noi amiamo Isola delle Femmine”

A “Brontolo” le stragi di mafia e il ricordo del giudice Falcone

IL 26 MAGGIO 2012 SUCCEDEVA:

 

 

Bertolt Brecht : “Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”
Non mi piace pensare che esiste l’ingiustizia della legge, non mi piace perché è dura da digerire, mi rendo conto che spesso e volentieri si perde traccia degli eventi perché non sono più sensazionali e solo grazie alla diretta conoscenza delle persone coinvolte verrai a sapere che quella storia non è finita così. Ma…………..
Pino Ciampolillo
Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale !!!!!!!!!!!!
“ Non c’è niente di più profondo di ciò che appare in superficie “

 

 

Fonte http://www.livesicilia.it

Autore Riccardo Lo Verso

ISOLA DELLE FEMMINE Mafia: Crocetta, entro giugno firma per Giardino della memoria

Distilleria Bertolino: autorizzazione scaduta da due anni, chiesta la chiusura IV COMMISSIONE ‘AMBIENTE E TERRITORIO’ SED. N. 120 DEL 07 MAGGIO 2014 e la Italcementi di Isola delle Femmine ?

audizione bertolino inizia al 48° minuto



http://www.youtube.com/watch?v=LJIrGycMPIQ&list=UUoUIsnqIdQk7en_lo26gCJQ

 

IV COMMISSIONE ‘AMBIENTE E TERRITORIO’ SED. N. 120 DEL 07 MAGGIO 2014

Seduta n. 120 del 7.05.14 XVI Legislatura

2. Audizione relativa all’inquinamento prodotto dall’attività della distilleria Bertolino S.p.A. nel comune di Partinico (PA).



Presidente: Trizzino Giampiero (MOVIMENTO 5 STELLE).
• Malafarina Antonio (IL MEGAFONO LISTA CROCETTA).
• Ferrandelli Fabrizio (PD).
• Assenza Giorgio (FORZA ITALIA).
• Bandiera Edgardo (FORZA ITALIA).
• Cirone Maria in Di Marco (PD).
• Fazio Girolamo (MISTO).
• Foti Angela (MOVIMENTO 5 STELLE).
• Palmeri Valentina (MOVIMENTO 5 STELLE).
• Sudano Valeria (ARTICOLO QUATTRO).
• Turano Girolamo (UDC Unione Di Centro).

Dott. BERINGHELI Rino, dirigente dipartimento regionale infrastrutture,
• mobilità e trasporti
• Dott. INGROIA Antonino, commissario straordinario della Provincia regionale
• di Trapani
• Dott. GIANVITO Mauro, assessore del comune di Erice (TP)
• Sig. PALERMO Franco, presidente Funierice Service
• Dott.ssa LIBRIZZI Gandolfo, capo di gabinetto vicario dell’assessore
• regionale per il territorio e l’ambiente
• Dott. LICATA di BAUCINA Francesco, dirigente generale ARPA Sicilia
• Dott. LIBRICI Luigi, dirigente ARPA Sicilia
• Sig. RICUPATI Gianluca, gruppo consiliare ‘Cambiamo Partinico’
• Ing. LO IACONO Francesco, gruppo consiliare ‘Gruppo Misto’
• Avv. TAFARELLA Francesco, Legambiente Partinico
• Arch. GRIMAUDO Giacomo, osservatorio G. La Franca
• Dott. DI MICELI Gioacchino
• Sig. LO BIUNDO Emanuele (ASSENTE)



http://www.ars.sicilia.it/icaro/default.jsp?icaAction=showDoc&id=2

Distilleria Bertolino: autorizzazione scaduta da due anni, chiesta la chiusura

La IV commissione Territorio ed Ambiente, presieduta dal Grillino Giampiero Trizzino, ha ascoltato i rappresentanti dell’Arpa, quelli dell’Arta che sono gli organi preposti al rilascio delle autorizzazioni, in presenza di diversi deputati regionali. Nessuno ha più potuto nascondere il fatto che l’autorizzazione della Distilleria Bertolino, per l’emissione in atmosfera dei fumi è scaduta dal 2012 e da due anni l’impianto lavora senza autorizzazione. Tra l’altro il dottor Librici in rappresentanza dell’Arpa, Agenzia regionale per l’Ambiente, si è accorto dopo anni di analisi, che la distilleria scarica in atmosfera unità odorimetriche in una quantità esageratamente superiore ai limiti di legge e che il fastidio avvertito dalla popolazione è giustificato da questa emissione irregolare.

Siamo nel 2012, sono i giorni in cui nasce quella che poi sarebbe diventata la lista “Patto per Monselice”. In questa intercettazione Mamprin afferma che l’allora presidente della Provincia Barbara Degani lo aveva indicato quale futuro candidato sindaco di Monselice, dandogli il mandato di curare le alleanze con Udc e Lega e di costituire “assolutamente” un’associazione che “partendo come associazione culturale poi può diventare un partito, una lista civica”. È in questa telefonata che emerge chiara anche la valutazione tutto sommato negativa che Degani e Mamprin hanno del sindaco Lunghi, considerato un bravo medico ma uno che politicamente non vale nulla
Alvise Zillo chiama il vicesindaco Mamprin per precisare che un tale Riccardo va dicendo che il vicesindaco di Monselice gli ha confidato che Italcementi chiude Monselice e compra Este e, ancora una volta, Mamprin con tono apparentemente sorpreso, garantisce di non conoscere alcun Riccardo, salvo poi contattare un “Riccardo” per chiarire eventuali malintesi.

 

In una telefonata Mamprin e Lunghi criticano l’affermazione di un lavoratore della cementeria che aveva osato ammettere: “Miazzi avrebbe ragione, perché è vero che inquiniamo” e Mamprin, redarguendolo, commenta: “ma cos’è che buttate fuori, merda? …allora! …per andare avanti e per vivere bisogna pagare anche degli scotti!”


Il vicesindaco Mamprin telefona al sindaco Lunghi per segnalargli un intervento di Francesco Miazzi pubblicato dal “mattino di Padova“: “E’ una testa di c…”, sottolineano i due. “Con tutta la crisi che c’è va a occuparsi di queste cose”
Ecco la telefonata tra l’ingegner Francesco Corsato della cementeria Zillo e il vicesindaco Gianni Mamprin in preparazione del consiglio comunale del 2 agosto 2012, per garantire la bocciatura della mozione sul divieto di utilizzare rifiuti nel processo di produzione del cemento. Mamprin aveva chiesto alla Cementeria di Monselice una relazione che il sindaco avrebbe letto durante quel consiglio comunale. E all’ingegner Corsato, procuratore speciale della Cementizillo (che nel frattempo aveva comprato la Cementeria dei Monselice), che gli chiede cosa scrivere nella relazione, Mamprin risponde con sicurezza che la relazione da presentare ai consiglieri deve essere semplice e non troppo dettagliata, e che non doveva assolutamente toccare gli argomenti né della diossina né dei combustibili da rifiuti di cui semmai si sarebbe parlato “fra tre o quattro anni”: cioè nel 2015-2016.

 

Revamping, ecco le carte segrete: «Italcementi aveva già deciso la chiusura»

Il comitato “E Noi” pubblica le indagini dei carabinieri: c’erano trattative con Zillo per comprare Este e spegnere Monselice. Tutte le intercettazioni
di Francesca Segato
MONSELICE. Dall’inchiesta della Procura della Repubblica di Padova sul revamping Italcementi spuntano fuori le intercettazioni telefoniche. Il comitato “E Noi?” rende infatti pubbliche le registrazioni delle telefonate ascoltate, nell’estate del 2012, dai carabinieri del Noe, nell’ambito dell’indagine sulle presunte forzature per assicurare il via libera al progetto Italcementi: il pm ha chiesto l’archiviazione non ravvisando alcun reato, richiesta contro la quale è stata presentata opposizione: deciderà il 10 giugno il giudice in udienza. In quella fase l’iter per le autorizzazioni al revamping era ormai concluso. Nelle telefonate, però, si parla molto della Cementeria di Monselice, che in quel periodo aveva presentato la richiesta per utilizzare i rifiuti nel processo produttivo. Tra gli intercettati il sindaco uscente Francesco Lunghi e il vicesindaco Gianni Mamprin.
«Ho avuto l’autorizzazione di accedere agli atti relativi alle indagini svolte dai carabinieri» spiega Silvia Mazzetto, presidente del comitato “E Noi?”. «Ho ritenuto opportuno divulgare queste informazioni perché da questi atti emerge uno scenario a mio parere sconvolgente di quella che è stata la ragnatela di affari che ha governato Monselice in questi ultimi anni. Penso sia giusto che i cittadini conoscano in che modo sono state manipolate le informazioni che riguardavano le cementerie, nel deliberato scopo di tenere aperto lo scontro sociale e dare addosso agli oppositori».
È pesante quello che afferma, perché parla di manipolazioni?

 

«Dall’ascolto delle telefonate si capisce come i nostri amministratori fossero a conoscenza di scenari che hanno tenuto nascosti alla cittadinanza. Il 27 luglio 2012 (telefonata 3686, 3694) Alvise Zillo (Cementizillo) telefona a Mamprin, preoccupato per alcune voci uscite dal Comune sul progetto segreto di Italcementi di chiudere lo stabilimento di Monselice per acquisire la cementeria Zillo di Este, paventando la possibilità che la fuga di notizie possa irritare la multinazionale che avrebbe potuto così abbandonare le trattative. Zillo si raccomanda di“smorzare la situazione”. Mamprin cerca di rassicurarlo garantendogli insistentemente di non aver parlato con alcuno. Ma, dopo solo tre minuti, telefona a Fabrizio Ghedin (addetto stampa del Comune e promotore con Mamprin del Patto per Monselice) riferendogli delle preoccupazioni di Zillo per verificare se avesse parlato di quel fatto con qualcuno, visto che del progetto ne erano a conoscenza solo “io (Mamprin) tu e il sindaco”. (3692, 3696). Alvise Zillo richiama Mamprin per precisare che un tale Riccardo va dicendo che il vicesindaco di Monselice gli ha confidato che Italcementi chiude Monselice e compra Este e, ancora una volta, Mamprin con tono apparentemente sorpreso, garantisce di non conoscere alcun Riccardo, salvo poi contattare (3757) un “Riccardo” per chiarire eventuali malintesi. Sembrerebbe dunque che già nel luglio del 2012 Italcementi fosse intenzionata a lasciare Monselice, pur avendo già incassato il primo via libera del Consiglio di Stato che consentiva la realizzazione del revamping. E di questo il sindaco Lunghi e il vicesindaco Mamprin erano perfettamente a conoscenza».


E quali altri fatti sarebbero stati taciuti?
«Risulta evidente la contraddizione tra quanto viene affermato lontano dai microfoni e quanto invece viene dichiarato pubblicamente dal sindaco e dal vicesindaco. In una telefonata Mamprin e Lunghi criticano l’affermazione di un lavoratore della cementeria che aveva osato ammettere: “Miazzi avrebbe ragione, perché è vero che inquiniamo” e Mamprin, redarguendolo, commenta: “ma cos’è che buttate fuori, merda? …allora! …per andare avanti e per vivere bisogna pagare anche degli scotti!” (3654). E anche il sindaco in una telefonata con il consigliere Baratto dichiara a commentando il comportamento “non allineato” del consigliere Basso: “Grande delusione Andrea Basso! Contro gli accertamenti fiscali, contro la finanza, contro… ma questo qui è matto, guarda. Lui per i rifiuti si astiene…Secondo me non c’è con la testa, secondo me non ha capito niente, né di politica né di società, guarda. È un tosetto, questo è come i grillini… come il sindaco di Mira che ha detto che lui fa un piano regolatore dove non fa costruire più niente. Perfetto, quelli che l’hanno votato saranno contentissimi … prima devono comprarsi le case esistenti, niente strade, niente asfalto… deve fare l’ecologia… questi non hanno capito un cazzo. Ma chi non vuole un mondo tutto pieno di fiori, ma la gente deve anche mangiare eh… (…) Ma questo è il paradiso terrestre prima della cacciata, purtroppo il peccato originale c’è stato e ci tocca subire, anche l’inquinamento»(768). Per non parlare delle numerosissime telefonate con la Cementeria di Monselice, dalle quali emerge il fattivo apporto del vicesindaco e indirettamente del sindaco in preparazione del Consiglio comunale del 2 agosto 2012, per garantire la bocciatura della mozione sul divieto di utilizzare rifiuti nel processo di produzione del cemento. Telefonate da cui emerge la sudditanza dei nostri amministratori nei confronti dei cementifici e come siano pronti anche a spianare la strada all’incenerimento di rifiuti».
Perché sostiene questo?
«Mamprin aveva chiesto alla Cementeria di Monselice una relazione che il sindaco avrebbe letto durante quel Consiglio comunale. E all’ingegner Corsato, procuratore speciale della Cementizillo (che nel frattempo aveva comprato la Cementeria dei Monselice), che gli chiedeva cosa scrivere nella relazione, Mamprin rispondeva con sicurezza che la relazione da presentare ai consiglieri doveva essere semplice e non troppo dettagliata, e che non doveva assolutamente toccare gli argomenti né della diossina né dei combustibili da rifiuti di cui semmai si sarebbe parlato “fra tre o quattro anni”: cioè nel 2015-2016” (2097).
Ma questo interessamento in difesa delle cementerie non si può spiegare semplicemente con la difesa dei posti di lavoro?
«Non lo so, visto che in una telefonata con il sindaco Lunghi, Mamprin arriva ad affermare: “Secondo me, se il revamping non va fatto è anche meglio” (272). Abbiamo amministratori che si proponevano come paladini dei lavoratori, ma che in realtà si disinteressavano della chiusura di Italcementi. Uomini di potere che, approfittando della delicata situazione, hanno deliberatamente indirizzato contro comitati e opposizione il risentimento dei lavoratori per trarne un immediato e personale vantaggio, e per contribuire a tenere segrete delle scelte aziendali che, evidentemente, avrebbero potuto essere impopolari».

 




ITALCEMENTI SOPRALLUOGHI ARPA 2009 NON E’ STATA PRESENTATA ISTANZA A.I.A. VEDI 693 OBBLIGO REVAMPING PAG 4


LA ITALCEMENTI DI ISOLA DELLE FEMMINE INQUINA? 

VIDEO: La Italcementi di Isola delle Femmine inquina? di isolapulita 

Assessore Territorio Ambiente
Regione Sicilia
DIRIGENTE GENERALE
Dott. Gaetano Gullo
Via Ugo La Malfa 169
90146 PALERMO protocollata 25
ottobre 2013
Regione Sicilia
1° Servizio VIA-VAS
dr. Giorgio D’Angelo
Via Ugo La Malfa 169
90146 PALERMO protocollata 25
ottobre 2013
Assessore Territorio Ambiente
Regione Sicilia
Dott.sa Mariella Lo Bello
Via Ugo La Malfa 169
90146 PALERMO protocollata 25
ottobre 2013
FAX 091 7077963
IV Commissione Ambiente e
Territorio
Assemblea Regionale Siciliana
Onle Giampiero Trizzino
Piazza Indipendenza 21
90129 PALERMO
FAX 091 7054564
Raccomandata R.R.
Anticipata via fax
Oggetto: Decadenza,
per inosservanza prescrizioni, decreto
693 18 luglio 2008
Il Sottoscritto Coordinatore del Comitato Cittadino Isola Pulita con la presente intende ribadire quanto dichiarato nel corso della riunione del Tavolo tecnico tenutosi presso il 1° Servizio VIA-VAS di questo Assessorato, avente ad oggetto “Procedura A.I.A. Impianto IPPC ditta Italcementi S.p.a.”:
.
Considerato che la procedura di autorizzazione integrata ambientale, in particolare per I cementifici, ha diverse funzioni, quelle di maggior interesse sono le seguenti:
a) verifica puntuale delle autorizzazioni ambientali esistenti per ricondurle ad una unica autorizzazione tenendo conto del principio della applicazione della prevenzione e riduzione dell’inquinamento, al fine di raggiungere l’obiettivo di un elevato livello di protezione ambientale e della popolazione.
b) Verifica della applicazione delle migliori tecnologie disponibili (sulla base di linee guida redatte per conto della Commissione della Unione Europea ed a livello nazionale) atte a ridurre gli impatti ambientali e, tenendo conto delle caratteristiche tecnologiche e la durata di vita tecnica dell’impianto, la previsione di prescrizioni atte a ricondurre l’impianto, ove necessario, a raggiungere
prestazioni idonee entro tempi certi.
c) La fissazione di limiti emissivi per le diverse matrici ambientali di interesse (emissioni, scarichi, rumore, ecc) che tengano conto delle tecnologie disponibili e applicabili al caso in esame ma anche delle caratteristiche ambientali della area limitrofa all’impianto. In tal caso possono essere prescritti limiti inferiori a quelli stabiliti dalle norme nazionali applicabili all’impianto e anche limiti inferiori alle prestazioni ottenibili dall’applicazione delle migliori tecnologie ove le criticità locali
siano tali da renderle necessarie.
d) La individuazione di dettaglio di un programma di monitoraggio a cura del gestore e di un programma di controllo da parte degli enti preposti che riguardi oltre al rispetto dei limiti emissivi disposti anche le specifiche modalità gestionali prescritte e il rispetto concreto delle migliori tecnologie disponibili individuate per l’impianto.
Preso atto dell’istanza presentata, dalla Italcementi datati 3.11.2006,, contenente un progetto di modifica dell’impianto esistente ed ammodernamento tecnologico dell’impianto. (rintracciabile sul sito a pag http://lagendarossadiisoladellefemmine.files.wordpress.com/2012/08/progetto-di-ammodernamento-della-italcementi-di-isola-delle-femmine presentazione_completa.pdf )
Preso atto che in data 31.01.08 nella seduta della Conferenza dei Servizi la Italcementi faceva richiesta di concessione dell’A.I.A. esclusivamente per l’utilizzo del pet-coke come combustibile nel vecchio impianto, escludendo così il progetto di modifica dell’impianto che la Italcementi aveva presentato il 3.11.2006
Preso atto che il 29 agosto 2008 la G.U.R.S. il decreto 693 del 18 luglio 2008 con cui il “Dirigente” del 2° Servizio VIA-VAS Ing Vincenzo Sansone rilasciava l’autorizzazione Integrata Ambientale alla Italcementi S.p.a.
Preso atto che il decreto 693 autorizzativo:
articolo 13 recita: “ Questo Assessorato, nella qualità di Autorità competente per l’AIA, provvederà ad effettuare una visita ispettiva presso l’impianto congiuntamente con gli enti che hanno rilasciato parere in merito ai lavori oggetto, successivamente alla comunicazione di inizio dell’attività di produzione dell’impianto, al fine di verifica la attuazione delle prescrizioni in fase di realizzazione dei lavori. La società Italcementi S.p.a. è onerata, i quella sede, a voler consegnare ad ogni ente intervenuto copia di progetto aggiornato con le previsioni delle suddette prescrizioni….”
articolo 7 recita: “subordinato al rispetto delle condizioni e di tutte le prescrizioni impartite dalle competenti autorità intervenute in sede di conferenze dei servizi ed indicate nei pareri sopra riportati, che fanno parte integrante e sostanziale del presente decreto. In particolare, dalla data
di notifica del presente provvedimento dovranno essere osservate le
prescrizioni relative all’applicazione delle migliori tecniche disponibili,
dettate dai rappresentanti degli Enti preposti a rilasciare parere in
conferenza di servizi decisoria qui di seguito riportate:……….”
articolo pag 6 5° capoverso recita “ E’ fatto obbligo all’azienda
di procedere, entro 24 mesi dal rilascio della presente autorizzazione, alla
conversione tecnologica (revamping) dell’impianto con il completo allineamento
alle Migliori Tecniche Disponibili (M.T.D.) previste per il settore cemento, al fine di ottenere un sostanziale miglioramento delle prestazioni ambientali per quanto riguarda l’abbattimento dei principali inquinanti (polveri, ossidi di azoto e ossidi di zolfo).
Nell’ambito dell’intervento di conversione tecnologica l’azienda è in ogni caso tenuta a realizzare un sistema di abbattimento delle polveri che garantisca, per il forno di cottura (attualmente camino E35), un livello emissivo inferiore a 15 mg/Nm3 (media oraria).……….”
Visto l’atto d’invito e diffida a provvedere con istanza in autotutela, inviato
con Raccomandata R.R. 14344889362-1 del 21-03-2011 al 2° Servizio VIA-VAS Assessorato TT.AA. Atto a tutt’oggi rimasto
inevaso.
Considerato che alla data della presente sono ampiamente decorsi i termini (24 mesi) di adeguamento alle prescrizioni imposte alla Italcementi S.p.a., con il decreto n.693 del 18 luglio 2008 emesso dall’Assessorato Regionale Territorio Ambiente senza che risulti realizzato alcun intervento volto ad uniformarsi alle previsioni della predetta Autorizzazione Integrata Ambientale.
Considerato che tale condotta comporta una grave responsabilità per Italcementi S.p.a. che continua ad utilizzare un impianto altamente inquinante e nocivo per la salute dei Cittadini, ma è foriero di responsabilità anche per
l’Amministrazione regionale per i suoi agenti che rimanendo inerti sono
solidamente responsabili con l’Italcementi S.p.a., per i danni alla salute dei
cittadini;
Considerato che non risulta che l’amministrazione abbia effettuato alcun controllo in
ordine all’adempimento delle prescrizioni imposte nei termini previsti
dall’A.I.A., nonostante che in data 18.1.2011 è stata comunicata
all’amministrazione regionale una situazione di emergenza ambientale relativa a
notevoli e pericolose esalazioni di fumo provenienti dalla cementerai e che di
tale emergenza è stata informata l’autorità giudiziaria;
Considerato che ogni ulteriore inerzia da parte dell’amministrazione regionale appare foriera di gravi responsabilità per la stessa e , specialmente dei suoi agenti
per i gravi pericoli che corre la comunità locale in particolare i cittadini che risiedono a ridosso del cementificio;
Considerato che la tutela della salute e dell’ambiente costituiscono interessi
pubblici sensibili,con valore primario e prevalente che obbliga l’amministrazione ad una maggiore sensibilità in ordine alle attività di controllo nel caso di pericolo;
Tutto quanto sopra premesso e considerato
Questo Comitato Cittadino Isola Pulita sollecita gli Enti in indirizzo, per le competenze che la legge affida loro, a voler provvedere con urgenza a sospendere e/o
revocare l’Autorizzazione Integrata Ambientale di cui al decreto n 693 del 18 luglio 2008, per il mancato adeguamento alle prescrizioni imposte nel termine previsto dalla stessa e/o per gli altri motivi che l’autorità che legge la presente vorrà verificare a seguito di adeguato ed idoneo controllo sulla documentazione e sull’impianto oggetto
dell’A.I.A.
Comitato Cittadino Isola Pulita
Giuseppe Ciampolillo
Via Sciascia 13
90040 Isola delle Femmine
Per maggiori informazioni si
trovano sui siti del Comitato Cittadino Isola Pulita:

ITALCEMENTI
ISOLA DELLE FEMMINE Interrogazione a

risposta scritta 4-03034 MANNINO Claudia
21 dicembre 2013,

seduta n. 143

 

Camera,
interrogazione a risposta scritta
di Claudia MANNINO
(M5S)

il decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300 attribuisce al Ministero della Salute le funzioni spettanti allo Stato, in materia di tutela della salute umana, di tutela della salute nei luoghi…

presentato il: 21/12/2013

Atto Camera
Interrogazione a risposta scritta 4-03034 presentato da MANNINO Claudia testo di Sabato 21 dicembre 2013, seduta n. 143

MANNINO.
— Al Ministro della salute . — Per sapere – premesso che:
il decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300 attribuisce al Ministero della Salute le funzioni spettanti allo Stato, in materia di tutela della salute umana, di tutela della salute nei luoghi di lavoro e di igiene e di sicurezza degli alimenti;
lo stesso decreto legislativo stabilisce che il Ministero della Salute svolge le funzioni di competenza statale concernenti la tutela della salute umana anche sotto il profilo ambientale, nonché il monitoraggio della qualità delle attività sanitarie regionali;
a seguito di sopralluoghi effettuati dalle competenti autorità il 6 dicembre 2005 risultava che la «cementeria di Isola delle Femmine», sita nel comune di Isola delle Femmine, utilizzasse come combustibile, per i propri impianti di produzione, il petcoke senza avere ottenuto alcuna autorizzazione;
a seguito di un atto di diffida della regione siciliana, il gestore dell’impianto ha presentato, in data 3 novembre 2006, un’istanza per ottenere l’Autorizzazione Integrata Ambientale necessaria a realizzare un progetto di conversione tecnologica degli impianti produttivi (revamping);
nel corso del procedimento autorizzatorio, il soggetto gestore ha chiesto il rilascio dell’autorizzazione integrata ambientale, esclusivamente per l’impianto esistente includendo il coke di petrolio tra i combustibili utilizzati, impegnandosi a ripresentare una richiesta di autorizzazione per la realizzazione del progetto di conversione tecnologica dell’impianto, dopo aver acquisito il necessario giudizio di compatibilità ambientale per la realizzazione delle opere previste nello stesso progetto;
con decreto del responsabile del servizio n. 693 del 18 luglio 2008, è stata rilasciata alla società italcementi SpA l’autorizzazione integrata ambientale per l’impianto esistente «cementerà di Isola delle Femmine», sito nel comune di Isola delle Femmine, che consente l’impiego del coke di petrolio tra i combustibili autorizzati;
l’articolo 6 del decreto n. 693 del 2008 stabilisce che «il provvedimento definitivo sarà subordinato alle risultanze della visita di collaudo», in seno alla quale gli enti preposti al controllo potranno, se ritenuto necessario, modificare le condizioni e le prescrizioni autorizzative, stabilite dall’articolo 7 dello stesso decreto n. 693 del 2008;
l’articolo 7 del decreto n. 683 del 2008 elenca, dettagliatamente, le condizioni e le prescrizioni che devono essere rispettate relativamente al recupero dei rifiuti come materie prime, ai limiti di emissione, alla conversione tecnologica dell’impianto, all’uso dei combustibili e ai consumi energetici, al trattamento dei rifiuti prodotti e infine alle attività di monitoraggio, stabilendo che l’efficacia dell’Autorizzazione Integrata Ambientale «viene subordinata al rispetto delle condizioni e di tutte le prescrizioni impartite dalle competenti autorità intervenute in sede di conferenza di servizi», e che a far data dalla notifica del provvedimento «dovranno essere osservate le prescrizioni relative all’applicazione delle migliori tecniche disponibili, dettate dai rappresentanti degli Enti preposti a rilasciare parere in conferenza di servizi decisoria» riportate dettagliatamente nello stesso decreto;
tra le prescrizioni relative all’impianto, fissate dal Decreto 683/2009, all’articolo 7, è stato inserito l’obbligo, per il gestore, di procedere – entro 24 mesi dal rilascio dell’autorizzazione – alla conversione tecnologica (il cosiddetto revamping) dell’impianto con il completo allineamento delle migliori tecniche disponibili (M.T.D.) per la produzione del cemento, al fine di ottenere un sostanziale abbattimento dei principali inquinanti: polveri, ossidi di azoto e ossidi di zolfo;
a distanza di più di 5 anni dal rilascio dell’autorizzazione integrata ambientale, la conversione tecnologica dell’impianto, prescritta dall’articolo 7 del decreto n. 683 del 2009, non è stata realizzata;
non risulta che l’amministrazione competente al rilascio dell’AIA abbia effettuato alcun controllo in ordine all’effettivo adempimento, da parte del soggetto gestore, alle prescrizioni dettagliatamente elencate nel decreto n. 683 del 2009, nonostante – in data 18 gennaio 2011 – sia stata comunicata all’amministrazione regionale e all’autorità giudiziaria una situazione di emergenza ambientale relativa a notevoli e pericolose esalazioni di fumo provenienti dalla cementeria;
nel comune di Isola delle Femmine, in provincia di Palermo, continua, dunque, ad operare un impianto per la produzione del cemento, che non utilizza le tecnologie disponibili per conseguire un effettivo abbattimento delle emissioni inquinanti: polveri, ossidi di azoto e ossidi di zolfo;
la mancata ottemperanza alle prescrizioni fissate nel provvedimento di rilascio dell’Autorizzazione Integrata Ambientale – e in particolare a quella concernente l’obbligo di adeguamento tecnologico dell’impianto esistente – non costituisca una grave minaccia per la salute pubblica stante la stessa collocazione dell’impianto rispetto ai centri abitati circostanti –:
quali elementi disponga in merito alla situazione e ai fatti esposti;
se intenda assumere iniziative al fine di tutelare la salute delle comunità che abitano nel territorio interessato dalle emissioni inquinanti connesse al funzionamento della cementeria di Isola delle Femmine. (4-03034)

 

PIETRO TOLOMEO DIRIGENTE GENERALE DECRETO 155 29 GENN 2009 CONTRATTO ING NATALE ZUCCARELLO NOMINA DIRIGENTE RESPONSABILE 2 VIA VAS A.IA ITALCEMENTI DECRETO 693 18 LUGLIO 2008

TOLOMEO PIETRO NOMINA SANSONE DIRIGENTE 2 SERVIZIO VIA VAS A PARTIRE DAL 17 DICEMBRE 2008 DOPO CINQUE MESI DALLA FIRMA COME RESPONSABILE DEL 2° SERVIZIO VIA VAS DECRETO CONCESSORIO A.I.A. ALLA ITALCEMENTI DEL LUGLIO 2008

 

A.I.A. ITALCEMENTI 693 2008, ANZA’, GULLO,EMISSIONI, INTERLANDI, RAFFINERIE, SANSONE, TOLOMEO, ZUCCARELLO,MONSELICE,REVAMPING,GAETA,CANNOVA,LO BELLO,CROCETTA,

RAFFINERIE, I PETROLIERI VOGLIONO LA DEROGA SULLE EMISSIONI

“L’uso del petcoke fa paura: a meno di un chilometro dalle case. La Regione deve revocare l’Aia. Le carte subito in Procura”.
Revamping Italcementi, indagini da due anni su Lunghi e Matteazzi «E buona parte dei fondi proviene da Italcementi»

Distilleria Bertolino: autorizzazione scaduta da due anni, chiesta la chiusura IV COMMISSIONE ‘AMBIENTE E TERRITORIO’ SED. N. 120 DEL 07 MAGGIO 2014
A.I.A. ITALCEMENTI 693 2008, ARPA.ATA, Bertolino, GELA, ISOLA DELLE FEMMINE, PARTINICO, PETCOKE, PRESCRIZIONI, TRIZZINO, REVAMPING

Distilleria Bertolino: autorizzazione scaduta da due anni, chiesta la chiusura IV COMMISSIONE ‘AMBIENTE E TERRITORIO’ SED. N. 120 DEL 07 MAGGIO 2014 e la Italcementi di Isola delle Femmine ?

L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA UN INTERVENTO SULLA BRUTALE AGGRESSIONE AL PROFESSORE







  • ASSESSORE DOTTORE RISO NAPOLEONE DIONISI RICHIESTA CONVOCAZIONE CONSIGLIO
    COMUNALE PER APPROVAZIONE NUOVO REGOLAMENTO GESTIONE IMPIANTI SPORTIVI DEL
    COMUNE

TARANTO, DOMANI LA DECISIONE ILVA LA PROCURA PRONTA A TAGLIARE LA PRODUZIONE

22/08/2012 – TARANTO,
DOMANI LA DECISIONE.

Ilva, la procura pronta  a tagliare la
produzione


Un gruppo di dipendenti dell’llva presidia
davanti allo stabilimento di Taranto

Ieri un’altra ispezione dei
carabinieri nei reparti.
Acquisita nuova documentazione

GUIDO RUOTOLO
inviato a taranto

In una delle ultime pagine delle
motivazioni del Riesame, i giudici scrivono che non dipende certo da loro
definire il destino dell’Ilva. «Non è compito del Tribunale stabilire se e come
occorra intervenire nel ciclo produttivo o, semplicemente, se occorra fermare
gli impianti, trattandosi di decisione che dovrà necessariamente essere assunta
sulla base delle risoluzioni tecniche dei custodi-amministratori, vagliate
dall’Autorità giudiziaria: per questo lo spegnimento degli impianti rappresenta,
allo stato, solo una delle scelte tecniche possibili».

L’incontro Le
carte dell’inchiesta sono molto chiare, dunque. Tanto che è così che domani alle
10 il procuratore Franco Sebastio ha convocato i suoi sostituti, i custodi
giudiziari e gli uomini del Noe dei carabinieri. Un incontro, a questo punto,
operativo. E ancora ieri, custodi e Noe si sono un’altra volta presentati nei
reparti Acciaieria 1 e 2 per una ispezione, per acquisire
documentazione.
Domani, il vertice operativo potrebbe così decidere anche
se ridurre e di quanto la produzione di acciaio, in funzione di uno «stand by»
degli impianti, in attesa di definire il cronoprogramma di interventi necessari
alla messa in sicurezza degli stessi.
A questo punto, infatti, le
motivazioni del Riesame lasciano pochi dubbi sulla necessità di procedere con la
definizione degli interventi necessari, indicati già nel corso dell’incidente
probatorio, dai periti nominati dal gip.
A leggere con attenzione le
motivazioni, colpisce la «recidività» del gruppo dirigente e degli assetti
proprietari dell’acciaieria. E soprattutto la straordinaria denuncia, fatta
propria dai magistrati, del Noe dei carabinieri di Lecce, sulle emissioni
fuggitive, i fenomeni di «slopping»e quant’altro non funziona nell’Ilva.

Il rapporto dimenticato Quel rapporto del Noe arrivò anche al Ministero
dell’Ambiente prima che, nell’agosto scorso, fosse licenziata, dopo una
istruttoria di sette anni, l’Autorizzazione integrata ambientale, AIA, con le
sue quattrocento e passa prescrizioni. L’allora ministro Stefania Prestigiacomo
si è risentita per la denuncia del nostro giornale sul fatto che quel rapporto è
rimasto chiuso nel cassetto. In realtà, nelle prime pagine dell’AIA si riporta
un riferimento proprio al rapporto del Noe: «Considerato che al momento le
irregolarità segnalate dal Noe non rilevano ai fini del rilascio
dell’autorizzazione integrata ambientale ma incidono sulle attività degli enti
responsabili delle autorizzazioni di settore prima del rilascio dell’Aia cui
pure la nota del Noe è diretta, dopo il rilascio dell’ Aia potranno essere
disposti dal Ministero dell’Ambiente opportuni accertamenti onde verificare i
profili di irregolarità segnalati dal Noe ed eventualmente sottoporre a riesame
la presente autorizzazione integrata ambientale».




Qui a Taranto non
risultano che siano partiti gli «opportuni accertamenti» e forse il ministro
dell’Ambiente Clini potrà fornire ulteriori chiarimenti. Incomprensibile,
comunque, la valutazione che le «disfunzioni» segnalate dal Noe non mettono in
discussione l’elaborazione dell’AIA.





L’inferno in città Quelle
«disfunzioni» sono parte integrante dell’atto d’accusa dei giudici di
Taranto.

Un passaggio di quel rapporto del Noe è riportato nelle
motivazioni del Riesame: «Durante le ore notturne si ha l’impressione di
assistere ad esplosioni che liberano fumo e fiamme in grado di illuminare l’area
e i manufatti circostanti. La presenza di ostacoli fisici, quali le alte mura di
recinzione, in alcuni casi non hanno permesso di documentare le attività che
davano luogo alle emissioni in argomento, motivo per il quale si è proceduto ad
accedere al sito in questione, individuandolo nell’area gestione rottami ferrosi
(sequestrata anch’essa dal gip Todisco, ndr)».
La discarica Le immagini
delle telecamere poste all’esterno del perimetro dell’Ilva non consentono di
superare l’ostacolo rappresentato dalle mura, costringendo gli uomini del Noe a
procedere con il sopralluogo: “Nell’area scoperta estesa circa 30.000 mq,
denominata discarica paiole, è stato verificato che quelle che erano state
percepite come esplosioni erano, in realtà, “bagliori, fumo intenso e vapori”
prodotti dal ribaltimento delle paiole (contenitori metallici di circa 3 metri
cubi) contenenti le scorie liquide provenienti dall’acciaieria, con conseguente
sversamento sul terreno di scorie incandescenti”.
Tonnellate di polveri
Per fortuna che c’è l’AIA. Perché la vecchia istruttoria per ottenerla è un
«corpo di reato» importante. In che senso? Ecco quello che raccontano i giudici
del Riesame a proposito della situazione dell’area parchi minerari a proposito
di emissioni fuggitive o diffuse di polveri «derivanti dall’azione erosiva del
vento dei cumuli di materiale aggregato ivi depositato, dalla manipolazione dei
materiali solidi e dalla movimentazione stradale dei mezzi all’interno
dell’area».
«E’ lo stesso gestore dell’impianto, nella domanda per
l’ottenimento dell’Aia, ad effettuare una stima delle predette emissioni,
riferite alla capacità produttiva del 2005: quelle da erosione eolica dei cumuli
di stoccaggio materiale sono comprese tra le 6 e le 51 tonnellate annue, a
seconda delle diverse condizioni meteo; quelle da manipolazione dei materiali
solidi (cadute) ammontano addirittura a 668 tonnellate annue e quelle da
movimentazione stradale di mezzi all’interno sono pari a circa 24 tonnellate
annue. Totale, circa 700 tonnellate annue».
Quei parchi minerari vanno
coperti, secondo i periti. Ne vale della vita dei cittadini di Tamburi e di
Taranto centro.


Taranto crisi Ilva

Ilva Taranto: la nuova AIA entro settembre? Non siamo tranquilli!

martedì 21 agosto 2012 di Erasmo Venosi





 



Le dichiarazioni del titolare del
dicastero dell’ambiente sulla
nuova Aia all’Ilva che, sarà concessa entro il 30 di settembre non consente di
essere tranquilli e nemmeno ottimisti sulla vicenda dell’Ilva . Il Ministro
afferma “ sappiamo cosa bisogna fare, si tratta solo di decidere quali sono gli
interventi fattibili” e ancora più chiaro, sulle prescrizioni Aia “ più secca e
con molto meno prescrizioni”. Sconfessate gran parte delle 462 prescrizioni
rilasciate con l’Aia dell’agosto 2011. Ma c’è di più. A noi sembra che intorno
alla nuova Aia, da confezionare in 40 giorni ci sia solo tanto, ma tantissimo
fumo, e null’altro

Ilva sa benissimo le cose che deve fare e a tal fine ha
sottoscritto, con Regione, Provincia , Comuni e Ministeri dell’Ambiente, dello
Sviluppo , della Salute molti Atti d’Intesa:
1) in data 8 gennaio 2003 avente ad oggetto gli “Interventi per il
miglioramento dell’impatto ambientale dello stabilimento ILVA di Taranto;
2) in data 27 febbraio 2004 , avente ad oggetto gli “Interventi
per il miglioramento dell’impatto ambientale dello stabilimento ILVA di
Taranto”, con cui l’ azienda si impegnava a presentare un documento contenente
le prime indicazioni delle aree di intervento interessate dall’adeguamento alle
BAT, anche con riferimento alle migliori tecniche disponibili relative alla
produzione e lavorazione dei metalli ferrosi contenute nei documenti comunitari
di settore e nelle linea guida nazionali;
3) in data 15 dicembre 2004, avente ad oggetto gli “Interventi per
il miglioramento dell’impatto ambientale derivante dallo stabilimento ILVA di
Taranto”, che confermava, in particolare, l’impegno assunto nei due precedenti
Atti di Intesa a presentare, entro 9 mesi dall’entrata in vigore del Decreto
Ministeriale di emanazione delle linee guida per l’individuazione e
l’utilizzazione delle migliori tecniche disponibili per il settore siderurgico,
il “Piano di adeguamento, ove necessario, degli impianti esistenti dello
stabilimento di Taranto, alle migliori tecniche disponibili”;il documento
contenente le prime indicazioni delle aree di intervento interessate
dall’adeguamento alle B.A.T (migliori tecnologie disponibili) , presentato da
ILVA, in data 21/04/2004, alla Direzione generale per la salvaguardia ambientale
del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio (DGSAMATT), competente
in materia di Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), per consentire ad essa
di anticipare l’avvio delle relative azioni istruttorie; il “Piano di interventi
per l’adeguamento dello stabilimento alle Linee Guida BAT”, inviato da ILVA, in
data 19/07/2005, alla DGSAMATT e predisposto, secondo gli impegni assunti con
l’Atto di Intesa 15/12/2004, conformemente alle emanate Linee Guida di cui al
D.M. 31/01/2005, pubblicato sulla G.U. 13/06/2006, n. 135; l’Atto d’Intesa
integrativo dei precedenti , stipulato il 23 ottobre 2006 con cui l’Azienda,
confermando gli impegni assunti con i precedenti Atti d’Intesa, prevedeva
ulteriori attività finalizzate, all’identificazione delle principali sorgenti
emissive di polveri pesanti e alla rilevazione dell’eventuale presenza di
diossine o furani nei fumi dell’impianto di agglomerazione.
Inoltre fu istituita nel novembre 2005 la Segreteria Tecnica di
supporto alla DGSAMATT per l’esame delle problematiche riguardanti l’attuazione
degli adeguamenti degli impianti esistenti dello stabilimento ILVA alle migliori
tecniche disponibili (BAT) di cui agli Atti d’Intesa citati. La Segreteria
Tecnica formulò delle raccomandazioni al “Piano d’interventi per l’adeguamento
dello stabilimento alle Linee Guida BAT”, presentato da ILVA nell’aprile 2006 e
che riguardavano il ciclo acque, il ciclo rifiuti, i residui, i sottoprodotti, i
gas siderurgici e le emissioni in atmosfera, nonché una dettagliata indicazione
degli interventi di adeguamento e relativi cronoprogrammi di attuazione,
comprese le stime dei costi.
Altro “fumo mediatico” che si apprende dei giornali sarebbe il
coinvolgimento dell’Istituto Superiore di Sanità, della segreteria tecnica del
Ministero e della delegata del ministero per le Bat in UE. Quest’ultima davvero
sembra la “ciliegina sulla torta”, buona peri media, giacché è un soggetto che
partecipa unicamente all’analisi dei Brefs che ripetiamo, sono solo documenti di
riferimento per la redazione di Linee Guida Nazionali e tutti noti a chi fa
istruttorie di Aia . Tutte le “partecipazioni” oggi declamate dal Ministro erano
tutte previste nell’Accordo di Programma (AdP) sottoscritto l’11 aprile 2008 :
fu istituito con l’AdP, un Comitato di Coordinamento con rappresentanti del
Ministero dell’interno, del Ministero della salute, del Ministero dello sviluppo
economico che doveva avvalersi di Ispra (Istituto Superiore Protezione Ricerca
Ambiente ) e di esperti provenienti da enti di ricerca o altri organismi, quali
il CNR (Consiglio Nazionale Ricerche) , l’ISPESL (Istituto Superiore Prevenzione
Sicurezza Lavoro) , l’ISS (Istituto Superiore Sanità) , l’ENEA e l’ASL
territorialmente competente. Ilva nel Piano di Interventi per l’adeguamento alle
Bat ha anche quantificato il costo degli interventi e parliamo del 2007 e con
insufficienza di analisi delle problematiche: “L’ammontare complessivo, pari a
472 milioni di euro” (altro che i 146 milioni offerti!!!) per 64 proposte che
riguardano la cokeria, l’agglomerato, gli altiforni, le acciaierie, i laminatoio
a caldo, i tubifici , i rivestimenti, lo stoccaggio materie prime. Proposte che
furono contestate puntualmente dalle osservazioni dei comitati ambientalisti e
definiti in parte , come interventi per manutenzione, rifacimenti, adeguamenti
tecnologici per produttività e qualità.
Addirittura nel marzo 2008 fu presentata la documentazione
dell’utilizzo nel ciclo di produzione della ghisa del famigerato pet coke e del
catrame di cokeria come sostitutivo del carbon fossile in percentuali del 5
-10%. Tutto quello che s’ha da fare è conosciuto da Ilva e dalle Istituzioni e
appaiono pertanto preoccupanti le letture, divagatorie e riduttive del Ministero
che afferma di auspicare un’Aia concentrata su “monitoraggio, emissioni
fuggitive ossia non convogliate degli impianti a caldo e il parcogeominerario”
ma con interventi nei confronti di quest’ultimo selezionati perché “sono
stoccati materiali molto diversi con differenti rischi di polverosità” insomma
scordatevi che il parco di stoccaggio dei minerali sia completamente coperto
benché sia , una richiesta che emerge anche nelle perizie. A questo punto vista
che per il Ministero dell’Ambiente , pare insufficiente la mole di documenti,
verifiche, segreterie tecniche, atti d’intesa e proposte che da almeno un
decennio riguardano gli interventi su Ilva propongo di far intervenire gli
esperti del Ministero che sono intervenuti in Cina. Bisogna sapere che il
Ministro Clini nel 2005 è stato assegnatario da parte del Governo cinese e come
riconoscimento per la cooperazione italiana nel settore ambientale in Cina,
dell’importante “Premio Internazionale per la Scienza e la Tecnologia”.
In verità molti italiani non sanno che il Ministero dell’Ambiente
italiano, dall’anno 2000 ha sviluppato in Cina 57 linee progettuali,
cofinanziando progetti ambientali per un primo importo paria 108 milioni di euro
e un secondo programma dal costo stimato di 190 milioni di euro. Il nome di
alcuni progetti suona davvero come una nemesi storica per la Città di Taranto e
non solo : “ il monitoraggio e la gestione della qualità dell’aria nelle città
cinesi “, “ Protezione e conservazione delle risorse idriche” e che riguarda la
maggiore fonte di approvvigionamento di Pechino il Miyun Reservoir, la
Prevenzione e il controllo dell’inquinamento atmosferico (..monitoraggio
sorgenti inquinanti nell’area urbana di Shangai), “ Elaborazione Programma per
l’eliminazione delle sostanze chimiche controllate dalla Convenzione ONU sulle
sostanze organiche persistenti” (..insomma i PCB , diossine e furani..in Cina
però!!) e il “ China CDM Study Project” un progetto che ha consentito la messa a
punto di una metodologia nei due settori chiave dell’economia cinese la
SIDERURGIA e l’edilizia .Tratteremo compitamente in un prossimo articolo della
“triade della nuova Aia “: monitoraggio, emissioni fuggitive e parco
geominerario ma anche dell’uso del pet coke e del catrame di cokeria.

http://www.agoramagazine.it/agora/spip.php?article30801 


Sunto campagna
straordinaria di caratterizzazione IPA vento selettiva nel comune di
Taranto.

Campagna straordinaria di caratterizzazione IPA
vento selettiva a Taranto


Taranto, 05/07/2011 – ARPA Puglia ha realizzato una campagna
straordinaria di caratterizzazione
IPA vento selettiva nel comune di
Taranto. Si pubblicano i primi rapporti
di prova
 relativi al sito Peyrani, situato tra ILVA e la raffineria. Si
evince che la concentrazione di benzo(a)pirene sottovento nei pressi
di ILVA è pari a 4.46 ng/m3, molto più alta di quella sopravento (0.06) e di
quella con calma di vento (0.27). Se ne deduce il contributo praticamente
esclusivo di ILVA. Per le diossine i valori più alti si registrano nella
cartuccia associata alla calma di vento (64 fg TEQ/m3) rispetto ai valori
sottovento (44 fg TEQ/m3), che comunque sono tre volte più alti dei valori
sopravento (13 fg TEQ/m3). Si tratta peraltro di valori assoluti di diossine non
elevati. Nessuna differenza tra i valori di PCB nelle tre cartucce, valori
comunque in assoluto molto contenuti.

05/07/11

L’Ilva inquina senza controllo

Gianni Lannes   

Ilva a Taranto

Verdi e Legambiente denunciano le emissioni di diossina del
complesso industriale.
Lo scorso giugno l’udienza per “disastro e
avvelenamento”. 
Il Presidente della Regione Vendola non si è costituito
parte civile.
Regione Puglia? o Regione Ilva? Affari sulla pelle di 4 milioni
e 200 mila persone?
A Taranto – la città più degradata d’Europa – si scrive
AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale), ma si legge
nullaosta ad un’acciaieria per inquinare ancora e di più”. 
E però, per il Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del
Mare Stefania Prestigiacomo , il Governatore Nichi
Vendola
(con il suo Assessore all’Ambiente Lorenzo
Nicastro
), il Sindaco della città Ippazio Stefano, e
il Presidente della Provincia Gianni Florido, è tutto a posto.
L’ autorizzazione integrata ambientale è una patente europea che
certifica l’abbattimento delle emissioni inquinanti. Insomma,
l’inquinamento è a norma di legge. Secondo gli abitanti di
Taranto, si minimizza, o, in alternativa, si fa finta di nulla.
Avanti con
diossine, benzopirene, ipa, biossido di carbonio e miscele di altri pericolosi
composti chimici.
I dati dell’ INES (Inventario Nazionale
delle Emissioni e delle loro Sorgenti), attestano che « il 92% delle
diossina
» fuoriesce proprio da questo complesso industriale
Ilva

Sette chilogrammi a testa: tre volte
Seveso

Storia di emissioni industriali e di omissioni
istituzionali e, come spesso accade qui in Puglia, su materie incandescenti, la
delibera regionale -ovvero un atto pubblico- è attualmente
sottoposta a segreto.

Per ottenere l’AIA è obbligatorio
dichiarare quante e quali emissioni cancerogene vengono prodotte
.
L’Ilva lo nega: è un segreto industriale.  

Il pluricondannato e pregiudicato patron Emilio Riva, interdetto dai
pubblici uffici, ringrazia la Regione Puglia, che prontamente ha autorizzato una
terza centrale termoelettrica da 600 megawatt. 
Una fetta consistente della Puglia muore? Basta negare le evidenze. “A
Taranto non c’è emergenza
” ripete il Presidente Vendola. 
Secondo
l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, invece, « è un’area a
gravissimo rischio ambientale
». 
Il 23 aprile 1998 un decreto del
Presidente della Repubblica aveva dichiarato « Taranto città ad alto
rischio ambientale
».
Se la Regione plaude all’accordo raggiunto
(l’Autorizzazione Integrata Ambientale che il 5 luglio scorso il Ministero
dell’Ambiente ha concesso all’Ilva ), i Verdi e Legambiente definiscono
il documento un arretramento o, per dirla con il parlamentare
Angelo Bonelli , “ uno schiaffo a Taranto ”. 
Legambiente sostiene
che la “ nuova autorizzazione è peggiore della precedente rispetto al
sistema di monitoraggio delle emissioni, dei controlli sugli scarichi idrici, al
monitoraggio continuo di benzene e polveri
” e conclude, come i Verdi, che
aver concesso una capacità produttiva di 15 milioni di tonnellate annue di
acciaio significa aver dato il via libera all’aumento dell’inquinamento
”.
Senza l’Aia si chiuderebbe la baracca e non si intascherebbe il miliardo di euro
comunitario.
L’Ilva in riva allo Ionio vanta altri primati: il 95 per
cento della produzione nazionale dei Pcb
(fonte Ispra) e ben 137 mila nanogrammi di
benzoapirene
(il valore-soglia per persona è di un nanogrammo)
respirati dagli operai. I numeri ufficiali lasciano senza fiato: la
mortalità generale supera del 17 per cento quella della media
regionale
L’ Istituto Superiore di Sanità
ammette che gli studi descrivono «un quadro di mortalità
compromesso. I numerosi inquinanti atmosferici, particolato e gassosi,
sono causa degli eccessi». 
Le indagini scientifiche più recenti condotte dal
Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), a firma di Maria Angela Vigotti
dell’Università di Pisa, raccontano che a Taranto si muore e ci si ammala sempre
più. La situazione peggiora e i tumori aumentano a dismisura. 
In barba alla
Convenzione di Aarhus, che regola l’accesso all’informazione e
partecipazione dei cittadini in tema di giustizia ambientale, “sono state
escluse dal confronto, le associazioni ambientaliste denunciano il rischio di un
accordo al ribasso sull’inquinamento
”, rivela il Verde Gregorio Mariggiò. “
 
La settimana scorsa il Noe di Lecce ha chiesto il sequestro di alcuni
impianti ed i report dell’
Arpa dimostrano il superamento dei limiti di
diossina nell’aria. Insomma una tale concessione è proprio inopportuna

”.
Venerdì 24 giugno c’è stata l’udienza a porte chiuse per disastro colposo
all’Ilva presso il tribunale di Taranto. Gli enti locali non si
sono costituiti parte civile. 
Ecco i capi d’imputazione: « Disastro
colposo e doloso
, avvelenamento di sostanze
alimentari
, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni
sul lavoro
, danneggiamento aggravato di beni pubblici,
getto e sversamento di sostanze pericolose,
inquinamento atmosferico sono i reati per i quali sono indagati
Emilio Riva, 84 anni, Presidente dell’Ilva spa sino al 19 maggio 2009, Nicola
Riva , 52 anni, direttore dello stabilimento Ilva dal 20 maggio 2009, Luigi
Capogrosso , 55 anni, direttore dello stabilimento Ilva, Ivan Di Maggio, 41
anni, dirigente capo area del reparto cokerie, Angelo Cavallo, 42 anni, capo
area del reparto Agglomerato». 
Come parti lese, sono state identificate il
Ministero dell’Ambiente, la Provincia di Taranto, la Regione Puglia, e nove
allevatori che furono costretti ad abbattere i loro capi di bestiame, risultati
contaminati dalla diossina. Il Governatore Vendola non si è costituito parte
civile. 
I rapporti sanitari occultati per anni dall’azienda sanitaria locale
parlano chiaro: «Taranto sconta anni di mancata esecuzione di controlli,
sopralluoghi e rilevamenti prescritti dalla legge». 
Le perizie giudiziarie
documentano «lo sprigionamento continuo e incontrollabile di emissioni gassose e
fiamme oltre alla dispersione di migliaia di tonnellate all’anno di sostanze
nocive, con grave impatto ambientale nel territorio interessato e gravi danni
alla salute».

Novembre 2010. «Saranno 30.000 le copie che verranno distribuite a tutte le
famiglie dei dipendenti dell’Ilva, alle istituzioni e alla società civile
tarantina» scrive Emilio Riva nell’editoriale della rivista ‘ Il Ponte ’ edita
dalla stessa Ilva. Il patron rivolge il suo saluto alla città presentandosi con
uno slogan: “
Non sono un capitalista, ma un imprenditore ”. La rivista
viene proposta come ‘luogo’ per approfondire temi di attualità, raccogliere
interviste e testimonianze.

La prima ‘testimonianza’ è quella del Governatore
Vendola. Parla di svolte epocali, di amore e ‘pensiero lungo’, lungo e duraturo,
come i veleni immessi nell’aria di Taranto dall’Ilva ” affermano ora
i maligni. Vendola parla di “ terze vie ” e “ sviluppo sostenibile
e armonico
”, dice che “ La sfida dell’ambiente è riuscire a
coniugare nuovo sviluppo industriale con la tutela dell’ambiente

Proprio quello che dicevo prima, parlando di collaborazione e coordinamento
fra protagonisti del mondo economico, politico e della società covile … a
Taranto si sta realizzando dando buoni risultati … Dal mio primo incontro con
l’ing. Riva sono cambiate molte cose
”.
Il 23 novembre 2010 Vendola è in
prima fila per assistere alla presentazione del Rapporto 2010 su “ Ambiente
e sicurezza
” realizzato dall’Ilva. 
Un documento patinato dove il
Governatore appare a più riprese: a pagina 8, in compagnia del vescovo e del
ministro Prestigiacomo; a pag. 9, al tavolo con i dirigenti dell’acciaieria; a
pagina 10, mentre preme un pulsante di fronte ad operai plaudenti. E’ lo stesso
Vendola, che in una pagina spot, dove il suo santino figura in compagnia di
Fabio Riva e di Emma Marcegaglia, afferma: “ Chiesi ad Emilio Riva, nel mio
primo incontro con lui, se fosse credente, perché
al centro della nostra
conversazione ci sarebbe stato il diritto alla vita ”.
Il camino E312
dell’Ilva vomita veleni radioattivi, e se sei un abitante del quartiere Tamburi,
o un allevatore con le pecore che pascolano in prossimità del più grande
siderurgico d’Europa, o un allevatore di cozze contaminate, “ effettivamente
la fede potrebbe aiutare! ”
commentavano i soliti maligni lo scorso 24
giugno fuori dal Tribunale di Taranto.
Non è piaciuta, qui, la decisione del
Governatore di non costituirsi parte civile nel procedimento, anche perché, a 7
mesi di distanza dagli ‘auspici’ espressi da Vendola, i Carabinieri del N.O.E
(Nucleo Operativo Ecologico) hanno chiesto il sequestro degli impianti dell’Ilva
.
La richiesta è scaturita dagli accertamenti effettuati dal N.O.E. sulla
qualità dell’aria. 
Per i Carabinieri gli impianti dell’Ilva vanno
sequestrati per 
 
Questo mentre il Governatore, omettendo i fatti, da una
parte esaltava la ‘famigerata’ legge-antidiossina come “ un modello
internazionale ”, dall’altra, a febbraio 2010, firmava, con il Presidente del
Consiglio Silvio Berlusconi e l’imprenditore Riva, un
protocollo per ritoccare la legge appena promulgata.
La legge in questione,
alla quale la Regione era stata ‘costretta’ dai movimenti popolari, risaliva
appena al 19 dicembre 2008. La normativa che prevedeva il limite di 0,4
nanogrammi per metro cubo a partire dal 31 dicembre 2010, nonché l’abbattimento
delle emissioni a 2,5 nanogrammi a far data dal primo aprile 2009. 
A seguito
dell’accordo del febbraio 2010 la Regione Puglia vara un’altra legge per
interpretare la prima e svuotarla di significato. Sparisce il campionamento
continuo. I controlli non saranno più in continuo ma diluiti in tre fasi ogni
anno, a settimane alterne e solo per le otto ore diurne.
Il Rapporto
Ambiente e Sicurezza dell’Ilva 2010, presentato lo scorso 23 novembre, ha
suscitato le critiche di svariate associazioni, da Legambiente, a Taranto
libera, a Peacelink e Altamarea. 
Alessandro Marescotti, Presidente di
PeaceLink, ha affermato che “i polmoni dei cittadini di Taranto conoscono il
‘Rapporto Ambiente’ dell’Ilva per consumata e quotidiana esperienza”. 
Alla
cerimonia hanno preso parte il Presidente Vendola, il Presidente di
Confindustria Emma Marcegaglia e tutte le istituzioni locali a partire dal
Presidente della Provincia Gianni Florido e dal Sindaco di Taranto Ippazio
Stefano.



“Gli investimenti, i risultati, gli obiettivi raccontati e
certificati all’interno del Rapporto rappresentano un chiaro esempio del nostro
impegno per la salvaguardia dell’ambiente e per la tutela della sicurezza e
della salute nei luoghi di lavoro”
, è stato il messaggio lanciato da Fabio
Riva, figlio e vicepresidente del Gruppo diretto da Emilio. La numero uno di
Confindustria Emma Marcegaglia plaude pubblicamente al nuovo impegno in difesa
dell’ambiente dei proprietari del colosso industriale del capoluogo jonico .
“A me sembra che il Gruppo Riva” , ha dichiarato in quella occasione
Emma Marcegaglia “ abbia fatto sforzi importanti per limitare le emissioni
cancerogene del più grande impianto industriale d’Italia, che dà lavoro a 12mila
tarantini e produce il 75 percento del Pil di Taranto. E di questi sforzi va
dato atto ”
.

Critiche le posizioni di Legambiente e di Taranto libera:
“ L’Ilva, nonostante i suoi dichiarati sforzi per l’ambientalizzazione,
emette il 98% del benzo(a)pirene rilevato. Non crediamo sia lecito, quindi,
considerarci estremisti quando invitiamo le autorità competenti a provvedere al
fermo degli impianti ”
hanno dichiarato. “Ad Emma Marcegaglia diciamo,
invece che la riconversione industriale, la progettazione di nuovi scenari
economici e lavorativi per Taranto, non solo rappresentano una necessità per
questa città data l’estrema incertezza del mercato dell’acciaio, ma anche una
grande opportunità per la definizione di nuove politiche di sviluppo
sostenibile”
, evidenziando la posizione scomoda della Presidente
Marcegaglia: “monopolista in Puglia di discariche ed inceneritori illegali,
grazie a Vendola”
.
Marescotti dice che “il Rapporto Ambiente e
Sicurezza dell’ILVA costa quanto il campionatore continuo della diossina che
l’azienda non vuole installare , venendo meno a un obbligo di legge. Viene
presentato, mentre in parallelo l’azienda non collabora con l’Arpa per il
monitoraggio diagnostico degli idrocarburi policiclici aromatici (IPA),
negandosi ai controlli interni con tecnologie ad alta risoluzione temporale che
potrebbero verificare in tempo reale le emissioni di questi pericolosi
cancerogeni”
Aggiunge poi Marescotti: “ Il Rapporto arriva poche
settimane dopo il ‘provvidenziale’decreto legislativo 155/2010 del Governo, già
definitosalva-Ilva perché sospende fino al
2013 il tetto per il benzo(a)pirene cancerogeno sistematicamente sforato nel
quartiere Tamburi e che doveva essere rispettato fin dal 1999”
. Ma anche a
pochi giorni dall’avvio dell’incidente probatorio nell’ambito del procedimento
penale n. 4868/10 RGNR della Procura di Taranto nei confronti di Emilio Riva,
Nicola Riva, Luigi Capogrosso, Ivan Dimaggio e Angelo Cavallo, indagati in
relazione alle ipotesi di reato di disastro doloso (art. 434 codice penale) e
omissione dolosa di cautele (437 codice penale). Inoltre sono stati ipotizzati i
reati di getto e sversamento di sostanze pericolose.

martedì 28 giugno 2011

AIA aia
aia!!!

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Fumi dall’Ilva spuntano ombre
sull’autorizzazione
di
MIMMO MAZZA (GdM)

TARANTO
– Getta un’ombra pesantissima sulla procedura di rilascio dell’Autorizzazione
integrata ambientale (Aia) all’Ilva l’inchiesta avviata dai carabinieri del Noe
di Lecce e culminata nei giorni scorsi con la consegna di un dettagliato
rapporto alla Procura. I militari hanno concentrato le loro attenzioni sulle
nuvole rossastre che periodicamente vengono sprigionate dallo stabilimento
siderurgico, sulle torce delle due acciaierie, inserite stabilmente nel circuito
produttivo e dunque non utilizzate per situazioni di emergenza, e sulla gestione
dei rottami ferrosi.

Tra gli atti acquisiti dai carabinieri del Nucleo
operativo ecologico c’è il parere istruttorio conclusivo della Commissione per
l’Aia, parere nel quale le emissioni diffuse derivanti dal taglio rottame
vengono liquidate come «poco significative» mentre la combustione del gas di
scarto, convogliate nelle torce, viene invece definita come «emissione diffusa».
Trattandosi di ben cento milioni di metri cubi l’anno di gas sfogato per ogni
torcia, i carabinieri la definiscono invece come una emissione puntuale e dunque
allo stato non autorizzata, sottolineando come in una lettera del 21 aprile
scorso il Ministero dell’Ambiente abbia chiesto informazioni circa i punti di
emissione in aria e la gestione delle torce dello stabilimento proprio al fine
di «valutare la necessità di avviare il riesame dell’Aia ed evitare che
l’esercizio delle torce avvenga al di fuori dell’autorizzazione».
I
carabinieri del Noe di Lecce contestano al direttore dello stabilimento Ilva,
Luigi Capogrosso, 56enne di Manduria, e ad una persona il cui nome è per ora
coperto da omissis, il getto pericoloso di cose, l’incenerimento di rifiuti
gassosi derivanti dalle acciaierie tramite impianti sprovvisti di autorizzazione
e le emissioni non autorizzate in atmosfera provenienti dalle acciaierie. Le
contestazioni riguardano l’inchiesta dei militari del Nucleo operativo ecologico
confluita venerdì scorso, almeno per la parte riguardante Capogrosso, negli atti
dell’incidente probatorio disposto dal gip Patrizia Todisco, su richiesta del
procuratore capo Franco Sebastio, dell’aggiunto Pietro Argentino e del sostituto
Mariano Buccoliero, sulle emissioni del siderurgico del gruppo Riva, inchiesta
che secondo i carabinieri diretti dal capitano Nicola Candido dovrebbe portare
all’emissione di un provvedimento cautelare reale (ovvero al sequestro) nei
confronti degli impianti ritenuti responsabili delle emissioni, sequestro al
vaglio della Procura che d’altronde proprio chiedendo l’incidente probatorio non
aveva nascosto la possibilità di chiedere provvedimenti importanti nei confronti
dell’Ilva.
Nel primo rapporto inviato a gennaio alla Procura, i carabinieri
sottolineano come «da entrambe le acciaierie (la uno e la due), si sprigionava
in più occasioni una intensa e voluminosa nube rossa» e che l’uso delle torce
sia sistematico e non legato a situazioni di emergenza. Secondo i militari, si
tratta di due fenomeni che si verificano in maniera non episodica o
accidentale.

I
piatti di lenticchie per gli amici

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Chiesa e Politecnico al desco di Riva …e se tra gli altri vengono fuori
anche i nomi dei giornalisti? Scriveranno loro stessi l’articolo? Quanto si
saprà delle carte che scoperchiano il calderone Taranto?
 

Casse di vino, fiori o contanti L’elenco dei
regali fatti dall’Ilva

L’attività di lobby dell’azienda siderurgica, il ruolo di Girolamo Archinà,
capo delle relazioni pubbliche

TARANTO – Due pagine, ottanta righe. Ogni riga una data, un
nome e una cifra (GUARDA IL DOCUMENTO). C’è la parrocchia dei Santissimi
Angeli Custodi (2.500 euro il 19 ottobre 2010), c’è l’Unione italiana per il
trasporto degli ammalati a Lourdes (5.000 euro il 23 luglio 2010), compare la
Banda municipale del Comune di Crispiano (2.750 euro, il 31 dicembre del 2010),
il Lions Club locale (2.500 euro il 15 giugno del 2011), piccole società
sportive come la Okinawa karate (4.000 euro il 31 maggio 2011) o la Triton
Taranto che si occupa di football (2.000 euro il 30 giugno 2011) o
un’associazione tarantina di pattinatori (2.000 euro il 31 luglio del 2011). E
poi società per azioni, aziende informatiche, il Politecnico di Bari, centri
culturali, un comitato per un non meglio precisato festeggiamento, anche un
omaggio floreale da 50 euro, il 5 aprile del 2011.



Lo stabilimento siderurgico (Ansa/Ingenito)Lo
stabilimento siderurgico (Ansa/Ingenito)

GLI OMAGGI – Eccola
qui la lista Ilva degli «omaggi e regalie» 2010-2011. Soldi regalati a questo o
quello oppure spesi per comprare pacchi dono. Gesti che non comportano alcun
reato, ma che secondo la Guardia di finanza indicano quanto elevato fosse il
budget a disposizione di Girolamo Archinà, il capo delle relazioni pubbliche
dell’azienda accusato di fare pressioni sulle istituzioni per favorire in ogni
modo l’acciaieria. E la lista indica anche quanto estesa fosse la rete di
contatti «sociali» dell’Ilva nel territorio. 


LA RETE – L’elenco è stato
consegnato agli inquirenti da Francesco Cinieri, dal 1986 responsabile della
contabilità dello stabilimento siderurgico. Secondo i magistrati in quella lista
di donazioni e acquisti di regali per amici e giornalisti, è stata
contabilizzata come «spese di direzione» anche la mazzetta da diecimila euro che
Archinà avrebbe pagato al consulente tecnico della procura, Lorenzo Liberti,
perché «addolcisse» le sue considerazioni sull’inquinamento. Circostanza che
Liberti (filmato mentre ritira una busta da Archinà) nega («conteneva il testo
di un accordo-quadro»). Nelle carte contabili dell’Ilva c’è un documento di due
righe (anche quello consegnato ai finanzieri da Cinieri) allegato ad una delle
informative del caso giudiziario. È un foglio con il quale Archinà chiede a
Cinieri di «predisporre 10 mila euro da utilizzare per offerta alla Chiesa di
Taranto in occasione della Pasqua». La data è del 25 marzo 2010, lo scambio
della presunta mazzetta avviene il giorno dopo e anche se lo stesso arcivescovo
conferma la donazione, secondo i finanzieri quelle due righe sono il sotterfugio
usato da Archinà per giustificare il prelievo dei soldi e nasconderne il vero
motivo. 

LE EROGAZIONI – Sentito come testimone, Cinieri dice: «posso pensare che
la somma che mi fu richiesta, essendo periodo pasquale, potesse essere
consegnata all’Arcivescovato». Per aggiungere poi che «almeno una volta
all’anno, o a Natale o a Pasqua, viene fatta una erogazione, anche se per cifre
che normalmente non superano i 5.000 euro. Se non erro non è mai avvenuto che ne
sia stata fatta una da 10.000 euro». I magistrati lo convocano il 25 novembre
scorso. Lui spiega come recuperò frettolosamente i 10.000 euro che Archinà
voleva subito (prima di partire per l’incontro con Liberti) e poi dice che in
ufficio ha quel che serve per dimostrare come finiscono in bilancio le spese del
capitolo «omaggi e regalie». Il verbale viene interrotto e i finanzieri vanno
assieme a lui negli uffici della direzione Ilva. Cinieri passa in rassegna i
file del computer e stampa le due pagine dell’argomento. «Ecco» spiega. «Se la
descrizione del beneficiario è ben specificata è perché da loro stessi è
arrivata una richiesta formale. E in quel caso l’erogazione avviene tramite
bonifico o assegno circolare non trasferibile». Ma c’è una seconda opzione. «Se
la descrizione del beneficiario non è specificata – racconta il contabile –
allora si tratta di uscite di cassa per contanti e significa che non c’è una
richiesta preventiva ma che la richiesta avviene direttamente dalla direzione,
per questo la causale è “spese di direzione”». Proprio come quella spesa di 10
mila euro registrata lo stesso giorno della presunta bustarella. O come un’altra
dazione, per la stessa cifra, contabilizzata il 14 aprile 2011 come «erogazione
della direzione». Sospetta come la prima, secondo gli inquirenti.

IL CASO
Fra i nomi delle società del capitolo «omaggi e regalie» dell’Ilva ce n’è
una, la Semat Spa, che vanta le cifre più alte: da un minimo di 1.286 euro a un
massimo di 64.341. Ovviamente le cifre accanto ai nomi non significano sempre
che si sia trattato di una donazione. In alcuni casi, per esempio con la
«D’Erchie Srl» (un’azienda che produce olio d’oliva) e la «Longo, un mondo di
specialità» (vini e prodotti alimentari) le migliaia di euro accanto al nome
indicano le spese sostenute per i pacchi-regalo di fine anno, moltissimi ai
giornalisti. La cifra più piccola 72.69 euro, la più alta 8.400.

Giusi
Fasano – Corriere della Sera
   

Soldi e casse di
champagne per amici, preti e giornalisti
 

TARANTO – C’è la banda di Crispiano e la parrocchia
Santi Angeli Custodi di Taranto. Il Lions club di Taranto e il Politecnico di
Bari. Tutti inseriti, insieme a società sportive, comitati festeggiamenti ma
anche due note enoteche dalle quali partivano casse di champagne per giornalisti
e rappresentanti delle istituzioni ogni fine anno, nelle due pagine della voce
«omaggi e regalie» del bilancio dell’Ilva finite nell’inchiesta della Guardia di
Finanza per corruzione in atti giudiziari che vede indagati a piede libero il
vicepresidente del gruppo, Fabio Riva; l’ex direttore dello stabilimento
siderurgico, Luigi Capogrosso; l’ex consulente dell’Ilva per l’ecologia e i
rapporti istituzionali, Girolamo Archinà e l’ex consulente della Procura di
Taranto, Lorenzo Liberti, già preside del Politecnico. I documenti sono stati acquisiti dai militari delle Fiamme Gialle per
ricostruire il flusso di denaro dall’Ilva all’esterno e dunque capire se i
diecimila euro che Archinà chiese all’amministrazione di preparare in fretta e
furia il 25 marzo del 2010 erano destinati all’allora vescovo Benigno Luigi Papa
per la Pasqua di quell’anno, come l’llva ha sempre sostenuto, oppure se invece
erano per il professor Lorenzo Liberti, allora consulente del pm Mariano
Buccoliero, incontrato da Archinà il 26 marzo sempre del 2010, nell’area di
servizio di Acquaviva delle Fonti, sull’autostrada Taranto-Bari. Liberti, difeso
dagli avvocati Francesco Paolo Sisto e Vincenzo Vozza, ha respinto sia
nell’interrogatorio tenuto dinanzi al pm Remo Epifani che nella memoria
depositata al gip Giuseppe Tommasino, l’accusa, sostenendo di aver sì ricevuto
una busta bianca da Archinà – d’altronde le immagini del sistema di
videosorveglianza dell’area di servizio sono inequivocabili – ma all’interno
c’erano solo documenti riguardanti un protocollo di intesa che Ilva e
Politecnico di Bari stavano per sottoscrivere.

Vero o falso? Nelle due pagine
degli omaggi e delle regalie quei diecimila euro ci sono, ma stranamente manca
il destinatario in quanto il 26 marzo vengono rubricati genericamente, e secondo
i finanzieri in maniera eloquentemente sospetta, sotto la voce «spese
direzione». 

Non è l’unica volta che accade perché anche il 14 aprile del 2011 dalle casse
dell’Ilva escono 10mila euro sotto la voce «erogazione direzione».
L’interrogatorio del contabile dell’Ilva Francesco Cinieri non risolve il
giallo. Cinieri ai finanzieri dice infatti che Archinà non gli disse a chi erano
destinati i soldi ma che poteva pensare che, essendo in periodo pasquale,
potessero essere consegnati all’arcivescovado di Taranto. «Almeno una volta
all’anno davamo all’arcivescovado cifre che non superavano i 5.000 euro», ha
sostenuto Cinieri, aggiungendo dubbio ai dubbi, vista l’entità della somma.
Archinà, poi, si arrabbiò non poco quando seppe che i contabili dell’Ilva non
erano riusciti a trovare banconote di grosso taglio. E appena ebbe i soldi,
invece di chiamare in arcivescovado, telefonò a uno stretto collaboratore del
professor Liberti, col quale riuscì ad incontrarsi alla stazione di servizio. (Mimmo
Mazza – GdM)

TUTTI sapevano TUTTO!

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Diossina e ossido di ferro dall’Ilva. “Il ministero sapeva tutto dal 2011”


C’è
poco da scherzare

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TARANTO: DIRITTO AL LAVORO O DIRITTO ALLA SALUTE?

I
telegiornali hanno trasmesso immagini relative all’ILVA di Taranto che
mostrano fatti recentissimi e sconvolgenti di inquinamento ambientale
.
L’Ordine dei Medici della Provincia di Taranto ha pubblicato un
documento dove invita i genitori del quartiere Tamburi
a impedire che i loro bambini possano giocare a contatto con la
terra
e sollecitandoli al ritorno a casa a fare immediatamente
una doccia e lavare i vestiti
, evitando in ogni circosatanza che
corrano sul prato.  Un magistrato serio e rigoroso come Patrizia
Todisco
ha firmato una ordinanza di sequestro degli
impianti dell’ILVA per gravissime violazioni accertate
che hanno causato morti
. Gli ultimi dati ambientali disponibili (resi
noti a inizio 2012) indicano che nel 2010 l’ILVA ha emesso dai propri
camini:

  • 4mila tonnellate di polveri
  • 11mila tonnellate di diossido di azoto
  • 11mila e 300 tonnellate di anidride solforosa
  • 1 tonnellata e 300 chili di benzene
  • 338,5 chili di IPA
  • 52,5 grammi di benzo(a)pirene
  • 14,9 grammi di composti organici di benzo-p-diossine e
    policlorodibenzofurani (PCDD/F)

Parliamo insomma di circa
150 kg di sostanze emesse ogni anno per ciascun residente.
Uno
studio (denominato Sentieri), dell’Istituto Superiore di
Sanità
, pubblicato sulla rivista scientifica “Epidemiologia e
Prevenzione
” nel dicembre 2011, indica il numero di morti in eccesso nelle
popolazioni che vivono nei 44 Siti di Interesse Nazionale per le bonifiche
(SIN). I dati dei ricercatori descrivono una media di 1.200 morti in
eccesso all’anno
nel periodo 1995-2002 (cioè 1.200 decessi in più di
quanti statisticamente ne sarebbero stati attesi). Molti di questi
decessi sono legati a tumori polmonari, a tumori della pleura e a tumori del
fegato
.
Tuttavia, i dati resi pubblici in queste
ultime settimane non indicano la quantità di sostanze cancerogene
presenti attualmente
nel suolo, nel sottosuolo, nelle acque sotterranee
e nei sedimenti marini di Taranto. Né indicano quanti bimbi, quante
donne, quanti operai si sono ammalati e sono morti negli ultimi due-tre
anni.

Io credo che il Ministero della Salute ed il Governo
debba rendere immediatamente pubbliche tutte le informazioni scientifiche di cui
dispone. Solo sulla base di dati scientifici recenti e certi si possono prendere
delle decisioni che siano nell’interesse di chi vive e lavora a
Taranto.

E comunque non si possono mettere in un conflitto
irrisolvibile due diritti fondamentali come il lavoro e la salute.
L’articolo 41 della Costituzione parla chiaro:
l’iniziativa economica non può svolgersi in modo da recare danno alla sicurezza
delle persone. Se qualcuno ha sbagliato deve pagare e farsi carico di
riconvertire il sito industriale con percorsi lavorativi che abbiano come
protagonisti gli stessi lavoratori dell’ILVA e dell’indotto.

TUTTI sapevano TUTTO!

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Diossina e ossido di ferro dall’Ilva. “Il ministero sapeva tutto dal 2011”

20/08/2012 – i militari
avevano assistito personalmente agli sbuffi di fumi rossi dell’acciaieria

Diossina e ossido di ferro dall’Ilva “Il
ministero sapeva tutto dal 2011”

Il rapporto dei carabinieri

del Noe fu inviato alla Prestigiacomo: “Emissioni diffuse”

guido ruotolo
inviato a taranto
L’esplosivo rapporto del Noe (Nucleo operativo ecologico) dei
carabinieri di Lecce del maggiore Nicola Candido, che documentava il disastro
ambientale di Taranto, con le fughe di emissioni «diffuse e fuggitive» dagli
impianti di area a caldo dell’Ilva, arrivò a Roma, al ministero dell’Ambiente.
Eravamo alla vigilia dell’approvazione, dopo sette anni, dell’AIA,
l’Autorizzazione integrata ambientale, e non successe nulla.
Nessun intervento,
interrogativo, nessuna iniziativa fu presa. Eppure, quel rapporto del Noe con la
denuncia di centinaia di «eventi irregolari» è parte integrante delle accuse
mosse dalla Procura di Taranto all’Ilva.



L’allora ministro per
l’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, giura che non vi furono pressioni di sorta
per l’AIA, che fu approvata il 4 agosto del 2011. Anche se dalle intercettazioni
telefoniche e ambientali risulta, invece, che i dirigenti dell’Ilva si mossero
con funzionari della Regione Puglia e con la commissione ministeriale per
addolcire l’AIA. Ma rimane un mistero come della prova dell’inquinamento in
corso a Taranto nessuno tenne conto. Era l’aprile dell’anno
scorso.


Circolavano in rete video o fotografie che riprendevano «strani»
sbuffi dall’acciaieria dell’Ilva e più in generale dall’area a caldo dello
stabilimento. Con il via libera della procura, il Noe dei carabinieri di Lecce
piazzò alcune telecamere esterne ai perimetri dell’Ilva. Mise sotto
intercettazione visiva e sonora per quaranta giorni quello che accadeva, 24 ore
su 24, nella acciaieria più grande d’Europa.
E registrò il cosiddetto
fenomeno di «slopping» in occasione delle colate d’acciaio, la fuoriuscita cioè
di ossido di ferro, una nuvola rossastra che posandosi sporca di rosso gard rail
e asfalto della provinciale, dall’acciaieria 1 e 2.

Dal primo aprile al 10 maggio del 2011 furono segnalati 121 fenomeni di
«slopping» all’acciaieria 1 e 65 all’acciaieria 2. Nel secondo caso, la metà di
quelle emissioni dell’acciaieria 1. E per gli uomini del Noe che fecero domande
e acquisirono documentazione, fu chiara la ragione della differenza:
all’acciaieria 2 erano stati montati sistemi di captazione di fumi più moderni.
In ogni caso, la dimensione dei fenomeni era tale che non potevano essere
giustificati per la eccessiva frequenza.

Naturalmente viene spontaneo
chiedersi se rispetto a un anno fa la situazione è migliorata o meno.
E la
risposta (molto informale) che arriva da chi monitora l’inquinamento è che gli
«slopping sono ridimensionati ma non eliminati». Ma perché avvengono e cosa si
può fare per eliminarli? Intanto è evidente che la differenza tra le due
acciaierie indica una possibile soluzione, sull’efficacia dei sistemi di
captazione, poi la causa potrebbe trarre origine da «rotture meccaniche», da
«errori tecnici», dalle stesse «torce meccaniche».
L’attività di monitoraggio
del Noe dei carabinieri di Lecce, nella primavera dello scorso anno non si fermò
soltanto alle acciaierie. Dalla gestione dei rottami ferrosi, un’area all’aperto
dove attraverso piccole colate di materiali incandescenti, ad alta temperatura,
viene recuperato il ferro, si notavano, di notte, dei bagliori. Erano emissioni
in atmosfera di fumi non captati. E poi le cosiddette torce, collegate
all’acciaieria, dove vengono convogliati i gas della colata. Sono dei sistemi
d’emergenza che per gli 007 del Noe in realtà servono a smaltire gas, ovvero
rifiuti che dovrebbero essere recuperati diversamente.

Il rapporto del
Noe dei carabinieri di Lecce è parte integrante delle accuse della Procura di
Lecce che, tra l’altro, trova conferme nel lavoro dei periti chimici durante
l’incidente probatorio. E sempre al Noe toccò verificare alcuni esposti con
allegati video su quello che accadeva nel reparto cokerie. Il 28 novembre del
2011, i carabinieri del Nucleo operativo ecologico di Lecce entrarono all’Ilva.
Scrive il gip Patrizia Todisco: «L’esito fu sconcertante. Durante la fase di
scaricamento i militari notavano personalmente, in sede di sopralluogo, la
generazione di emissioni fuggitive provenienti dai forni che, una volta aperti
per fare fuoriuscire il coke distillato, lasciavano uscire i gas del processo
che invece dovrebbero essere captati da appositi aspiratori/abbattitori».


Passerà?

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Ilva, gli affari di
Passera con Riva: il legame tra Banca Intesa e la società

Nel 2008 il ministro,
allora amministratore delegato dell’istituto di credito, lanciò l’appello per
salvare Alitalia: l’industriale acquisì il 10% della compagnia e divenne il
secondo azionista. E nel 1995 fu proprio la Cariplo a finanziare l’offerta per
comprare l’acciaieria messa in vendita dallo Stato 


corrado passera interna nuova

C’è il Corrado Passera ecologista,
quello che tre giorni fa ha detto: “I criteri di salute pubblica vanno
considerati (….) e quindi gli
impianti di Taranto
non devono essere tenuti aperti a qualunque
costo”. E poi c’è il Passera che si preoccupa di lavoro e produzione, tanto da
garantire, il 26 luglio, che “governo e istituzioni locali faranno tutto il
possibile per individuare soluzioni che tutelino occupazione e sostenibilità
produttiva”. Questo è quanto raccontano le cronache delle ultime settimane sulla
vicenda del sequestro degli impianti Ilva. Resta da capire come queste due
maschere indossate dal ministro dello Sviluppo, due maschere già piuttosto
contrastanti tra loro, riescano a conciliarsi con un terzo ruolo interpretato
fino a pochi mesi fa da Passera. Un ruolo da supermanager, da capo di Intesa. E
proprio in veste di banchiere, come numero uno del più grande istituto italiano,
l’attuale superministro del governo Monti, era di gran lunga il finanziatore
di riferimento del gruppo Riva
, cioè, in sostanza, dell’Ilva di
Taranto.
Un legame strettissimo, quello tra Intesa e il colosso italiano
dell’acciaio. Tanto che nel 2008, quando la banca allora guidata da Passera si
mette alla ricerca di imprenditori disposti a intervenire per salvare
l’Alitalia, ecco che Emilio Riva, l’ottuagenario patron del gruppo, è uno
dei primi a rispondere all’appello. Per molti quell’intervento fu una sorpresa.
Mai, in più di mezzo secolo di carriera, il padrone dell’Ilva aveva puntato un
soldo su un qualunque investimento che non avesse a che fare con l’acciaio. A
quanto pare, invece, il fascino della scommessa su Alitalia dev’essere stato
irresistibile. O forse Passera e il governo di Silvio Berlusconi, sponsor
politico dell’operazione, devono aver usato argomenti particolarmente
convincenti. Sta di fatto che Riva ha messo sul piatto addirittura 120 milioni
di euro per comprare il 10,8 per cento della compagnia aerea e diventarne e così
il secondo maggior azionista dopo i francesi di Air France (25 per cento)
e addirittura davanti a Intesa, che possiede il 9 per cento circa di Alitalia.
Per Riva, come per tutti gli altri partecipanti alla cordata tricolore,
l’investimento si è fin qui rivelato piuttosto avaro di soddisfazioni, per usare
un eufemismo. A più di tre anni dal salvataggio l’ex compagnia di bandiera
continua a viaggiare in perdita e le prospettive per l’immediato futuro non
sembrano granchè esaltanti. Poco male, per Riva che a differenza di altri
investitori continua a mantenere in bilancio la sua quota di Alitalia al valore
di carico, senza svalutarla. D’altronde, in tempi di crisi gravissima per
l’acciaio, è lecito sospettare che i proprietari dell’Ilva contassero di
incassare un dividendo, per così dire, politico dalla loro partecipazione alla
cordata promossa da Berlusconi e Passera, come numero uno di Intesa.
Sarà un
caso, ma giusto poche settimane prima che venisse siglato l’affare (si fa per
dire) Alitalia, la banca all’epoca guidata da Passera finanziò un’operazione
molto importante dei Riva. Con un prestito di 100 milioni di dollari (circa 80
milioni di euro) il gruppo che controlla Ilva siglò un contratto con un cantiere
cinese per la costruzione di due enormi navi tipo bulk carrier (più di
100 mila tonnellate di stazza) che servono a trasportare minerali di ferro, la
materia prima delle acciaierie. Va detto che i rapporti tra il patron Emilio
Riva, ancora agli arresti domiciliari dal 26 luglio
, e la banca milanese
datano da gran tempo, molto prima che Passera si insediasse al
vertice.
L’industriale dell’acciaio è stato per decenni un importante cliente
della Cariplo, la grande cassa di risparmio lombarda che 15 anni fa si è fusa
con il Banco Ambroveneto, dando vita all’istituto destinato a crescere
ancora (Comit e poi Sanpaolo) fino a diventare l’attuale Intesa.
Nel 1995 fu proprio la Cariplo a finanziare l’offerta per comprare l’Ilva messa
in vendita dallo Stato. Un’operazione da 2.200 miliardi di lire, pari a oltre un
miliardo di euro attuali. Con il passare del tempo i rapporti tra Riva e la sua
banca di riferimento si sono consolidati e gli affari sono proseguiti alla
grande anche dopo l’arrivo del banchiere destinato a diventare ministro. Intesa
resta la banca di riferimento del colosso siderurgico, seguita a distanza dalla
Popolare di Bergamo. D’altra parte un cliente come l’Ilva e le altre
acciaierie targate Riva valgono decine di milioni l’anno di ricavi per gli
istituti di credito che hanno finanziato il gruppo per oltre 2 miliardi di euro.
E allora come dire di no a un banchiere amico come Passera. Un banchiere che ora
fa il ministro e sarà chiamato (anche lui) a risolvere la colossale grana di
Taranto.

da
Il Fatto Quotidiano del 10 agosto 2012

Soldi pubblici, vizi privati: il forziere dei Riva

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IL PUNTO DI MARIO MOLINARI (Savonanews)

Ilva “eccellenza italiana” con € 164.400.000 di
capitale sociale in Lussemburgo

Ma in arrivo ci
sono 336 milioni di Euro pubblici per bonificare i danni degli impianti
(privati) Il notaio Lussemburghese? Ironia della sorte: Monsieur Hellinckx, lo
stesso di Nucera e Geotea


Leggendo l’accattivante brochure del Gruppo Riva si avverte
la fragranza di “una storia italiana”, una specie di mulino bianco dove si
macina carbone per colare l’acciaio da vendere. Per guadagnare soldi,
semplicemente. 
L’ILVA è stata “privatizzata” dalla vecchia Italsider, dove
navigò il buon Gambardella della Margonara. Italsider fece senz’altro un buon
affare vendendo Ilva ai Riva, tanto che i Riva ci cavarono palate di miliardi, a
quel punto privati. 
Grati, investirono così tanto per non appestare il
luogo, che la magistratura, nonostante ogni tipo di tentativo di portar dalla
loro stampa e controllori, anche facendo perder la faccia ad una persona perbene
come l’ex prefetto Bruno Ferrante, gli sequestrò lo stabilimento. 
L’ilva è
controllata totalmente dai Riva, attraverso la RIVA FIRE Spa, dove “FIRE” non
sta per fuoco in inglese ma per una cosa tipo Finanziaria Industriale Riva
Emilio. 
Ed è con questo nome che all’inizio della vicenda provammo a vedere
se esisteva nel paradiso fiscale europeo per eccellenza – il Lussemburgo – senza
successo. Bene, pensammo. almeno qualcuno che sta davvero in Italia, anche
fiscalmente. 
Poi fummo colti da un pensiero: ma vuoi veder cosa combina il
senso d’onnipotenza? E cercammo nel Granducato fiscale – banalmente – alla voce
“ILVA” 
ed eccola lì, 

ILVA INTERNATIONAL S.A. costituita il 05/02/2004, in rue de
la chapelle (la strada della cappella) pure al civico
17

tra

1) ILVA SpA, ayant son siège à Viale Certosa 249, I-20151
Milan rappresentata da Monsieur Michel Comblin, conseil fiscal, demeurant à
Glabais (Belgique), en vertu d’une procuration sous seing privé, lui délivrée
à Milan, le 5 décembre 2003.

2) PARTICIPATIONS ET FINANCEMENTS EXTERIEURS S.A., en abrégé
PARFINEX S.A., ayant son siège à L-1325 – Luxembourg, 17, rue de la Chapelle,
ici représentée par Monsieur Claude Zimmer, conseil fiscal, demeurant à
Luxembourg 

Per un totale di 16.440.000 actions de EUR 10 chacune, totalisant
EUR 164.400.000

Centosessantaquattro milioni di
Euro, oltre trecento miliardi di vecchie £ire. Non esattamente una mancia pro
forma per una scatola vuota. 
Si, ma i Riva che c’entrano? Leggiamo oltre
alla voce Amministratori

2. Sont appelés aux fonctions d’administrateur non
rémunéré:

a) Monsieur Fabio Riva, entrepreneur, né à Milan,
le 20 juillet 1954, demeurant professionnellement à I-20151 Milan, Viale
Certosa 249.
b) Monsieur Angelo Riva, industriel, né à Milan, le
19 octobre 1966, demeurant professionnellement à L-20151 Milan Viale Certosa
249.
c) Monsieur Hans-Hinrich Muus, conseiller d’entreprise, né
à Hamburg, le 13 octobre 1937, demeurant à D-20148 
A rivedere i conti una
vecchia conoscenza come DELOITTE & TOUCHE S.A.
E il notaio che
redige l’atto? Naaaa: Henri Hellinckx, lo stesso della GEO di Nucera e della
Geotea (Ecosavona & Bossarino) di Bagnasco
Bravi tutti.  
In
appendice: 
Tra il 1994 e il 1995, a cavallo tra i governi Ciampi, Berlusconi
I° e Dini va in porto la privatizzazione dell’ILVA (che dopo aver aperto il
bijoux di Taranto cambiò il nome in Italsider) 
Erano appena trascorsi gli
anni belli di Giovanni Gambardella, che tentò la Margonara. Il Corriere della
Sera nel 1993 ricorda così: 

“Celebri
manager pubblici e privati, una volta rimossi da poltrone di prestigio, si
mettono in proprio e ricominciano, si fa per dire, da zero. E cosi’ ha fatto in
sordina anche Giovanni Gambardella, l’ ex amministratore delegato dell’
Ilva travolto dalle perdite della siderurgia pubblica.” 
Condensando in una riga: lo Stato sbologna l’Ilva, i Riva se la acchiappano.
Chi avrà fatto l’affare. Segue uno schema dei dati economici del Gruppo Riva nei
quali curiosamente il Lussemburgo pare proprio non compaia. Fonte: il Gruppo
Riva 
ma se l’ITALSIDER era così in perdita… com’è che, passata ai
Riva…

 


Una fionda per Davide?

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ILVA: MILLE IN PIAZZA A TARANTO E APPLAUSI A GIP

OPERAIO SIDERURGICO
CATALDO RANIERI È IL SIMBOLO DELLA PROTESTA
(dell’inviato Roberto
Buonavoglia)
Non chiamatelo capopopolo, potrebbe offendersi. Ma il
carisma di Cataldo Ranieri, operaio dell’Ilva di 42 anni, è tipico di chi le
battaglie ha deciso di farle sul serio e non certo contro la magistratura ma per
difendere dall’inquinamento industriale la sua città. Lui, addetto agli impianti
marittimi del siderurgico tarantino, che – dice – da «tre anni sono sotto
sequestro con facoltà d’uso», è in grado di parlare alla gente, di scandire
quelle parole che la politica ha smesso da tempo di pronunciare. È capace pure
di emozionarsi. I cittadini lo sanno e lo seguono, come un capopopolo. Per
questo oggi pomeriggio Ranieri e gli aderenti al ‘comitato cittadini e
lavoratori liberi e pensantì, del quale l’operaio è portavoce, sono riusciti a
portare nella centralissima piazza della Vittoria circa mille persone. È vero,
non si tratta di molta gente anche se mancano tre giorni a Ferragosto e la città
è semi deserta, ma a Taranto tante persone per strada a parlare dell’Ilva e di
tumori su invito di un gruppo di comitati non si erano mai viste. E poi è la
piazza a mormorare che finalmente qualcosa si muove e che l’anello di
congiunzione tra i vari comitati e associazioni è proprio questo ragazzone
biondo che si consegna alla folla, alle telecamere e ai flash con ciabatte
infradito, bermuda e t-shirt. Per spiegare subito di che pasta è fatto dice di
essere «politicamente indipendente», di lavorare all’Ilva da 15 anni, di avere
due figli maschi di 9 e 13 anni e aver un mutuo sulle spalle da 650 euro al mese
che finirà di pagare tra 25 anni.
Quindi, è uno che ha certamente bisogno di
lavorare per vivere.
Ma dice di essere felice di «avere finalmente rotto le
catene» per dire alla gente «che i politici hanno tradito i tarantini perchè non
sono mai intervenuti per fermare l’Ilva che avvelena Taranto», e ai suoi
colleghi «che non si può barattare un posto di lavoro con la salute dei nostri
figli».
Ranieri è il primo a parlare alla folla, poi interverranno gli
aderenti ad altri comitati. Ma quello che subito balza all’attenzione è la
voglia dei tarantini di dire basta.
Infatti, non si era mai vista una piazza
acclamare a squarciagola come si fa allo stadio il nome di un giudice, il gip
Patrizia Todisco, che ha deciso di sequestrare le aree a caldo dell’Ilva e che
ha avuto il coraggio di ribadire che gli impianti vanno fermati. Al magistrato
la folla ha riservato anche un applauso scrosciante. «Mentre fino a qualche mese
fa – ha detto Ranieri – si invitava la magistratura a fare il proprio dovere
sull’inquinamento provocato dall’Ilva, ora ci sono attacchi anche politici a un
giudice che ha fatto solo il suo dovere».
«La gente – sottolinea l’operaio –
sa che la classe politica che finora ci ha rappresentato qui a Taranto ci ha
tradito e non è mai intervenuta per fermare l’Ilva che avvelena la
città».
Bacchettate non sono mancate al governo che ha deciso di inviare a
Taranto il 17 agosto prossimo tre ministri. «Vengono – dice Ranieri, a cui fanno
eco gli esponenti di altri comitati – per tutelare gli interessi dell’Ilva: noi,
tre ministri, li avremmo voluti qui a Taranto per i bambini del rione Tamburi
intubati in ospedale perchè ammalati di tumore». Ed è stata proprio una storia
di tumore che lo ha indotto a fondare il comitato. «Il 27 luglio – racconta
emozionato – stavamo bloccando il ponte girevole per protestare contro il
sequestro dell’Ilva; mi si è avvicinato un automobilista e mi ha detto: ‘Io devo
passare, devo accompagnare mia moglie a fare la chemioterapià. Da quel giorno –
sospira – la mia vita è cambiata».
(ANSA).

I
documenti originali parlano chiaro! Attenti ai media!

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…grazie al formidabile blog
Corporeus Corpora
vi sottoponiamo gli ultimi documenti della Procura
sull’Ilva

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Tarasleaks 2012: I due
provvedimenti del G.I.P. in seguito alle decisioni del riesame

Gli atti giudiziari del 10 e dell’11 Agosto 2012
a firma Patrizia Todisco, in originale

La vicenda ILVA prosegue a spron battuto, anche
in queste ore. Corporeus corpora, secondo quanto
promesso, ha ottenuto i documenti originali del processo che vanno a completare
quanto già messo da noi a disposizione nei giorni trascorsi:
  1.  Decreto di sequestro con copiosa documentazione tecnica,
    G.I.P.
  2.  Dispositivo riesame su decreto di sequestro (impugnato da
    ILVA), Tribunale del riesame
In seguito, nelle giornate del 10 e dell’11, la
dottoressa Patrizia Todisco ha ritenuto di intervenire a sua volta sulle
decisioni del riesame, alquanto sibilline, come subito riconoscemmo.
Ambedue gli atti sono ampiamente motivati, ma
vanno letti in originale. Solo così si può evitare che la strumentalizzazione
politica, giudiziaria e giornalistica renda indistricabile il contesto e gli
avvenimenti. Corporeus corpora dichiara sin dall’apertura questo quale
scopo principale della sua presenza.
Ecco il primo dei due provvedimenti,
n.5488/10, che ha la funzione di tradurre in realtà processuale le indicazioni
ricevute dal riesame. Affermando che il testo della sentenza del riesame non
prevede la possibilità di produrre alcunchè, se non bonifiche.
E di adottare
“tutte le misure tecniche necessarie a scongiurare il protrarsi delle situazioni
di pericolo e ad eliminare le stesse”, in quanto l’impianto del decreto di
sequestro viene esplicitamente confermato.
Notate bene che in questo primo provvedimento,
di 3 pagine, la nomina del dr. Ferrante quale custode, per come decisa dal
riesame, resta incontestata.
A seguire il secondo, finalizzato questa volta
alla revoca del dr. Ferrante quale custode dei beni sequestrati.

Chiarimenti
Riesame ILVA_5488-10

L’atto a
seguire, con cui il G.i.p. nega al direttore dello stabilimento Ferrante la
qualità di custode, ha come motivazione l’aver egli compiuto immediatamente atti
incompatibili con la sua qualità pubblica. 

Segnatamente l’ordine immediato ad impugnare il provvedimento
n.5488/10 (sopra)
, impartito in qualità di “presidente del consiglio di
amministrazione e legale rappresentante pro tempore dello stabilimento
ILVA s.p.a. di Taranto” e comparso in veste di notizia sul sito dell’Ansa alle
16.43 del giorno 11 Agosto, manifesta da subito l’incompatibilità delle due
funzioni, in palese contrasto.

Almeno
nell’opinione della dottoressa Todisco. Che ci sentiamo di condividere, sebbene
non si siano attese le motivazioni del riesame per procedere: non crediamo ciò
lasci troppo spazio al Guardasigilli Cancellieri per interventi di sorta.
Leggete però da
voi:

Incompatibilità
Ferrante_ILVA






Ovviamente non finisce qui. Nè la vicenda ILVA, nè il nostro committment a
fornire dati e testi certi su cui ciascuno possa costruire un’opinione ben
fondata, sottratta alle sabbie mobili della propaganda. 


Dal
teatrino di Roma

Ascolta con webReader

Ecco il podio del Circo Massimo Romano.
La medaglia d’oro va
ovviamente al Gran Clown Clini che vince lo spazio video con la sua proposta di
interpellare l’Organizzazione Mondiale della Sanità per Taranto!! Ma il suo
Ministero che fa?

Ricordando la celebre gag di Corrado Guzzanti ci
viene in mente quello che disse il tecnico dopo aver aperto il computer per
riparalo: “qui ci vuole un tecnico”!

A proposito, sulla scia di questa
iperbole di battute da circo: c’è nessuno che proponga di mandare i Caschi Blu
all’Ilva?

 

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Un testo da applausi per la prima parte e indubitabilmente ottuso
nella seconda. Ecco i due volti confusi della Lega!

PS. Ma la famiglia
Riva non è di Brescia?

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 Ilva: Lega Nord diserta audizione Clini, ”Governo meridionalista”

(ASCA)
– Roma, 14 ago – ”Oggi i componenti della Lega Nord in seno alla commissione X
Attivita’ Produttive della Camera dei deputati non prenderanno parte alla
riunione della stessa che deve avvenire congiuntamente con la commissione
ambiente sul caso Ilva di Taranto per una precisa ragione politica”.
Lo
annuncia, in una nota, Gianni Fava, responsabile del settore attivita’
produttive della Lega Nord.
”Non abbiamo in alcun modo condiviso nelle
modalita’ ne’ tantomeno le finalita’ dell’odierna convocazione. Troviamo infatti
discutibile – spiega Fava – il fatto che si riuniscano organismi parlamentari in
un periodo del genere per commentare una sentenza della magistratura ed
eventualmente censurarla. La sinistra italiana per anni ci ha ripetuto che le
sentenze si rispettano e non si commentano e adesso chiedono a gran voce di
convocare il parlamento per fare quello che normalmente imputavano al mondo
berlusconiano. Il fatto poi che a fare il pm della politica contro la
magistratura sia chiamato il ministro Clini lascia quantomeno perplessi. Se le
leggi sono sbagliate il parlamento dispone degli strumenti e delle prerogative
per modificarle, ma se sono giuste allora bisogna tollerare che i magistrati le
applichino. Siamo certi che tutto questo fervore non si sarebbe verificato se si
fosse trattato di qualche azienda del nord, magari medio-piccola, per la quale
nel caso di ordinanze restrittive da parte della magistratura avremmo assistito
ad un patetico coro di consenso provenire dall’area benpensantedella politica
italiana”.
Ma si sa, conclude, ”anche se noi non ci rassegniamo
facilmente, questo governo dimostra tutto il proprio strabico razzismo nei
confronti del nord e non perde occasione per dimostrare che quando in ballo ci
sono gli interessi del sud tutte le armi sono ammissibili, compresa
un’incomprensibile levata di scudi nei confronti di quei magistrati che fanno
solo il proprio mestiere. Pertanto abbiamo deciso di lasciare che se la cantino
e se la suonino da soli, riservandoci di prepararci per una grande battaglia
parlamentare alla ripresa di settembre quando si entrera’ nel vivo del dibattito
sul cosiddetto decreto Ilva, dove guarda caso si cerchera’ di far piovere
ingenti quantita’ di risorse pubbliche a favore del giusto risanamento di
un’area fortemente compromessa, ma non si affrontera’ in alcun modo e con alcuna
risorsa il tema del risanamento delle tante areedel nord che necessitano dei
medesimi interventi”.
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Ma
perché quando Di Pietro era ministro per le infrastrutture e non si mosse per le
bonifiche e le verifiche sui fondali del porto? 

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Ilva, Di Pietro: Riva foraggiava politici per avere regalie

“Quel che ha fatto lui peggiorerà con la nuova legge su finanziamento”

(TMNews)
– “Emilio Riva è il proprietario dell’Ilva, la fabbrica che da anni avvelena
Taranto senza che la politica nazionale muova un dito per proteggere i cittadini
e far rispettare la legge. Sarà una coincidenza, ma Emilio Riva è anche un
grande finanziatore della politica, uno di quelli che non fanno preferenze e
foraggiano un pò tutti: un miliardo a destra, uno a sinistra e nessuno
s’ingrugna”. E’ quanto scrive sul suo blog il leader dell’Italia dei Valori,
Antonio Di Pietro.
Mentre appestava il mare, l’aria e la terra di Taranto –
sottolinea l’ex pm – Riva donava 245mila euro a Forza Italia e 98mila non al Pd,
che allora ancora non esisteva, né ai Ds, ma al futuro ministro dello Sviluppo
Economico e futuro segretario del Pd, Pierluigi Bersani. Si trattava di
finanziamenti leciti e del tutto regolari. Ma, che il signor Riva, un tipo
accorto e ben attento al proprio portafogli, abbia cacciato tutti quei soldi
gratis et amore Dei non lo crederebbe nemmeno un bambino: lo scopo era riceverne
regalie”.
Riva – aggiunge ancora Di Pietro – si è fatto bene i conti. Ha
capito che avrebbe risparmiato milioni di euro intervenendo sul sistema e
rendendoselo amico con il denaro, piuttosto che mettendo in sicurezza i suoi
impianti e bonificando l’ambiente che aveva inquinato. Io non voglio neppure
pensare che la folle aggressione contro la magistratura di Taranto da parte dei
principali partiti c’azzecchi qualcosa con quegli esborsi. Ma, proprio perché
non lo penso, dico forte e chiaro che chi ha preso soldi da Riva dovrebbe, oggi,
sentire il dovere morale e avere la delicatezza istituzionale di non intervenire
a gamba tesa in questa vicenda e lasciare che se ne occupi chi di
dovere”.
Questa brutta vicenda è un presagio chiaro, purtroppo, di quello che
succederà con la nuova legge sul finanziamento dei partiti, varata a luglio e
scritta dalla Casta su proposta di ABC. Quella legge – sottolinea ancora il
leader Idv – incentiva le donazioni dei privati ai partiti, gli permette di
scaricarsele dalla dichiarazione dei redditi, fissa un tetto per i regali dei
privati ai politici e, insieme, indica l’inganno con cui lo si può aggirare. E’
una legge che legittima e incentiva le tangenti: per gente come Riva sarà una
festa. Pagheranno a destra e a sinistra, si metteranno con le spalle al coperto
e, oltretutto, potranno anche farsi rimborsare dallo Stato, sotto forma di
sgravio fiscale, la tangente legalizzata”.
Quella legge – conclude Di Pietro
– deve essere abolita prima che finisca di distruggere l’Italia”. 
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Anche Balduzzi
entra nel Gran Circo con un numero di equilibrismo linguistico da vero
giocoliere! 

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Ilva: Balduzzi, situazione da seguire con attenzione

(ASCA)
”La situazione e’ da seguire con molta attenzione perche’ i dati di cui
disponiamo dicono che bisogna fare attenzione e quelli che a breve avremo
delineeranno una strategia compiuta”. Lo ha detto in diretta a Tgcom24 il
ministro della Salute Renato Balduzzi sul caso dell’Ilva di Taranto. Sulla
possibilita’ di chiudere lo stabilimento, ”Sia Clini che Passera – ha precisato
il ministro – hanno detto alcune cose da valutare con attenzione. Non sono
decisioni che possono essere prese senza ponderazione. Si agira’ nell’interesse
di tutti e di tutte le prospettive coinvolte. Non si puo’ fare una gerarchia tra
le problematiche in campo”. Sulla strategia che si adottera’ a breve, il
ministro ha aggiunto:”In presenza di queste situazione la gerarchizzazione dei
beni e’ problematica, il problema e’ intrecciare le polarita’, non e’ facile ma
e’ la scommessa da vincere. Non ci sono scorciatoie. A ottobre ci saranno le
condizioni per poter lavorare con la Regione a una strategia per Taranto”.

Violenze
e intimidazioni

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Ilva, Taranto spaccata in due. «amici» e
«nemici» del gip 

Due fronti sempre
più contrapposti. Dentro e fuori la fabbrica. Nel sindacato. Nella città. Nello
stesso management dell’Ilva.
Sì, nel giorno in cui il governo Monti rompe gli
indugi e si schiera apertamente contro gli ultimi provvedimenti della dottoressa
Patrizia Todisco (il giudice per le indagini preliminari del Tribunale che ha
sequestrato l’area a caldo del siderurgico jonico), a far notizia sono due
immagini diametralmente opposte. Due immagini che fotografano nitidamente quel
che sta accadendo a Taranto alla vigilia di un Ferragosto che si annuncia a dir
poco infuocato: da un lato quella degli operai e delegati di Fim e Uilm che in
mattinata, dalle 10 alle 12, sono usciti dalla fabbrica per bloccare il traffico
sulla statale 100 e per ribadire il loro dissenso nei confronti della
magistratura e della dottoressa Todisco; dall’altra quella del migliaio di
persone (operai e pensionati dell’Ilva, ambientalisti, aderenti al movimento 5
Stelle, Cobas, frange di Sel, di Rifondazione comunista e semplici cittadini)
che alle 4 e mezzo del pomeriggio si sono radunati in piazza della Vittoria per
urlare a squarciagola che «Patrizia Todisco non è sola» e che «per l’Ilva e per
Taranto è arrivato il momento della verità».

Sì, nel giorno in cui da
Roma arriva la conferma che venerdì saranno qui a Taranto i ministri Corrado
Passera (Sviluppo economico) e Corrado Clini (Ambiente), queste due immagini
raccontano tantissimo. Innanzitutto ci confermano che il fronte sindacale si è
letteralmente frantumato e che la Fiom, cui ieri l’azienda ha negato di riunire
i lavoratori in assemblea, non ha più alcuna intenzione di seguire Fim e Uilm
«in iniziative che sono dichiaratamente contro la magistratura».

Surreale, a questo proposito, la situazione che si è determinata a
mezzogiorno davanti ai cancelli della Direzione Ilva, dove il presidente Bruno
Ferrante aveva convocato i vertici sindacali di Fim, Fiom e Uilm per un incontro
preliminare a quelli che si sono poi svolti nel primo pomeriggio a Bari.

Ebbene, nonostante la convocazione, i cancelli sono rimasti sbarrati ai
rappresentanti sindacali sino alle 12.30. Motivo? Perché nel piazzale interno,
situato di fronte ai cancelli, qualcuno (incaricato chissà da chi?) aveva
pensato di sistemare delle pale meccaniche. A che scopo? In segno di protesta
nei confronti dei custodi giudiziari nominati dalla dottoressa Todisco, i quali
sin dal primo mattino si erano recati in fabbrica per prendere visione di tutta
la documentazione archiviata proprio negli uffici di Direzione.

Un’iniziativa, quest’ultima, che spiega anche i contrasti, ormai
evidenti, all’interno dello stesso management, dove più di un dirigente non
condivide la «linea morbida» dell’ex prefetto di Milano Ferrante.

Durissime, in questo senso, le dichiarazioni che in tarda mattinata ha
rilasciato alla Gazzetta il segretario provinciale e regionale della Fiom-Cgil,
Donato Stefanelli. «Queste persone – ha detto riferendosi a chi ha sistemato le
pale meccaniche sul piazzale – devono essere trattate come tutti quegli operai
che in questi anni di fronte a una minima infrazione sono stati colpiti da duri
provvedimenti disciplinari. La legge sia uguale per tutti. Se in azienda ci sono
soggetti che fanno riferimento al vecchio regime, è bene che comprendano che
l’impunità è finita, che il rispetto delle regole c’è anche per loro».
Ma
altrettanto dure, anzi persino più dure, sono le parole che Stefanelli ha
pronunciato all’indirizzo dei vertici di Fim e Uilm, sindacati, soprattutto la
Uilm, che negli ultimi anni sono diventati largamente maggioritari in Ilva: «Non
spetta a noi commentare gli atti della magistratura. Non spetta a noi dire se
sono coerenti o quant’altro. Non spetta a noi occuparcene. Lo facciano gli
organi competenti: il Csm, il governo, chi lo deve fare. Perché noi
rifuggiano dall’utilizzare i lavoratori come testa d’ariete contro la
magistratura.
Ed è il motivo per il quale ci siamo dissociati da questa
iniziativa irresponsabile che stamattina (ieri mattina per chi legge, ndr) Fim e
Uilm hanno organizzato. Perchè non ci dimentichiamo che queste cose le ha fatte
l’Ilva di ieri. Non ci dimentichiamo del famoso 30 di marzo, quando l’Ilva
schierò per le strade di Taranto i lavoratori contro la magistratura nel giorno
dell’incidente probatorio. Oggi (ieri) loro hanno fatto la stessa cosa. È un
atteggiamento irresponsabile e servile».
Per la Fiom, al contrario, è
innanzitutto l’Ilva che deve dire che cosa intende fare. «Noi – ha detto ancora
Stefanelli – abbiamo chiesto a Ferrante di presentarci un “Piano di interventi e
di risanamento”. E su questo vogliamo che sia aperto un tavolo negoziale. Perché
i lavoratori ed il sindacato non possono diventare soggetti passivi. Perché se
Ferrante interloquisce con la magistratura o con il governo, noi non possiamo
diventare spettatori. Abbiamo il diritto di essere protagonisti, perché gli
interventi che l’Ilva dovrà eseguire non sono fini a se stessi, ma riguardano le
condizioni di lavoro degli operai dell’Ilva».
Parole, quelle di Stefanelli,
che segnano un solco nei rapporti con Fim e Uilm, i cui vertici, però, non si
smuovono di un millimetro. E infatti, per oggi alle 10, i rispettivi segretari
provinciali, Mimmo Panarelli e Antonio Talò, hanno deciso di organizzare un
altro sciopero di due ore con conseguente blocco stradale.

Quella di
oggi, con tutta probabilità, sarà la prova generale di quel che accadrà venerdì,
quando, in occasione dell’arrivo a Taranto dei ministri Passera e Clini, a
manifestare saranno anche i cittadini che ieri si sono riuniti in piazza della
Vittoria.
La loro è un’iniziativa per tanti versi spontanea, ma che con il
trascorrere delle ore sta assumendo i caratteri di una vera e propria nuova
formazione politica, con tanto di portavoce: il 42enne operaio Ilva Cataldo
Ranieri. Per venerdì hanno giurato che si faranno sentire e che «assedieranno i
ministri ovunque essi si riuniscano».
Il loro programma è chiarissimo.
Innanzitutto sostengono l’azione della magistratura e poi hanno una spasmodica e
giustificata voglia di «verità» in una città che per troppi anni ha seppellito
nel silenzio generale decine di morti ammazzati dall’inquinamento. Ed è anche
per questo che ieri hanno invocato l’arrivo a Taranto del ministro della Salute,
Renato Balduzzi. Ma è anche per questo che in tanti qui a Taranto temono che
quello di venerdì 17 agosto sarà un giorno «caldissimo».

Era ora!

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Certo che sarebbe una grande soddisfazione se La Repubblica riconoscesse
che la questione dell’idoneita’ dei membri della commissione IPPC per l’AIA Ilva
venne sollevata da questo blog… 

Sul
presidente Dario Ticali clicca qui 

Ilva, autorizzazioni pilotate e corruzioneadesso la Finanza indaga
sull’azienda

L’inchiesta della Guardia di Finanza gira intorno all’Aia, l’autorizzazione
che nel 2011 fu rilasciata dal governo Berlusconi. In alcune foto il passaggio
di 10 mila euro al perito del tribunale. Il figlio del patron accusato di
corruzione  di MARIO DILIBERTO e GIULIANO FOSCHINI

L’AIA

Il
centro dell’inchiesta della Guardia di finanza gira attorno all’Aia,
l’autorizzazione integrata ambientale che il 4 agosto del 2011 il governo
Berlusconi rilasciò dopo quasi otto anni di discussione. Bene, il sospetto delle
Fiamme gialle è che in quel documento (che ora il ministro Clini vuole rivedere
al più presto) i limiti di inquinamento siano stati disegnati appositamente
sulle emissioni dell’Ilva. E’ un fatto, viene ricostruito in un’informativa, che
l’allora capo delle relazione esterne dell’azienda, Girolamo Archinà (rimosso
ora dal prefetto Bruno Ferrante) fosse in rapporti con i membri di quella
commissione. “L’effettiva e la buona riuscita dei contatti – annota la Finanza –
si rileva, come si accennava in precedenza, dai costanti aggiornamenti che egli
fornisce ai vertici aziendali, con i quali ovviamente condivide le strategie da
porre in atto, recependo le direttive che di volta in volta vengono 

impartite. Nello specifico emerge come
anche a livello ministeriale fervano i contatti non proprio istituzionali per
ammorbidire alcuni componenti della Commissione IPCC AIA; con i predetti le
relazioni vengono mantenute da tale Vittoria Romeo e in parte anche
dall’avvocato Perli””, entrambi consulenti dell’azienda. Ed è un fatto che
l’avvocato milanese Franco Perli parlando con Fabio Riva dice: “La Commissione
ha già accettato il 90% delle loro osservazioni e che non vi saranno sorprese,
anche se la visita va un po’ pilotata”.
Vittoria Romeo parla al telefono
con Fabio Riva e spiega le loro modalità di movimento.

R.: “Allora
dicevo ad Archinà, se Palmisano che è quello della Regione, tira fuori
l’argomento in Commissione, siccome l’Arpa deve ancora dare il parere sul
barrieramento e a noi serve un parere positivo per continuare a dimostrare che
non dobbiamo fare i parchi…”. 

Riva: “E’ chiarissimo. Però siccome
noi non possiamo assolutamente coprire i parchi perché non è fattibile… tanto
vale rischiarla così”.

R.: “Valutiamo se la cosa in questi giorni la
teniamo al livello di Ticali, Pelaggi, Mazzoni (ndr, presidente e membri della
commissione) oppure…”. 

Riva: “No, picchiamo…. picchiamo
duro….”.

Fabio Ticali era il presidente di quella commissione Aia. La
sua nomina destò un certo scalpore: proprio Repubblica raccontò che
furono fatti fuori esperti e messi nella commissione Aia signori nessuno, quasi
tutti siciliani, come l’allora ministro Stefania Prestigicomo. E che fu scelto
il trentenne Ticali a capo della commissione che aveva come pubblicazione più
importante una sul ravaneto stradale.

LA
CORRUZIONE

L’attenzione della Finanza si è concentrata prima
sull’incontro tra Archinà e il perito del pm, il professor Lorenzo Liberti.
Secondo l’accusa ci fu un passaggio di diecimila euro (documentato da alcune
fotografie) per ammorbidire una perizia. Secondo gli investigatori anche Fabi o
Riva sapeva, tanto da essere ritenuto responsabile di concorso morale nella
corruzione.

Riva: “Ieri come è andata?”.

A.: “E’ andata
secondo le aspettative…”. 

Archinà, appunta la Finanza, “dice al Fabio
Riva che consegnando in anteprima le analisi, potrà iniziare a lavorare (sul
Liberti) affinché non nasconda che il profilo è identico, bensì che attesti che
comunque le emissioni di diossina prodotte dal siderurgico siano in quantitativi
notevolmente inferiori a quelli accertati all’esterno”.
I Riva quindi
vogliono addomesticare le perizie. E forse lo fanno con il denaro. Capita anche
che conoscano i risultati in anticipo. Al telefono parla ancora una volta Fabio
Riva. 

Riva: “La perizia tecnica sembrava andasse tutto bene…
non lo so che caz… è successo… Però è succulenta la cosa di beccare un Riva
giovane.. eh papà…”. 

FUMO NEI COMUNICATI

Agli atti c’è anche
un incontro tra Nichi Vendola, Fabio Riva, Girolamo Archinà e il direttore
dell’Ilva Capogrosso. Proprio Fabio Riva ne parla con il figlio Emilio (omonimo
del nonno) che suggerisce: “Facciamo un comunicato stampa fuorviante, tanto per
vendere fumo dicendo che va tutto bene e che Ilva collabora con la Regione”.
Proprio i giornalisti sono un problema per l’azienda. Tanto che ci sarebbero
rapporti “pericolosi” (la Procura sta inviando gli atti all’ordine). Archinà è
molto seccato delle notizie sui giornali. “Mi sto stufando perché fino a quando
io sò stato accusato di mantenere tutto sotto coperta, però nulla è mai
successo… nel momento in cui abbiamo sposato la linea, la trasparenza, non ci
raccogliamo più…. La situazione è complicata e se non si ha l’umiltà di dire
ritorniamo tutti a nascondere tutto”.  (La
Repubblica)

mercoledì 15 agosto 2012

Rush
finale! E dopo anche il comitato va in vacanza..

Ascolta con webReader

L’appuntamento è alle ore 8,30 a Piazza
Castello a Taranto: tutti in corteo il 17 agosto!!!

Stop ai
veleni Ilva!

Comunicato stampa di “Donne per
Taranto”

La posizione ufficiale del Comitato Donne per Taranto è stata
sempre quella della Chiusura dell’Area a caldo e dei siti inquinanti che
persistono sul nostro Territorio. Posizione da sempre a Tutela del Bene Supremo
e improcrastinabile che è la Salute al quale tutti gli altri Beni e Diritti ne
sono subordinati.
In questi anni il nostro impegno è stato sempre orientato a
denunciare uno stato di “emergenza sanitaria”, chiedendo che la Politica locale
e Nazionale intraprendesse azioni, non annacquate e approssimative, come  è
stato, ma reali, coraggiose e serie. Ne abbiamo ricevuto continuamente solo
silenzi assordanti portando, negli anni,  questo territorio ad un punto senza
ritorno, senza futuro e senza alternative in una situazione di emergenza
sanitaria e ambientale senza paragoni che certamente si sarebbe potuta
evitare.
Laddove la Politica è stata assente (o spesso dalla parte del
Profitto e dell’Industria) è intervenuta la Magistratura e ora paradossalmente
si assiste ad un improvviso e quanto mai “strano”  risveglio della Politica che
unica cosa che sta tentando di fare è frenare le azioni della Magistratura che
finalmente ha messo nero su bianco ciò che da anni, sbattendo contro muri di
gomma, stavamo denunciando: a Taranto si sta perpetuando uno dei crimini più
gravi dell’Umanità.

Una Politica sorda che si è persino inventata leggi
“ad-Personam” (pro-Ilva) non può adesso all’improvviso tornare sulla scena, una
scena dove continuano a calpestare il nostro Diritto elementare alla VITA.
Se
la Politica  ora può fare qualcosa è lasciare che la Magistratura compi il suo
percorso senza “minacce velate” che stanno mettendo in atto in un modo sottile e
pericoloso.
Se la Politica  ora può fare qualcosa è studiare strategie per
risanare questo territorio martorizzato da chi lo ha spremuto fino all’osso e
cercare fondi per fare in modo che la sua gente torni a vivere e lo faccia senza
Ilva e senza dover pagare un Prezzo così alto, come quello pagato fino ad
oggi.
Non capiamo e non condividiamo il risveglio di questa Politica che
unica cosa che continua  a fare è inseguire un sogno di una ECO-COMPATIBILITA’
impossibile da raggiungere.  Una ECO-COMPATIBILITA’ che le stesse perizie hanno
dimostrato essere impossibile. Cosa si sta inseguendo allora? Forse solo il
tentativo di “convincerci” che siamo destinati ad ammalarci e a morire perché se
l’Ilva dovesse chiudere questo territorio morirebbe e con esso l’industria
italiana? Noi diciamo NO a tale “terrorismo psicologico” e diciamo NO a chi
vuole fare di Taranto la culla del Profitto a beneficio di altre Industrie del
territorio Nazionale ma a scapito della nostra stessa Vita.
Noi continueremo
sempre a sostenere la Magistratura rigettando ogni tentativo di interferenza e
continueremo a vigiliare e a lottare perchè a Taranto si ottenga GIUSTIZIA . Il
nostro Grazie al GIP Patrizia Todisco e ai Magistrati di Taranto lo esprimeremo
ancora una volta partecipando alla Grande Manifestazione organizzata venerdì 17
dal Comitato “cittadini liberi e pensanti” e invitiamo tutta la Popolazione a
essere presente. L’appuntamento è alle ore 8,30 a Piazza Castello. Taranto
merita di Vivere senza ricatti: Taranto merita di VIVERE!

IMPRESA E AMBIENTE

Diretta / Ilva, finisce il
vertice con i ministri
Ferrante: “Dall’Ilva altri 56 milioni per bonifica” manifestanti in attesa di Clini e
Passera

Zona rossa  attorno alla prefettura e cortei
vietati: queste le misure di sicurezza adottate in occasione del vertice con i
ministri Clini e Passera, protesano gli ambientalisti.  Malumori per la
decisione del questore di limitare cortei “sotto la prefettura e nelle relative
adiacenze”.

http://bari.repubblica.it/cronaca/2012/08/17/news/diretta_ilva_tensione_a_taranto_cortei_vietati_nella_zona_rossa_mappa_in_arrivo_i_ministri_clini_e_passera-41067862/ 




Cronache
17/08/2012 –

Politici, funzionari, manager Inchiesta bis con
13 indagati

Corruzione, la mazzetta al perito
consegnata in autogrill

Guido Ruotolo inviato a Taranto
Tredici indagati, per concussione e
corruzione. Politici, funzionari pubblici, dirigenti Ilva, il rampollo del
patron Emilio, il «ragioniere» Fabio Riva. Gli uomini della Finanza l’hanno
chiamata «environment sold out», ambiente svenduto. E rende l’idea di una città
disperata, sotto ricatto permanente. Da un anno la procura di Franco Sebastio ha
l’esplosiva informativa dal nucleo operativo della Guardia di Finanza di
Taranto. Che solo in minima parte, con tantissimi omissis, è stata depositata al
Riesame, che ha confermato il sequestro degli impianti Ilva.



Sarà anche
vero che l’Italsider pubblica era un «assumificio» per clientele e notabilati
politici. Ma anche il privato, Emilio Riva, che ha preso l’acciaieria nel ’95,
ha messo sotto tutela la città. L’ha comprata, corrotta, intimidita, blandita,
come dimostra questa inchiesta con le sue chiarissime intercettazioni
telefoniche e ambientali.

L’uomo nero di questa storia è Girolamo
Archinà, il potente pr, pubbliche relazioni Ilva, detronizzato dal presidente
dell’Ilva Ferrante appena avuta lettura degli stralci di intercettazioni
depositate al Riesame. C’è una storia, che può apparire banale, ordinaria per la
sua dinamica. Un autogrill, le telecamere della sicurezza che riprendono i due
uomini passeggiare, con uno che consegna all’altro una busta bianca. Storia
ordinaria di corruzione. Solo che uno dei due è un professor universitario, un
perito nominato dal pm Mariano Buccoliero, Lorenzo Liberti, e l’altro è il
grande corruttore (che agisce su mandato della proprietà) Girolamo Archinà. Sono
loro, anche perché riconosciuti da una dipendente dell’autogrill in questione.
Liberti era uno dei periti che doveva accertare la provenienza delle diossine
che avevano avvelenato capre e pecore.
Il giorno prima di questa
sequenza, Archinà chiamò il cassiere dell’Ilva, Francesco Cinieri, chiedendogli
di preparare 10.000 euro («dieci per domani, se sono da cinquecento è meglio»).
Ma i tagli utilizzati furono da 50 e 100 euro. «E’ tutto pronto… tra un’oretta
c’è G. (l’autista, ndr) da te». «Ma devo portare la valigetta per ritirare la
somma?». Cinieri: «La busta entra in tasca…».
Grande Archinà, che non
delega il lavoro sporco a qualche suo sottoposto. E’ lui che consegna le buste.
Che ha rapporti con sindacalisti diventati politici, politici diventati uomini
delle istituzioni, pubblici funzionari e persino prelati. Sempre nella logica di
fare opere di bene. In cambio, però, di non far disturbare il manovratore. Ci
voleva pure l’Aia, autorizzazione integrata ambientale, con tutte le
prescrizioni e un inter burocratico di sette anni.
«Per quanto riguarda
la commissione Ipcc (la commissione delegata a fare l’istruttoria per l’Aia,
ndr), si rileva che il Girolamo Archinà si è appositamente accordato con il
dottor Palmisano, che è un funzionario della Regione Puglia incaricato di
rappresentare l’ente nelle riunioni della conferenza dei servizi che si tengono
presso il ministero dell’Ambiente, finalizzate a istruire la pratica per il
rilascio dell’Aia. Dalle telefonate si rileva che l’intervento dell’Archinà
verso il predetto Palmisano sia stato finalizzato a sensibilizzare quest’ultimo
nel dare una mano all’Ilva. Emerge anche il tentativo di pilotare i lavori della
commissione Ipcc a favore dell’Ilva, evidenza, questa, che ancora una volta
dimostra la capacità di infiltrazione degli uomini dell’Ilva a tutti i
livelli».
Era l’inviato a L’Avana, Palmisano. Ufficialmente partecipava
alle riunioni per conto della Regione, in realtà, sospettano gli uomini della
Finanza, curava gli interessi dell’Ilva. Un doppiogiochista, insomma. «Il fatto
che la commissione debba essere pilotata e che, comunque, sia stata in un certo
modo in parte avvicinata, si rileva anche dalla seguente conversazione nella
quale l’avvocato Perli di Milano (legale esterno dell’Ilva) aggiorna il
ragionier Fabio Riva sui rapporti avuti con l’avvocato Luigi Pelaggi, che è capo
dipartimento presso il ministero dell’Ambiente. Perli gli comunica che Pelaggi
gli ha anche riferito che la commissione ha accettato il 90 per cento delle loro
osservazioni e la visita riguarda il 10 per cento restante. Perli aggiunge che
non avranno sorprese e comunque la visita della commissione in stabilimento va
un po’ pilotata».


Che presenza soffocante, l’Ilva a Taranto. Adesso il nuovo numero uno, Bruno
Ferrante, promette di voltare pagina. Ma il passato rischia di tornare
attualissimo. Sotto forma di un provvedimento dell’autorità
giudiziaria.

http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/465735/ 

17/08/2012 13:55

ILVA, NUOVI INDAGATI NELL’INCHIESTA BIS

Manager, politici e funzionari pubblici tra le sedici persone finite
nell’inchiesta della Guardia di Finanza da cui emerge il sistema adottato dai
vertici dell’azienda per evitare i controlli

Servizio di Rossana Russo

ANZA’, DIOSSINA, FABIO RIVA, FERRANTE, ILVAGIROLAMO ARCHINA’, ISOLA DELLE FEMMINE, ITALCEMENTI, LORENZO LIBERTI, LUIGI PELAGGIA.I.A., PETRUZZELLA, TARANTO, TODISCO, TODISCO PATRIZIA, A.I.A. ITALCEMENTI 693 LUGLIO 2008,

IL DELIRIO DI VENDOLA:
«Vietato chiudere
l’Ilva»

di Gianni Lannes
Per dirla con Oscar Wilde: “Mentire con garbo è
un’arte, dire la verità è agire secondo natura”. Allora, veniamo al delirio di
Vendola, un classico già sperimentato due anni fa con le regalie del governatore
in soldoni pubblici al mafioso don Luigi Verzé. Dichiara l’illuminato Nichi: «Il
percorso è indicato proprio nell’ordinanza del gip. Si può garantire fin da
subito la salute dei cittadini senza dover chiudere gli impianti: l’Ilva è una
città e se chiudesse ci troveremmo di fronte al più impressionante cimitero
industriale del mondo». Lo ribadisce il presidente della Puglia Nichi Vendola
sottolineando che «adesso spetta all’Ilva rimuovere dalla scena del siderurgico
tutto ciò che nuoce. L’ordinanza del gip – precisa – descrive puntualmente quali
sono gli elementi che pregiudicano la salute dei cittadini e credo che l’Ilva
abbia le competenze per attuare un programma di interventi a brevissima, media e
lunga scadenza. Deve rimuovere subito quegli elementi che compromettono
l’insieme del diritto alla salute, dalle partite di acquisto di cospicue
quantità di filmante che serve a ridurre al minimo lo spolverio, come la
riduzione della produzione nei giorni di vento forte, l’installazione di
centraline di un monitoraggio più in profondità dell’impianto, che noi abbiamo
chiesto». Per Vendola è «Offensivo l’attacco del giudice Amendola, perché noi,
come Regione, abbiamo fatto la differenza in questi anni. I primi controlli
all’Ilva li ho fatti io nel 2008. Oggi abbiamo una legge antidiossine e
antibenzopirene». Vendola insiste sulla necessità di una mediazione e si chiede
se davvero «possa chiudere il più grande polo dell’acciaio. E’ progressista –
aggiunge – che l’Italia dismetta alcune sue antiche e robuste tradizioni
produttive? E’ legittimo pensarlo, ma io non sono d’accordo». 
Vendola, anche lei è sul libro paga del clan Riva?

Ilva fuorilegge – Nichi Vendola non parla, narra frottole
incommensurabili. E basta poco per smascherarlo, se ancora ce ne fosse bisogno.
 E allora diamo un’occhiata alle cifre ufficiali. L’Ilva è il
quarto gruppo siderurgico d’Europa e fattura 8 miliardi di euro. La società Utia
sa (Riva Fire) ha sede in Lussemburgo: un paradiso fiscale non a caso.
 Prendiamo il “Rapporto Ambiente e Sicurezza 2011” dell’Ilva
S.p.A:
i numeri smentiscono Vendola. Il dato emerso dall’ultima campagna per
la rilevazione di diossine e furani nei fumi delle emissioni del camino E312
effettuata da Arpa Puglia, che ha registrato un risultato pari a 0,2 ng ITE/
Nmc. Risultato inferiore al valore limite imposto dalla legge regionale – numero
44 del 19 dicembre 2008 – di 0,4 ng ITE/Nmc.  Questa normativa
regionale  pur essendo stata ammorbidita dalla giunta Vendola nel
marzo del 2009, parla chiaro: dopo aver effettuato tre campagne di misura
annuali, il valore di emissione su base annuale sarà ottenuto mediante la media
aritmetica dei valori di emissione delle campagne di misure effettuate. Media
aritmetica che non dovrà essere superiore al valore limite imposto dalla legge
regionale stante in 0,4 ng ITE/Nmc. Ora: se la matematica non è un’opinione,
sommando le tre campagne di rilevazione effettuate da Arpa Puglia (febbraio 0,68
+ maggio 0,70 + novembre 0,20) il risultato che ne vien fuori è 1,58 che diviso
tre porta la media annuale a 0,52 ng ITE/Nmc: un risultato sicuramente
importante, ma che è semplicemente oltre il limite imposto dalla legge
regionale, che essendo entrata in vigore il 1 gennaio 2011, non può essere
considerata dai dirigenti un obiettivo da raggiungere, bensì un limite da
rispettare: punto. Dunque: l’Ilva è semplicemente fuorilegge. 
Inoltre: ciascuna di queste campagne di rilevamento solo di diossine e
furani, ma non di mercurio o addirittura di radioattività  (che
avvengono “senza preavviso”, ma con i tecnici Arpa che impiegano ben 90 minuti
per arrivare dai cancelli d’ingresso al camino E-312 e montare la relativa
attrezzatura) si articolano su tre misure effettuate in tre giorni consecutivi
di 8 ore ciascuna. Ora: sempre se la matematica non è un’opinione , parliamo di
24 ore a campagna, per un totale di 72 ore di rilevamento dati. L’Ilva però, è
un impianto sempre in ciclo, che opera 24 ore su 24 per 365 giorni all’anno. Un
anno è composto da ben 8.760 ore, quindi siamo su una percentuale di 0,82 ore
coperte nell’arco di un intero anno. Quanto è efficace una legge che è stata
modificata proprio per occultare la verità? La legge in questione prevede che
“il valore di emissione derivato da ciascuna campagna sarà ottenuto operando la
media aritmetica dei valori misurati, previa sottrazione dell’incertezza pari al
35%”, come del resto prevede anche la norma UNI EN 1948:2006 dell’Unione Europea
sulle rilevazioni delle emissioni tossiche, a cui la legge regionale fa
riferimento. Sapere quanta diossina viene emessa dal camino E-312 ogni singolo
secondo, sarebbe tutt’altra storia e darebbe senz’altro risultati scientifici
inconfutabili e certi. E qui siamo costretti a riaprire la famigerata diatriba
relativa al “campionamento in continuo” delle emissioni di diossina e furani dal
camino E-312, che ha vissuto una storia sin qui alquanto tribolata. Questione
che all’Ilva non riguarda, e a ragion veduta, visto che nel Rapporto gli vengono
dedicate pochissime righe a pagina 55, in cui l’azienda sostiene essere ancora
in corso d’opera la prima fase dello studio di fattibilità sulla sperimentazione
di tale operazione, che è partita ufficialmente lo scorso 21 marzo. Poi, nello
scorso luglio, ad Arpa Puglia arrivò una comunicazione da parte del Ministero
dell’Ambiente, secondo cui si era messo in moto In origine, l’articolo 3 della
legge regionale prevedeva l’obbligo di tale campionamento: poi, nel marzo del
2009, tale articolo fu “aggiustato” diventando un campionamento da svolgere
minimo tre volte in un anno. Ma nella “revisione” del 2009, non avvenne la
totale prescrizione dell’articolo 3, ma soltanto una semplice aggiunta di un
“comma 1 bis”, lasciando così in vigore l’articolo 3 in cui è previsto
“l’obbligo per le aziende di presentare un piano per il campionamento in
continuo”, che come detto è ancora lungi dall’essere concretizzato.
 

Ed
è fondamentale rammentare come il sindaco Stefàno abbia sempre osteggiato
la possibilità di tale campionamento. D’altronde, ancora persuaso nel 2012 di
come non sia possibile “dire con certezza chi sono i colpevoli dell’inquinamento
a Taranto”, allo stesso Sindaco non fece difetto asserire in più di una
circostanza come “il campionamento in continuo non è possibile. Questo non lo
dico io ma studi scientifici che dimostrano quanto controproducente possa
risultare qualora utilizzato”. Lo stesso direttore di Arpa Puglia, Giorgio
Assennato
, in occasione della presentazione dei primi dati del registro
tumori di Taranto nel luglio 2011, dichiarò che chi parlava di campionamento in
continuo “non ha capito una mazza dell’argomento”. Sempre su questo tema, quando
il 5 luglio venne rilasciata l’AIA all’Ilva, l’assessore all’ambiente Nicastro
asserì che era stata anche stabilita, tra le prescrizioni del documento, una
data certa per la partenza di tale campionamento, che però a tutt’oggi non è mai
stato in grado di fornire. Che il campionamento in continuo sia controproducente
è una certezza: per chi e perché, è sin troppo facile dedurlo. 
Insieme alle diverse verità nascoste, nel Rapporto Ambiente e Sicurezza
2011 dell’Ilva S.p.A. molte altre sono state consapevolmente dimenticate. O
colpevolmente taciute.


Danni incommensurabili – A parte i malati e i morti in termini economici,
sarebbe utile quantificare i danni provocati dall’inquinamento dell’Ilva. Per
esempio, sarebbe interessante capire perché a pagare i danni sia sempre e
soltanto la popolazione e non  le marionette di Governo nazionale e
locale. Perché l’abbattimento degli ovini, l’economia che esse producevano e il
(misero) rimborso alle aziende non viene pagato dagli inquinatori ma dalle
Istituzioni, come la Regione e quindi con i soldi dei contribuenti. Chi pagherà
quei mitilicoltori che da luglio 2011 sono fermi nella produzione perché il Mar
Piccolo è inquinato? Naturalmente, la popolazione: circa 1 milione di euro, a
spese dei contribuenti. E chi ripaga l’agricoltura? Pensate soltanto
all’agrumicoltura. E l’elenco potrebbe allungarsi notevolmente, sino alle
malattie derivanti dall’inquinamento che negli anni è costato in termini di vite
umane e di risorse economiche sanitarie. E allora: quanto  costa
veramente l’Ilva? E quanto ripaga la Puglia? Ecco perché sarebbe interessante
chiedere ai dirigenti Ilva o ai loro divini narratori perché nel corposo volume
aziendale manchi una parte relativa a tutto quello che testimonia, a livello
scientifico, il volume complessivo dei danni che questo inferno ha causato al
territorio tarantino.

Omissioni e rimozioni – Nel palazzo di governo è  stato
dimenticato il rapporto dei Carabinieri del NOE nel quale venivano
riportate tutte le irregolarità riscontrate nel corso di 40 giorni di indagini
ed appostamenti effettuati dal nucleo speciale dell’Arma. Un rapporto presentato
presso la Procura di Taranto  nell’udienza dell’incidente
probatorio portato avanti dal pm Patrizia Todisco, attraverso il quale i
Carabinieri consigliavano il sequestro gli impianti del siderurgico al fine di
poter avviare un’indagine approfondita sullo stesso. Rapporto che il 4 luglio
scorso arrivò via fax anche al Ministero dell’Ambiente, ma la conferenza dei
servizi sull’AIA dell’Ilva svoltasi il giorno dopo, pur prendendone visione, non
lo ritenne di una rilevanza tale da comportare modifiche alle prescrizioni
licenziate dalla Commissione Istruttoria IPPC.

In quel rapporto però, veniva ad esempio posto
l’accento sul fenomeno dello “slopping”, la dispersione dai tetti delle
acciaierie delle famose nuvole di fumo rosso dovuto alla presenza di ossidi di
ferro, chiaro indice della scarsa efficacia delle prescrizioni per contrastarle
previste nell’AIA dell’Ilva. Nel rapporto del NOE si denunciava anche un uso
distorto delle torce di tipo continuativo, come pratica di smaltimento e non
legato ad eventi eccezionali (come ad esempio le emergenze e/o problemi di
sicurezza). L’ultima denuncia del rapporto del NOE riguardava la preoccupante
situazione in cui versa l’area Gestione Rottami Ferrosi. Il rapporto del NOE
evidenziava l’insufficienza sia della portata delle prescrizioni imposte
nell’AIA, sia dei controlli su quanto dichiarato dall’Ilva nel suo piano di
risanamento. In particolare si rilevava “l’assenza di sistema di captazione e
depolverazione nell’area taglio rottami ferrosi, il sottodimensionamento e
l’avaria di quello installato nell’area adibita al taglio dei fondi delle
paiole”.



Così come non abbiamo trovato nelle pagine del
Rapporto, nulla che facesse riferimento al verbale della Conferenza dei Servizi
Decisoria “per acquisire le intese ed i concerti previsti dalla normativa
vigente in materia d’approvazione dei progetti di bonifica concernenti
l’intervento sul “Sito di Interesse Nazionale di Taranto” datata 15 marzo 2011 a
Roma, dopo la comparsa del quale l’iter dell’approvazione della legge regionale
sulla bonifica delle falde si è stranamente arenato.

In quel verbale veniva sottolineato come il Piano di
Caratterizzazione sito-specifico presentato dall’Ilva S.p.A. fosse incompleto
vista “la perdurante assenza della conseguente Analisi di Rischio che deve
concorrere alla definizione dei nuovi valori soglia al fine di stabilire
definitivamente il livello di effettivo inquinamento”. Inoltre, risultava
protocollata anche una nota diretta dell’Ilva S.p.A. (DIR/28 del 16/04/2010), in
cui la stessa azienda dava conto dei livelli di notevole inquinamento della
falda. Come veniva chiaramente sottolineato che il rilascio dell’A.I.A. “non
esime il titolare dell’impianto di avviare e concludere nei tempi previsti il
procedimento di bonifica e risanamento ambientale per il sito in questione”.
Infine, veniva chiesto agli organi di controllo (Polizia Provinciale, ARPA e
ASL) di effettuare idonei sopralluoghi a cadenza ravvicinata “al fine di rendere
edotti i soggetti sullo stato attuale del sito, con particolare riferimento agli
usi delle acque di falda contaminate e/o ai rischi professionali e sanitari
degli operatori/fruitori del sito”. Inutile dirvi che l’Ilva ha fatto ricorso al
Tar di Lecce.  

A memoria
umana – Non abbiamo dimenticato gli oltre 1.600 capi di bestiame
abbattuti dall’Asl di Taranto per la presenza negli stessi di livelli di
diossina superiori al limite di legge. Non abbiamo dimenticato le lacrime, la
disperazione, il dramma degli allevatori delle masserie della provincia ionica
(come le famiglie Fornaro e D’Alessandro). Non abbiamo dimenticato i
mitilicoltori tarantini, a cui viene impedito di lavorare a causa di un
inquinamento senza precedenti da Pcb che ha avvelenato il 1° seno del Mar
Piccolo (ma state pur certi che prima o poi verrà fuori il nome di chi ha
riempito per anni la cava del terreno dell’azienda San Marco Metalmeccanica di
materiale di risulta industriale, che combacia con la falda profonda che segue
un percorso che finisce proprio nel 1° seno). Non abbiamo dimenticato che anche
quest’anno è stato registrato il doppio sforamento nel quartiere Tamburi sia
delle polveri sottili (PM10) sia del benzo(a)pirene. Non abbiamo dimenticato il
rifiuto da parte dell’Ilva di installare delle centraline all’interno del
perimetro del terreno occupato dal siderurgico, previste dal piano della Regione
e di Arpa per il rilevamento del benzo(a)pirene (a cui Eni e Cementir hanno
detto sì). Non abbiamo dimenticato le tombe e le cappelle del cimitero “San
Brunone” ed i palazzi “rossastri” del rione Tamburi, investiti da decenni dalle
polveri dei parchi minerali che l’Ilva si ostina a non voler coprire, sostenendo
che basterà il semplice barrieramento e la conclusione delle colline ecologiche.
Non abbiamo dimenticato il continuo mancato pagamento dell’Ici ed il ricatto
imposto all’attuale amministrazione comunale per non pagare gli interessi sulla
cifra da versare (da 13 milioni di euro si è passati ad 8 milioni). Non abbiamo
dimenticato, e non abbiamo intenzione di farlo, l’inquinamento senza precedenti
prodotto consapevolmente e senza riguardo alcuno per la dignità umana dal 1961
ad oggi. Non abbiamo dimenticato i tanti ammalati di Taranto e provincia. E non
solo quelli colpiti dalle varie forma di tumore: ci riferiamo ad esempio alle
donne affette da endometriosi, patologia poco nota, ma molto diffusa in loco. Ci
riferiamo alle tante donne e ai tanti uomini colpiti da infertilità. Come non
abbiamo dimenticato le migliaia di morti, tra parenti, amici e conoscenti,
disseminati negli ultimi 50 anni e che ognuno di noi porta in fondo al cuore. E
i tanti giovani andati via da questa città e che mai più torneranno. 

Non abbiamo
dimenticato il vescovo  Benigno Papa. In una delle sue
ultime uscite ufficiali prima del passaggio di consegna al collega Filippo
Santoro. 

Nella rivista IL PONTE (edita da Riva) e distribuita fra i
dipendenti e gli enti del territorio,  si può ammirare
un’intervista di tre pagine nelle quali il prelato tesse le lodi della famiglia
Riva. Neanche un riferimento al disastro ecologico o al quartiere Tamburi. Non
una parola sulle numerose denunce dei cittadini. Insomma uno spot per chi
inquina. Se poi, in occasione della festività di S. Cataldo, il marchio Ilva è
tra i primi a comparire in qualità di sponsor della manifestazione, diventa
difficile dar torto a chi ricordava che la dignità non si compra e che, i soldi
donati alla chiesa Gesù Divin Lavoratore per il rifacimento della facciata, non
erano che un obolo interessato. Lo hanno capito tutti, tranne monsignor Papa che
addirittura, in una lettera, ringraziò l’ingegner Riva a nome della comunità
(“Ho già scritto all’ing. Riva – scrisse l’Arcivescovo ai fedeli del quartiere –
per esprimergli la mia e vostra riconoscenza”). Parole che fecero inorridire i
cittadini dei Tamburi e non solo, così come l’accusa di ‘inquinamento morale’
che giunse pochi mesi dopo ai cittadini che scendevano in piazza per chiedere un
ambiente migliore. Inquinamento morale che, evidentemente, non riguarda i tanti
silenzi sul disastro ambientale o il Cataldus d’argento per il volontariato
consegnato al responsabile rapporti istituzionali dell’Ilva (siderurgico che era
 fra i finanziatori dell’iniziativa). Non abbiamo dimenticato le
morti bianche degli operai, assassinati nel siderurgico per una logica di
profitto a tutti i costi.

E
non abbiamo nemmeno dimenticato i tanti politicanti, sindacalisti, prenditori,
intellettuali e  personaggi da palcoscenico, che hanno sempre
saputo, ma hanno preferito coprire, tacere, ignorare, insabbiare.
 Noi non dimentichiamo. E non dimenticheremo. Mai.
 





http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2012/08/il-delirio-di-vendola-vietato-chiudere.html 



 

ILVA Taranto / legalità e
libertà, poggiano sull’equilibrio e 

sulla separazione dei poteri: il governo tra
caso AIA e 

nomine dubbie affossa la democrazia

mercoledì 15 agosto 2012 di Erasmo Venosi

La vicenda dell’Ilva e la paventata ipotesi di emanazione di un
decreto che sospenda l’ordinanza del GIP di Taranto, da il senso e la misura
della precarietà raggiunta della nostra democrazia e della teorica e strumentale
sovranità del popolo che, tale non è se non si accompagna all’effettiva
sovranità della legge. È insufficiente una Costituzione fatta di belle parole
come insufficienti sono le promulgazioni di leggi se è messa in discussione, una
prassi giudiziaria garante dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.
Nella Democrazia reale la legge ha potere assoluto.
Negli Stati Uniti circa un decennio fa accadde un episodio, la cui
modalità di soluzione dimostra la differenza che intercorre tra astratte
garanzie scritte sulla Carta e la loro effettiva applicazione. La Microsoft di
Bill Gates, azienda essenziale per l’equilibrio dell’economia statunitense a
causa dell’enorme valore delle sue esportazioni fu denunciata e condannata per
violazione della legge antitrust. Il Principio di ogni vera democrazia che,
consente di proteggere legalità e quindi libertà, poggia sull’equilibrio e sulla
separazione dei poteri.
La vicenda Ilva e dello strumento che, avrebbe dovuto consentire
la riduzione integrata dell’inquinamento è emblematica e rappresentativa di come
sia tutelata la salute e l’ambiente in Italia. La fabbrica avrebbe dovuto
dotarsi di tecnologie a basso impatto da almeno un decennio e per effetto di
cogenti norme comunitarie e interne. Invece tra legge, decreti attuativi e
cavilli procedurali siamo arrivati alla situazione di oggi. Attenzione:
l’autorizzazione integrata ambientale quale strumento di gestione
dell’inquinamento determinato dal settore produttivo, riguarda circa 200
impianti di competenza statale e 8000 di competenza regionale sui quali grava un
colpevole silenzio. La vicenda della Commissione del Ministero dell’Ambiente per
la concessione delle AIA è emblematica per comprendere, la concezione che i
legislatori e il Governo hanno di questi importanti strumenti operativi.
La Commissione AIA nominata dal Governo Prodi, fu esautorata dal
Governo Berlusconi nel luglio del 2008. Il Ministro dell’Ambiente nominò una
nuova Commissione, in cui emergevano alcune caratteristiche “particolari” : il
presidente era un ingegnere laureatosi sei anni prima e che faceva il
ricercatore nella Università privata siciliana Kore di Enna: tra le sue
pubblicazioni più significative emergevano le “Potenzialità del ravaneto nella
tecnica delle costruzioni stradali” oltre a una pubblicazione sulla gestione dei
rifiuti urbani in Sicilia. Altro elemento che colpì, fu la presenza di tre
magistrati della terza sezione del Tar del Lazio sotto cui ricadono le
valutazioni sui ricorsi all’Aia. Relativamente all’Aia , mentre il Gruppo
Istruttore del Ministero dell’Ambiente nominato per Ilva ed esautorato nel 2008
era composto da tre ingegneri , un chimico e un medico . Il Gruppo della
Commissione nominata dal Ministro Prestigiacomo per l’Aia su Ilva aveva come
presidente l’Ing. Bonaventuura Lamacchia deputato per la lista Dini e poi Udeur
costretto alle dimissioni per condanne a 2 anni e 5 mesi. In seguito fu nominato
un nuovo gruppo Istruttore, composto da due ingegneri, un chimico e due
magistrati della terza sezione del Tar del Lazio, Stefano Castiglione e Umberto
Realfonzo come è possibile riscontrare nel decreto del Ministro dell’agosto
2011.
A me pare non proprio il massimo, affidare un’istruttoria tanto
complessa che comprende, una cokeria, un impianto di agglomerazione, un
altoforno, un’acciaieria, la produzione di laminati e di tubi e che occupa
un’area nella sola Città di Taranto, equivalente a un quadrato avente un lato
lungo 3 km a un gruppo tecnico che, su cinque commissari ne comprende due che
sono magistrati amministrativi ovvero totalmente ignari dell’oggetto della
istruttoria.
Oggi responsabili istituzionali, politici, sindacalisti e
giornalisti parlano e citano Ilva come la più grande azienda siderurgica
d’Europa di cui non se ne può fare a meno, ma nessuno di questi soggetti ha mai
aperto bocca sui patologici ritardi nella applicazione della normativa sull’Aia
, sulla distruzione della Commissione Aia insediata dal precedente Governo per
motivazioni clientelari (la maggioranza dei nuovi commissari erano siciliani
come il Ministro) e l’immissione di tre magistrati della terza sezione del Tar
del Lazio competente per la valutazione dei ricorsi all’Aia.
Nessuno si è mai interrogato sui potenziali rischi per una Città
che, ha dieci impianti a rischio di incidente rilevante. Criminale chi ha
concesso ripotenziamenti d’impianti, nuove centrali in una Città in emergenza
ambientale da venti anni. E ancora mi piacerebbe leggere dichiarazioni da parte
dei Bersani, di Casini, di Alfano e dell’incredibile tuttologo onnipresente ex
direttore generale del Ministero dell’Ambiente per sapere a che punto si
trovano, i circa 8200 procedimenti potenziali di Aia che rappresentano l’unico
strumento di tutela di quel bene primario e fondamentale che si chiama salute  

Quando questo Ministro “performante“ adempierà quanto disposto
dall’art 13 dell’ex dlgs 59 del 2005 istituendo l’Osservatorio IPPC
sull’applicazione comunitaria, nazionale e regionale della direttiva sull’Aia e
posto al servizio delle autorità competenti? Dall’istituzione dell’Osservatorio
discende l’obbligo per l’Autorità Competente di comunicare annualmente al
Ministero dell’Ambiente i dati concernenti, le domande di Aia ricevute, le
autorizzazioni rilasciate e i successivi aggiornamenti oltre che un rapporto
sulle situazioni di mancato rispetto delle prescrizioni dell’autorizzazione
integrata ambientale. Chissà egregio Ministro Clini se la vera ragione per la
mancata istituzione dell’Osservatorio non sia rappresentata da quanto prescrive
il quarto comma dell’art 13 dell’ex dlgs 59 del 2005 ? “ Al funzionamento
dell’osservatorio si provvede mediante le risorse umane, strumentali e
finanziarie in dotazione del Ministero dell’ambiente e della tutela del
territorio a legislazione vigente. Ai componenti dell’Osservatorio non spettano
compensi, ne’ rimborsi spese e gli stessi assicurano la partecipazione
nell’ambito delle attività istituzionali degli organismi di provenienza. In ogni
caso dall’attuazione del presente articolo non derivano oneri aggiuntivi a
carico dello Stato”.

PREFABBRICATI NORD LICENZA EDILIZIA IN SANATORIA architetto ALUZZO ROCCO

COMUNE DI ISOLA DELLE FEMMINE
PROVINCIA DI PALERMO
UFFICIO TECNICO – III SETTORE
SANATORIE ABUSIVISMO E CONTROLLO DEL TERRITORIO
AUTORIZZAZIONE EDILIZIA IN SANATORIA
AI SENSI DELL’ART. 13 LEGGE 47/85 N 20
IL RESPONSABILE DEL III SETTORE
VISTA l’istanza del 06/11/2006 protocollo n 13321, presentata dal sig. Vittoriano Correra, nella qualità di amministratore unico della Prefabbricati Nord SRL, con sede legale in Rende di Cosenza e sede amministrativa in Isola delle Femmine, Via Dell’Agricoltura n. 8, con la quale chiede la concessione edilizia in sanatoria ai sensi dell’art. 13 della L. 47/85 per le opere abusivamente realizzate durante i lavori autorizzati con C.E. n. 14 del 24 maggio 2006, nel complesso industriale artigianale, sul lotto identificato al N.C.T. al foglio n. 3, particelle n. 33 – 34 – 38 – 56 – 58 e 180, complessivamente esteso mq. 20.062,55 per cui è stata autorizzata la variante urbanistica al P.R.G. di una porzione da zona territoriale omogenea da Z.T.O. “E” a zona “D”;
Visto il verbale di assemblea ordinaria del 30 aprile 2007 trasmesso con nota del 18/09/2009 prot. 14357, nel quale vengono accettate le dimissioni dell’amministratore Vittoriano Correra e viene nominato nuovo amministratore il sig. Panebianco Saverio nato a Sciacca (Ag) il 02/12/1932 già residente in Isola delle Femmine via Marconi, 2 codice fiscale PNB SVR 32T02I533Q;
Accertato che l’istante ha titolo per richiedere la variante di cui all’istanza del 05/12/2001 protocollo n. 15165, in quanto risulta che il sig. Correra Vittoriano, nato a Monreale il 23/03/1951, codice fiscale CRRVTR51C23F377Q, nella qualità di amministratore unico della società PREFABBRICATI NORD S.R.L., con sede in Rende (CS) Complesso Metropolis, codice fiscale e numero di iscrizione al Registro delle Imprese di Cosenza 02259050785, ha titolo per richiedere la concessione edilizia in quanto risulta avere titolo giusto atto di compravendita stipulato il 15/12/2004, rep. n. 43203 – raccolta n. 19927 presso il Dott. Maria Bonomo, Notaio in Palermo, con studio in via Torrearsa n. 24, registrato in Palermo il 15/12/2004 al n. 5440-IT;
ACCERTATO che le opere realizzate consistono nel:
nella realizzazione del restyling dei prospetti in maniera difforme da quanto indicato negli elaborati di cui alla C.E. n. 14/2006;
nella realizzazione della distribuzione interna del piano 1° in maniera da quanto indicato negli elaborati di cui alla C.E. n. 14/2006;
nella realizzazione della copertura prevista a 2° piano in maniera difforme da quanto indicato negli elaborati di cui alla C.E. n. 14/2006;
Visti gli elaborati grafici del 01/12/2006-protocollo n. 14551, redatti dall’architetto Rocco Aluzzo, iscritto all’Ordine degli architetti della Provincia di Palermo al n. 3827 e per i quali la C.E.C. nella seduta del 24/01/2007 verbale n. 2 ha espresso parere favorevole a condizione che “la ditta produca una perizia giurata … attestante l’esatta misurazione effettuata con rilievo della distanza dalla battigia …”;
VISTA la perizia giurata in data 08/03/2007 con. 1044, dall’arch. Rocco Aluzzo iscritto all’Ordine degli Architetti della Provincia di Palermo al n. 288, giurata al Tribunale di Palermo;
VISTO il bollettino di pagamento di € 516,00 n. per oblazione ai sensi dell’art. 13 della L. 47/85 VCY 0127 del 03/09/2009; verificare se esiste una comunicazione di demolizione di alcune opere;
VISTO il parere favorevole espresso dal Responsabile d’Igiene Pubblica del D.S.B. di Carini protocollo n. 65/IP del 11/09/2009 introitato a protocollo di questo comune in data 15/09/2009 prot. 14226;
VISTI il parere di compatibilità paesaggistica espresso dalla Soprintendenza ai BB.CC.AA. di Palermo in data 05/06/2008 prot. 4216/P introitato al nostro protocollo n. 7839 del 16/06/2008;
CONSIDERATO che non sono state effettuate opere strutturali per le quali è necessario il rilascio dl prescritto parere da parte del Genio Civile di Palermo, così come dichiarato dal progettista arch. Rocco Aluzzo con nota prot. 14357 del 18/09/2009;
VISTI gli strumenti urbanistici vigenti, nonché le norme che ne regolano l’attuazione ed il vigente regolamento edilizio;
VISTE le vigenti disposizioni che disciplinano il pagamento del contributo per oneri di urbanizzazione e costo di costruzione e la loro esenzione e riduzione;
VISTE la L.17/8/1942 n.1150 modificata ed integrata dalla L.6/8/1967 n.765, la L.28/1/1977 n.10, e la L. 28/2/1985 n.47 e successive modifiche ed integrazioni;
VISTE le leggi 47/85, 724/94 e successive modifiche ed integrazioni e L.R. 37/85 e successive modifiche ed integrazioni;
VISTO il comma 1 dell’art. 39 della L. 724/94 con le modifiche introdotte dall’art. 2 comma 37 lett. B della L. 662/96 e riscontrato che nulla osta al rilascio della concessione edilizia in sanatoria;
VISTA la Legge Regionale 4 del 16/04/2003;

R I L A S C I A

Al sig. Panebianco Saverio, nato a Sciacca (Ag) il 02/12/1932 già residente in Isola delle Femmine via Marconi, 2 codice fiscale PNB SVR 32T02I533Q nella qualità di amministratore unico della società PREFABBRICATI NORD S.R.L., con sede in Rende (CS) Complesso Metropolis, codice fiscale e numero di iscrizione al Registro delle Imprese di Cosenza 02259050785, l’autorizzazione edilizia in sanatoria ai sensi dell’art. 13 della L. 47/85 per avere realizzato il restyling dei prospetti in maniera difforme da quanto indicato negli elaborati di cui alla C.E. n. 14/2006 e per avere realizzato la distribuzione interna del piano 1° in maniera da quanto indicato negli elaborati di cui alla C.E. n. 14/2006, nel complesso industriale artigianale, sul lotto identificato al N.C.T. al foglio n. 3, particelle n. 33 – 34 – 38 – 56 – 58 e 180, complessivamente esteso mq. 20.062,55 per cui è stata autorizzata la variante urbanistica al P.R.G. di una porzione da zona territoriale omogenea da Z.T.O. “E” a zona “D”, il tutto come riportato negli elaborati grafici che allegati alla presente, ne fanno parte integrante e sostanziale.
La presente autorizzazione edilizia in sanatoria viene rilasciata fatti salvi i diritti dei terzi.
Isola delle Femmine 22 settembre 2009
Il Responsabile del III Settore
Arch. Sandro D’Arpa


Isola delle Femmine 22 ottobre 2007

Guerra di mafia fra le cosche di Palermo
Arrestate 16 persone.
Azzerato il mandamento
di Partinico e Borsetto 

 In due anni e mezzo la guerra fra le cosche mafiose del palermitano ha provocato sei vittime e alcuni feriti, fra cui un boss. Una faida sanguinosa per il controllo del territorio in una vasta area a cavallo tra le province di Palermo e Trapani: da un lato le cosche guidate dal boss Lo Piccolo, che tentavano di espandersi verso il trapanese, dall’altro il clan del latitante Matteo Messina Denaro. 

I carabinieri del Gruppo di Monreale sono riusciti a fare luce su questi delitti e sui retroscena dello scontro; dall’indagine emergono anche collegamenti tra le famiglie palermitane e quelle degli Stati Uniti. 

 L’inchiesta, denominata “Carthago”, è sfociata in 16 ordini di custodia richiesti dalla Dda di Palermo, decapitando di fatto i vertici delle cosche di Borgetto e Partinico, due paesi della palermitano, definiti dagli stessi indagati nelle intercettazioni, il “far west della mafia”. Alcuni indagati, per mettersi al riparo da possibili vendette, avrebbero trovato riparo negli Usa. Per essere sicuri che i loro piani di morte andassero a buon fine, gli uomini del clan di Partinico si esercitavano a sparare sui cani randagi nelle campagne di Borgetto. In un caso i carabinieri all’ascolto delle microspie installate sulle auto di tre “picciotti”, arrestati stamani, registrarono i piani per assassinare un rivale e i colpi esplosi contro gli animali. La Lav ha annunciato che si costituirà parte civile contro gli autori di questi “delitti”.

Gli investigatori in due anni di indagini sono riusciti a disegnare i nuovi equilibri mafiosi del palermitano. Il capo della procura di Palermo, Francesco Messineo, spiega:”Il territorio di Partinico è inquinato da un’alta densità di presenza mafiosa. Per questo l’operazione è molto importante”. La “guerra di mafia”, dalle indagini, sembrava essersi conclusa a favore della fazione capeggiata da Salvatore Corrao e Nicolà Salto, entrambi raggiunti da provvedimento cautelare. I carabinieri hanno registrato che il denaro necessario per il sostentamento dei detenuti ed il mantenimento dei familiari dei mafiosi, cominciava ad essere assicurato dalle attività illecite, che erano appannaggio esclusivo della gestione “vincente”.

Una circostanza confermata anche da un foglietto con la lista degli imprenditori che pagavano il “pizzo” sequestrato alcuni mesi fa dai carabinieri ad Antonio Salto, figlio minore del boss di Borgetto, fermato a un posto di blocco con 70 mila euro in contanti. 


http://www.siciliainformazioni.com/giornale/cronacaregionale/41437/guerra-mafia-cosche-palermo-arrestate-persone-azzerato-mandamento-partinico-borgetto.htm  



 L´ipermercato e la mafia: condanne a raffica

Otto anni e mezzo all´ex sindaco di Villabate, sette all´imprenditore Marussig 



 di Alessandra Ziniti 


 Il centro commerciale non si è mai fatto, ma per il patto di ferro che politici, imprenditori e professionisti avevano stretto con i mafiosi di Villabate per la realizzazione di un grande ipermercato che avrebbe portato affari, posti di lavoro e potere, il conto pagato è stato caro.

Sono condanne per quasi mezzo secolo di carcere quelle che i giudici della quinta sezione del Tribunale, presieduta da Patrizia Spina, hanno inflitto ieri pomeriggio condannando tutti e sette gli imputati del processo, così come avevano chiesto i pm Nino Di Matteo e Lia Sava. 


Un processo nato dalle dichiarazioni di Francesco Campanella, esponente politico, consulente ma anche affiliato alla “famiglia” mafiosa di Villabate che, dopo il suo arresto, ha deciso di collaborare raccontando anche il viaggio di Bernardo Provenzano a Marsiglia per un intervento chirurgico. 


 La pena più alta è stata inflitta a Giovanni La Mantia, considerato un mafioso di Ciaculli ma molto vicino anche alle “famiglie” di Villabate, che ha avuto dieci anni con l´accusa di associazione mafiosa. Condanna pesante, otto anni e sei mesi, per concorso esterno all´ex sindaco di Villabate Lorenzo Carandino, mentre gli architetti Antonio Borsellino e Rocco Aluzzo hanno avuto rispettivamente sette e otto anni di carcere, entrambi per concorso esterno in associazione mafiosa. Condanna a sette anni per l´imprenditore romano Paolo Pierfrancesco Marussig, titolare della società Asset Development e imputato di corruzione aggravata dall´aver favorito Cosa nostra. 


 Quattro anni li ha avuti Giuseppe Daghino, anche lui socio della Asset, accusato di corruzione semplice; quattro anni e mezzo sono stati inflitti all´ex sindaco di Catania Angelo Francesco Lo Presti, imputato di riciclaggio per aver girato attraverso una sua società all´estero la prima tranche della somma che la Asset aveva pagato per oliare i meccanismi dell´approvazione del piano commerciale da parte degli organismi amministrativi. I giudici del Tribunale hanno accolto l´impianto accusatorio secondo il quale l´imprenditore romano Marussig 


Villabate: la corruzione non paga

di Silvia Cordella – 20 gennaio 2009 


Nel processo per il Centro Commerciale di Villabate, il giudice ha emesso mezzo secolo di condanne. Colpiti anche i dirigenti della “Asset Development” di Roma in affari con la famiglia mafiosa dei Mandalà: 7 anni per corruzione aggravata a Marussig 


Sette condanne e un punto a favore della procura di Palermo è il risultato della sentenza che il presidente della quinta sezione penale del Tribunale di Palermo Patrizia Spina ha emesso ieri nei confronti degli imputati del processo sul Centro Commerciale di Villabate. Mezza giornata di camera di consiglio è bastata ai giudici per riconoscere e sottoscrivere quasi in toto le pene che i pubblici ministeri Nino Di Matteo e Lia Sava avevano chiesto nella loro requisitoria. Dieci anni per associazione mafiosa sono stati inflitti a Giovanni La Mantia, uomo d’onore della famiglia di Ciaculli, soggetto di collegamento tra il boss Nicola Mandalà e il mandamento di Brancaccio. 


Otto anni e 6 mesi per concorso esterno in associazione all’ex sindaco Ds Lorenzo Carandino. Rocco Aluzzo e Antonio Borsellino, sono stati condannati rispettivamente a otto e sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa, mentre al presidente della Asset Development di Roma Pierfrancesco Paolo Marussig la Corte ha inflitto sette anni per corruzione aggravata.
Infine il contabile della società romana Giuseppe Daghino (all’epoca consulente dell’amministrazione Veltroni sulle cartolarizzazioni immobiliari) è stato condannato a quattro anni per corruzione semplice e l’ex sindaco di Catania Angelo Lo Presti a quattro anni e mezzo per riciclaggio. 



Quest’ultimo era accusato di aver fatto passare, attraverso il conto di una sua società con sede a Malta, 25 mila euro come prima tranche di una tangente di 150 mila euro destinata a oliare la “macchina burocratica” del comune di Villabate, in cambio dell’approvazione del piano commerciale sponsorizzato dalla mafia. 


Un affare che avrebbe fatto ottenere al clan il 30 per cento delle ditte incaricate nell’esecuzione dei lavori e nella gestione dei negozi dell’ipermercato, imponendo il 20 per cento dei dipendenti da assumere. 


Una condizione irrinunciabile che faceva parte di quel patto che, secondo il pm dell’accusa Nino Di Matteo, Marussig, in veste di presidente della Asset, aveva stretto con la famiglia mafiosa di Villabate, che prevedeva la restituzione di un duplice intervento del clan: convincere 130 proprietari terrieri a vendere i loro appezzamenti di terra per poterli così destinare a uso commerciale e trovare referenti in seno all’amministrazione pubblica per garantirne l’approvazione definitiva. 


Trattative queste che l’azienda ha portato avanti in Sicilia tramite l’architetto Rocco Aluzzo, soggetto incaricato per la mediazione e l’acquisizione di tutte le aree necessarie, coadiuvato dall’architetto Borsellino vicino per legami politici pregressi a Nino Mandalà, ex presidente del club Forza Italia ed ex socio dell’attuale Presidente del Senato Renato Schifani. 


Proprio Mandalà era il vero dominus dell’iniziativa commerciale. L’aveva sponsorizzata già nel ’97 quando a rivestire la carica di Sindaco c’era Giuseppe Navetta. La cosa però non era andata in porto per via di una modifica (Mandalà voleva un inceneritore di rifiuti) che rendeva il Piano Regolatore inaccettabile. Nel frattempo il boss veniva arrestato e il comune di Villabate sciolto per infiltrazione mafiosa. Quando il capomafia era uscito di prigione, il Piano Commerciale era già in fase di progettazione con i primi accordi siglati fra il figlio Nicola e i due architetti. 


Il fiuto per gli affari e l’esperienza nell’ambiente politico aveva portato Mandalà Senior a dedicarsi nuovamente al progetto, che nelle mani del figlio aveva perso vigore.
Oltre alla partecipazione diretta degli utili sui subappalti che ne sarebbero derivati, la portata dell’investimento conteneva in sé anche una evidente prova di forza e riaffermazione sul territorio da parte di quella frangia criminale che in quegli anni “era giunta all’apice” arrivando a proteggere la latitanza di Provenzano e organizzando il suo viaggio di cura nelle cliniche marsigliesi. 



Un espatrio che Zio Binu aveva affrontato con una carta d’identità falsificata da Francesco Campanella, vero “braccio” amministrativo ed economico di Nino Mandalà all’interno del Comune.

Proprio lui è l’uomo che più di ogni altro si era impegnato per risolvere ogni difficoltà burocratica durante il lungo iter di approvazione del nuovo Auchan: dalle modifiche sul piano regolatore, alla certificazione Anas per lo svincolo autostradale, fino alle tangenti destinate agli amministratori comunali, per giungere infine alla risoluzione dell’ultimo ostacolo: l’okay finale dell’ufficio urbanistico della Regione. Un ostacolo che si sarebbe dovuto superare con la “buona parola” del suo amico, ex Presidente della Regione, Totò Cuffaro, il quale però non mantenne fede, secondo lo stesso Campanella, alla sua promessa di aiuto. 


Ciò non per una opinione negativa sul progetto ma per la mancata prospettazione di una parcella adeguata garantitagli invece dai sostenitori dell’iniziativa antagonista che sarebbe dovuta sorgere a Roccella, sotto ispirazione del capomafia Giuseppe Guttadauro. Una storia che si riallaccia ai processi celebrati per mafia a carico del Senatore Cuffaro sulle “talpe” e a quello a carico del suo delfino politico Mimmo Miceli, entrambi condannati in primo grado, per favoreggiamento aggravato e concorso esterno in associazione mafiosa, per i loro rapporti con il capomandamento di Brancaccio.
Sotto l’ombrello mafioso che, per convergenti interessi, si sono uniti in affari imprenditori collusi, funzionari corrotti e criminali mafiosi è inoltre emersa una prova documentale che raramente gli inquirenti hanno la fortuna di trovare. Si tratta – ha ricordato Di Matteo – di un quadro riassuntivo degli accordi contrattuali tra la Asset e la mafia dei Mandalà, rinvenuto nel computer sequestrato all’arch. Aluzzo. «Avvertendo la potenza economica imprenditoriale e “politica” di Asset Development – ha sottolineato il pm – la famiglia mafiosa ha preteso e ottenuto la ufficializzazione della propria legittimazione con la previsione dei rapporti contrattuali, da prima in capo a Mario Cusimano (membro della cosca, oggi collaboratore di giustizia) e poi intestati a Maria Teresa Romano (prestanome della fam. mafiosa)». 



Questi documenti, insieme alle valide dichiarazioni di Campanella, hanno consentito di ricostruire
quelle che erano le aspettative d’investimento della famiglia mafiosa di Villabate e fotografato quelle alleanze politiche e imprenditoriali che da sempre costituiscono il punto di forza della criminalità organizzata siciliana e calabrese.
A questo proposito, ha rimarcato Di Matteo, ci siamo ritrovati di fronte a rapporti “simbiotici” tra Nino Mandalà e i sindaci del comune di Villabate, Giuseppe Navetta prima e Lorenzo Carandino dopo. Rapporti che nel secondo caso, solo per questioni di prudenza, sono stati filtrati dalla “faccia pulita” e apparentemente presentabile del gruppo mafioso, personificato da Francesco Campanella. 



Oggi maggior accusatore della sua ex famiglia di mafia ma anche di quei colletti bianchi che con i loro spregiudicati o superficiali atteggiamenti contribuiscono a togliere libertà a un popolo già abbastanza piegato dalla prepotenza mafiosa. E ora, come ha annunciato il presidente Patrizia Spina, rischiano un processo per falsa testimonianza tre testimoni proprietari di terreni sui quali sarebbe dovuto sorgere il centro commerciale. 


In questo senso, si sente soddisfatto il Procuratore capo di Palermo Francesco Messineo che ha parlato di una «sentenza che conferma l’esistenza di uno spazio di affermazione di responsabilità per il concorso esterno in associazione mafiosa, nella cui configurabilità ci sono state di recente molte polemiche».
Per questo alla Corte e all’ufficio che ha rappresentato in questo processo la Pubblica Accusa va il ringraziamento dei cittadini onesti per il coraggio nella ricerca della verità a 360 gradi. 

Eventi a cui ha partecipato Rocco Aguzzo

http://isolapulita.blogspot.it/2009/01/io-non-voto-httpisolapulita.html

Eventi a cui ha partecipato Rocco Aluzzo

Processo La Mantia ed altri

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Dichiarazioni spontanee Palermo, 5 gennaio 2009 – 12:50

 

Rocco Aluzzo   imputato  15:1510′ 6″

  • Interrogatorio Francesco Campanella, Villabate, Centro Commerciale, Arch Aluzzo Rocco, ASSET DEVELOPMENT s.r.l., Architetto Borsellino, Cuffaro, Mandalà,


    Megastore e mafia chiesti sessant’ anni

    I pm della Dda Nino Di Matteo e Lia Sava hanno chiesto 60
    anni di reclusione per gli 8 imputati nel processo sul megastore di Villabate
    controllato dalla mafia. 



    La pena più alta – 15 anni – è stata sollecitata per
    Giovanni La Mantia,
    accusato di associazione mafiosa; nove anni la pena chiesta per l’ ex sindaco
    di Villabate Lorenzo Carandino (concorso esterno) e per l’ architetto che
    progettò l’ ipermercato, Rocco Aluzzo (concorso esterno). 

    I pm hanno invece
    chiesto la condanna a 7 anni di Pierfrancesco Marussig, titolare della Asset
    Development
    che doveva realizzare il centro commerciale, accusato di corruzione
    aggravata dall’ avere agevolato la mafia. 

    Sette anni la pena chiesta per l’
    architetto Antonio Borsellino e 5 anni per l’ ex socio della Asset, Giuseppe
    Daghino e per l’ ex sindaco di Catania, Angelo Lo Presti.

    Patto mafia-politica per il megastore

    Da mandalà a La
    Loggia, da Cuffaro a Mastella. Per Francesco Campanella, il
    politico “pentito” che, con le sue dichiarazioni, ha aggravato la
    posizione del presidente della Regione nel processo che lo vede imputato di
    favoreggiamento a Cosa nostra e rivelazione di notizie riservate, è arrivata l’
    ora di ribadire in aula le sue accuse sulle tante relazioni pericolose tra
    uomini politici e mafiosi che a lui, ex segretario nazionale dei giovani dell’
    Udeur ma anche uomo “riservato” della famiglia mafiosa di Villabate,
    risultano in prima persona. E proprio al processo per le tangenti per la
    realizzazione del centro commerciale di Villabate Campanella verrà ascoltato la
    prossima settimana a Firenze dai pm Nino Di Matteo e Lia Sava che, nei giorni
    scorsi, hanno depositato agli atti il memoriale datato 11 ottobre 2005 nel
    quale Campanella, ancor prima di formalizzare il suo status di collaboratore di
    giustizia, ha messo nero su bianco le sue accuse. E non solo a Cuffaro. Ci sono
    due uomini di primo piano di Forza Italia ai quali il pentito attribuisce uno
    stretto rapporto personale con il boss di Villabate, Antonino Mandalà, che fu
    il coordinatore del circolo azzurro di Villabate. E proprio Mandalà, in una
    riunione nello studio del presidente dei senatori di Forza Italia Renato
    Schifani, avrebbe concordato con lui e con «il suo amico e socio» Enrico La Loggia le modifiche da
    apportare al piano regolatore di Villabate, strumento di programmazione
    fondamentale per la realizzazione del centro commerciale che tanto interessava
    alla cosca di Villabate. Il pentito racconta che l’ operazione concordata tra
    Mandalà e La Loggia
    «avrebbe previsto l’ assegnazione dell’ incarico ad un loro progettista di
    fiducia, l’ ingegner Guzzardo, e l’ incarico di esperto del sindaco in materia
    urbanistica allo stesso Schifani, che avrebbe coordinato con il Guzzardo tutte
    le richieste che lo stesso Mandalà avesse voluto inserire in materia di
    urbanistica. In cambio – precisa poi Campanella – La Loggia, Schifani e Guzzardo
    avrebbero diviso gli importi relativi alle parcelle di progettazione Prg e
    consulenza». 

    Secondo Campanella, «il piano regolatore di Villabate si formò
    sulle indicazioni che vennero costruite dagli stessi Antonino e Nicola Mandalà,
    in funzione alle indicazioni dei componenti della famiglia mafiosa e alle
    tangenti concordate». Nel processo che martedì si trasferisce a Firenze sono
    imputati Pier Francesco Marussig e Giuseppe Daghino (i manager della
    multinazionale romana Asset); l’ ex sindaco di Catania, Angelo Francesco Lo Presti;
    l’ ex sindaco di Villabate, Lorenzo Carandino; gli architetti Rocco Aluzzo e
    Antonio Borsellino.

    Nella vicenda dell’ ipermercato di Villabate, che poi non
    fu mai realizzato, Campanella è il teste chiave: il pentito sostiene di aver
    ricevuto da Marussig una tangente da 25 mila euro per sveltire l’ iter di
    approvazione del centro commerciale. Antonino Mandalà è invece imputato in una
    seconda «tranche» del processo che si celebra con il rito abbreviato. 

    Il
    tribunale lo ha condannato a 8 anni per associazione mafiosa nel processo a
    Gaspare Giudice
    . a.z.


    Villabate, tangenti sul megastore a giudizio politici e imprenditori

    Il giudice per l’ udienza preliminare di Palermo Marco
    Mazzeo ha rinviato a giudizio otto persone accusate a vario titolo di avere
    avuto un ruolo nell’ affare del centro commerciale di Villabate. 

    Della vicenda,
    secondo quanto riferito dal pentito Francesco Campanella, era interessata la
    famiglia mafiosa del paese a 5 chilometri da Palermo, capeggiata da Nicola
    Mandalà. 

    Nell’ affare Cosa nostra avrebbe cercato di ottenere autorizzazioni
    per realizzare un mega centro da circa 200 milioni di euro. Per accelerare le
    pratiche sarebbero state pagate tangenti ai consiglieri comunali di Villabate.
    Il Gup ha accolto la richiesta dei pubblici ministeri Nino Di Matteo e Lia
    Sava: a giudizio sono andati Giovanni La Mantia, Rocco Aluzzo, Antonio Borsellino, l’ ex
    sindaco del paese Lorenzo Carandino, l’ ex sindaco di Catania Angelo Francesco
    Lo Presti, Matteo D’ Assaro, Pierfrancesco Marussig e Giuseppe Daghino,
    titolari della società Asset Development che avrebbe dovuto realizzare il
    centro. 

    In apertura di udienza il gup aveva respinto le eccezioni di
    incompetenza territoriale presentata dalla difesa di Marussig, di Daghino e di
    Lo Presti. Il processo è stato fissato per il 16 aprile davanti alla quinta sezione
    del tribunale di Palermo.

    Villabate, ecco il contratto con la mafia

    Dentro il computer di un architetto che si occupò del centro
    commerciale di Villabate, i carabinieri hanno ritrovato un documento
    eccezionale. è un vero e proprio contratto stipulato dagli imprenditori con il
    capomafia di Villabate. 

    «La definizione degli accordi è avvenuta con il signor
    Nicola Mandalà – è scritto nel documento – che nel periodo finale ha sostituito
    il signor Campanella». 

    Era nel computer dell’ architetto Rocco Aluzzo il file,
    assieme ad altri che adesso sono all’ esame di un perito informatico. 

    Stabilisce ancora il documento: «Allegato A. Condizioni pattuite dalla società
    acquirente con i signori Borsellino, Mandalà, Notaro e Campanella». 

    Al punto
    tre si legge: «Impegno assunto dalla società acquirente ad affidare buona parte
    degli appalti dei lavori a ditte indicate dai suddetti signori». E ancora:
    «Impegno assunto dalla società ad assumere, in misura pari ad almeno il 20 per
    cento del proprio organico, personale indicato dai suddetti soggetti». 

    Punto
    cinque: «Impegno assunto dalla società acquirente a cedere in affitto almeno il
    30 per cento dei locali o dei rami d’ azienda della galleria di negozi che si
    andrà a realizzare, a ditte indicate dai soggetti di cui sopra». E non si
    capisce a che titolo Nicola Mandalà, il boss che custodiva la latitanza di
    Provenzano, fosse parte dell’ accordo. La data del documento è quella del 26
    febbraio 2001. 

    Il documento è stato depositato ieri mattina dal pm Nino Di
    Matteo. E al processo Miceli, la
    Procura ha chiamato a deporre l’ avvocato Giovan Battista
    Bruno: un tempo, era uno degli amici più fidati del presidente Cuffaro. Oggi,
    lo mette nei guai, confermando le accuse di un altro amico del governatore,
    Francesco Campanella, oggi uno dei principali pentiti della Procura di Palermo. 

    Dice Bruno: «Incontrai Cuffaro in un ristorante, a Roma, il sabato prima di
    Pasqua, nel 2003. Parlava male di Campanella. Mi disse, a proposito del
    progetto di realizzazione di un centro commerciale a Villabate: “Se uno
    vuole le cose si deve presentare. Ed invece da una parte mi hanno offerto 5
    miliardi, da quest’ altra manco sono venuti». 

    Successivamente, Bruno incontrò
    Campanella: «Definì Cuffaro un traditore – ricorda l’ avvocato Bruno – mi disse
    che secondo lui Totò aveva fatto finta di portare avanti il progetto di
    Villabate, invece in realtà voleva solo quello di Brancaccio». Secondo la Procura, dietro il centro
    di Brancaccio, c’ erano i boss. Bruno offre altri inediti: «Campanella mi disse
    che Cuffaro l’ aveva avvertito di indagini su di lui, per questo sarebbe stato
    meglio allentare i rapporti».

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2006/04/14/villabate-ecco-il-contratto-con-la-mafia.html

    Archiviata la causa per diffamazione, “è la verità”
    Cuffaro perde contro “La Mafia è bianca”

    Salvatore Cuffaro perde il secondo round contro “La Mafia è bianca”. Il Tribunale di Bergamo, infatti, per la seconda volta dà ragione a Michele Santoro e ai due giornalisti Stefano Maria Bianchi e Alberto Nerazzini, autori del film-documentario campione d´incassi con oltre 80 mila copie vendute. I giornalisti erano stati querelati per diffamazione dal Presidente della Regione Sicilia. L´inchiesta – secondo i giudici – è “una indagine sulla realtà delle strutture sanitarie nella Regione Sicilia”. Il tribunale di Bergamo, sezione del giudice per le indagini preliminari ha disposto l´archiviazione del procedimento in quanto gli elementi acquisiti non sono sufficienti per sostenere l´accusa in giudizio. Dopo aver chiesto il sequestro del libro dvd – richiesta già respinta nel merito dal tribunale civile di Bergamo nel gennaio 2006 – Cuffaro aveva predisposto una causa penale, sempre per diffamazione a mezzo stampa, nei confronti dei due autori e di Michele Santoro, autore della prefazione al volume. Nel merito, “l´esame degli scritti e la visione del dvd rivelano, ad avviso del Gip, lo svolgimento di una indagine sulla realtà delle strutture sanitarie nella Regione Sicilia che, attraverso la trascrizione di brani di dichiarazioni rese alla autorità giudiziaria da parte di soggetti, in genere medici, già condannati o imputati in procedimenti penali per fatti di criminalità mafiosa non violenta, integrate da ulteriori informazioni, fornite dagli autori della pubblicazione, mostra le gravi inefficienze delle strutture pubbliche e la correlativa efficienza della nutritissima schiera di strutture sanitarie private, accreditate dalla Regione siciliana in misura di gran lunga eccedente quella delle altre regioni. In tale contesto emergono rapporti di personale conoscenza o di occasionale frequentazione tra il Presidente della regione, anch´egli medico, radiologo, e taluni di quei soggetti dichiaranti, che gli autori dell´indagine sottolineano al fine di evidenziare gli intrecci di interessi economici e politici”.

    http://isolapulita.forumfree.net/
    Comitato Cittadino Isola Pulita di Isola delle Femmine

    http://isoladellefemminepulita.blogspot.com/2011/09/isola-delle-femmine-comune-accesso-agli.html

SCIOLTO IL COMUNE DI BARCELLONA? NO, SOSPESO

Bertolt Brecht  : “Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”
Non mi piace pensare che esiste l’ingiustizia della legge, non mi piace perché è dura da digerire, mi rendo conto che spesso e volentieri si perde traccia degli eventi perché non sono più sensazionali e solo grazie alla diretta conoscenza delle persone coinvolte verrai a sapere che quella storia non è finita così. Ma…………..
Pino Ciampolillo
 
 
SCIOLTO IL COMUNE DI BARCELLONA? NO, SOSPESO
 
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01/06/2012 15:41 RSS
SCIOLTO IL COMUNE DI BARCELLONA? NO, SOSPESO
 
Apprendiamo da notizie di stampa (Gazzetta del sud , 31/05/2012, pag 34), che il Ministro dell’Interno, a seguito dell’ispezione della commissione prefettizia al comune di Barcellona Pozzo di Gotto, per verificare eventuali infiltrazioni mafiose, ha emesso un provvedimento di sospensione di 30 giorni per 6 funzionari e dirigenti del comune. Ricordiamo che il Prefetto aveva nominato la commissione a seguito di un esposto presentato dall’Associazione Antimafie Rita Atria e dall’Associazione Citta’ Aperta di Barcellona Pozzo di Gotto. Dall’articolo di stampa suddetto, unico documento finora a nostra conoscenza, emergono le seguenti , provvisorie, valutazioni:
Si evincono, da subito, due inconfutabili verità:
 
1)   Le infiltrazioni mafiose si sono verificate;
2) Si sono individuate le persone all’interno del comune che quelle infiltrazioni le hanno veicolate.
Perché, allora, non è stato sciolto il comune di Barcellona Pozzo di Gotto? Non lo sappiamo; attendiamo di leggere le eventuali motivazioni. A noi piace pensare che il Ministro dell’interno abbia tenuto conto dell’esito delle elezioni amministrative che hanno dato un netto segnale di discontinuità con la precedente amministrazione. Insomma, ci piace pensare che il ministro abbia preso atto della volontà popolare dei cittadini barcellonesi di “sciogliere” con il voto democratico la precedente amministrazione. Ma questo è solo un nostro pensiero. Le carte parleranno più chiaramente, almeno lo speriamo.
Rimane la forte perplessità sulla sanzione comminata alle persone individuate come veicolo di infiltrazione mafiosa. Oggettivamente, 30 giorni di sospensione, nella pubblica amministrazione, si comminano per illeciti molto meno gravi di quelli riscontrati dalla commissione così come si evince dalla lettura dell’articolo di stampa.
Certamente, in attesa di leggere le carte ufficiali e di avere contezza delle motivazioni definitive, ci attendiamo dalla nuova amministrazione e dal Sindaco , prof.ssa Maria Teresa Collica, che , ricordiamo, è espressione del movimento Città Aperta di Barcellona Pozzo di Gotto, chiari e forti provvedimenti di censura nei confronti dei funzionari individuati dalla Commissione Prefettizia, di netta sfiducia del loro operato e, laddove non sia possibile la rimozione, di allontanamento dai precedenti incarichi. Crediamo che l’eventuale carenza di organico potrà essere recuperata tramite una seria e fattiva collaborazione fra amministrazione comunalee istituzioni governative.
Milazzo lì, 01/06/2012
Santo Laganà
Presidente dell’Associazione Antimafie Rita Atria
 
 
 
 
 
 
BARCELLONA PG: L’OMBRA DELLA MAFIA SUL PARCO COMMERCIALE, L’ESPOSTO DELLE ASSOCIAZIONI “RITA ATRIA” E “CITTA’ APERTA” (VIDEO)
 
 
 
 
A seguito dell’articolo di oggi sulla Gazzetta del Sud, riguardante la ricostruzione della vicenda del Parco Commerciale da parte del senatore Nania, cugino del sindaco barcellonese, che ha parlato di “teorema LAM”, in cui “L” starebbe per il senatore Lumia, che l’ha riassunta in interrogazione; “A” per l’associazione Atria che ne ha fatto un cavallo di battaglia e “M” per il giornalista la cui ricostruzione avrebbe sostanziato l’intervento ispettivo di Lumia, ripubblichiamo l’articolo seguito alla conferenza che si è svolta a dicembre a Palazzo dei Leoni, ricordando che è in corso una inchiesta da parte di una Commissione Prefettizia e che la vicenda è già all’attenzione della DDA.
Dal momento che i Nania (senatore e sindaco) denuciano la responsabilità della vicenda ad una amministrazione di centrosinistra, aspettiamo che lo “scontro” assuma un carattere politico, per evitare una “personalizzazione” che certamente non serve alla chiarezza.
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Era gennaio del 2011 quando l’associazione antimafie “Rita Atria” di Milazzo , insieme all’associazione “Città aperta” di Barcellona Pozzo di Gotto, hanno presentato un ricco dossier sulla vicenda inerente il Parco Commerciale della Città del Longano,  alla Procura barcellonese e al Prefetto di Messina.  L’esposto non ha avuto ancora esiti giudiziari, ma le associazioni sperano in una nuova fase rappresentata dalla nomina da parte del Ministro dell’Interno, Rosanna Cancellieri, di una commissione d’indagine per la verifica di eventuali infiltrazioni mafiose al comune di Barcellona Pozzo di Gotto. Infiltrazioni da tempo denunciate dai movimenti antimafia che sul territorio rappresentano con il lavoro quotidiano quella lotta alla mafia che non è solo parolaia e che fa sperare. (vedi video)
Del resto chiedere che si arrivi allo scioglimento del consiglio comunale di Barcellona sembra utopistico, visti altri tentativi andati a vuoto grazie proprio all’intervento di quei personaggi politici che contano in Parlamento e che a Barcellona continuano a mantenere interessi e gestire affari.
Per comprendere una  vicenda complessa, come quella affrontata dalle associazioni antimafia, può soccorrere un articolo del giornalista Antonio Mazzeo, presente a  Palazzo dei Leoni dove si è tenuta la conferenza di presentazione dell’esposto, e che da anni scrive inchieste scomode mettendo in evidenza gli intrecci tra i poteri politico-economici e mafiosi che impediscono uno sviluppo reale del territorio.
Quello che vi proponiamo è stato scritto nel 2007, all’indomani dell’ennesima “marcia indietro” del Governo sullo scioglimento per mafia del Comune di Barcellona. Il pezzo è corposo, ma è necessario quando bisogna ricomporre un puzzle come quello barcellonese.
Il grande inciucio di Barcellona Pozzo di Gotto di Antonio Mazzeo
La notizia sembra ormai certa: il governo non scioglierà per mafia la città di Barcellona. Le pressioni del sen. Domenico Nania esercitate congiuntamente ad alti esponenti politici siciliani del centrosinistra, avrebbero convinto Giuliano Amato a sfiduciare la relazione della commissione prefettizia che aveva accuratamente descritto l’infiltrazione della criminalità nella vita amministrativa. L’ambiguo ruolo della Prefettura di Messina.
Si respira una brutta aria a Barcellona Pozzo di Gotto. E girano pure delle brutte voci. Sei mesi dopo la conclusione dell’indagine conoscitiva della commissione prefettizia sulle infiltrazioni mafiose al Comune, sul tavolo del ministro degli Interni giace una relazione che descrive gravi deviazioni amministrative e le frequentazioni rituali tra boss e politici locali. Eppure, ad oggi, Giuliano Amato non ha ancora predisposto il decreto di scioglimento da sottoporre al Consiglio dei ministri. A settembre 2006 sembrava cosa fatta. Si disse che era questione di giorni. Poi iniziò un altalenante susseguirsi di conferme e di smentite. Attraverso ripetute interviste a giornali ed emittenti televisive, il sindaco Candeloro Nania, cugino del più noto senatore di An Domenico, rivelò di essere stato ricevuto da alti funzionari del Viminale e di avere dimostrato agli stessi l’insussistenza, a suo dire, dei presupposti per lo scioglimento dell’amministrazione comunale da lui guidata. Intanto si facevano pressanti le “insinuazioni” che vedevano lo scioglimento sacrificato da una “trattativa” tra gli amministratori di centrodestra protetti dal potente parlamentare barcellonese ed uno o più esponenti regionali dei Ds e della Margherita, finanche un senatore dell’Unione eletto nell’isola e persino un sottosegretario meridionale. “Tu ci metti una buona parola a Roma e noi disertiamo di tanto in tanto le risicate votazioni a palazzo Madama”, il succo dell’accordo. Il tutto veniva messo nero su bianco da alcuni organi di stampa locali. Scontata una levata di scudi delle segreterie dei due maggiori partiti del centrosinistra e di An, la richiesta della testa dell’incauto giornalista e magari una sfilza di querele da parte dei parlamentari chiamati in ballo. E invece un inquietante silenzio-assenso. Iniziava allora a circolare in versione integrale il contenuto della “segreta” relazione prefettizia ed il sindaco Nania, a nome della maggioranza, chiedeva ufficialmente l’archiviazione della procedura di scioglimento del Comune contestando alcuni dei rilievi (i meno significativi) dei commissari. Continuava l’agonia di una città oppressa dalla violenza, che aveva sperato però di incamminarsi in un difficile percorso di liberazione dal condizionamento criminale.
Certo le voci indignate sono state poche, troppo poche. Le maggiori associazioni antimafia d’Italia, riunitesi a Barcellona l’8 gennaio scorso per ricordare il sacrificio del giornalista Beppe Alfano, avevano chiesto qualche sforzo in più per dare la spallata finale ad una consorteria politico-affaristica che appariva ormai moribonda. I partiti all’opposizione hanno invece nicchiato, hanno scelto di non alzare la voce, non hanno preteso spiegazioni ai propri rappresentanti di Roma e Palermo accusati di combine con l’avversario post-fascista. Per alcuni dei leader locali è già tempo di campagna acquisti e rimpolpare le liste in previsione della prossima tornata elettorale, che senza il decreto di Amato, scatterà a primavera.
Domenica 14 gennaio c’è stato un colpo di teatro: nel corso di un comizio nella piazza centrale di Barcellona, il senatore Nania ha dichiarato di aver ricevuto personalmente da Giuliano Amato confidenze secondo le quali il Ministro stesso non “reputa sussistere i presupposti per lo scioglimento dell’amministrazione comunale ma che non è detto che egli riesca a respingere le poderose pressioni che gli vengono rivolte da personaggi che ambirebbero allo scioglimento per bieche convenienze politiche”. C’è chi ha letto le dichiarazioni del parlamentare come un’ammissione di sconfitta, mentre da Roma giungono voci che entro venerdì 19, massimo il 26 di gennaio, il Consiglio dei Ministri avrebbe commissariato Barcellona per mafia. La “soffiata” dalla capitale induce a pensare che si è alla svolta finale. Ma l’illusione dura poco. Lunedì 15, sindaco e assessori si presentano al lavoro spavaldi. C’è chi giura di averli sentiti festeggiare in sala giunta. “Amato non predisporrà il decreto, ormai è certo”, gridano alcuni. Dal Viminale si raccolgono implicite conferme. “Non potevamo fare di più, di fronte alle contro-osservazioni dei due Nania, Giuliano Amato avrebbe richiesto alla Prefettura di Messina ulteriori elementi a chiarimento. Gli sarebbe stato risposto che la situazione odierna è diversa e così il ministro ha deciso di soprassedere”.
L’ennesimo trionfo del senatore nero. Ennesimo perché sono passati quasi quattro anni da quando sono pubbliche le risultanze delle inchieste sulle commistioni tra alcuni assessori e consiglieri e la criminalità organizzata nella gestione di importanti opere pubbliche in mezza Sicilia (“Operazione Omega-Icaro”), e nessuno, né a Messina, né a Palermo, né a Roma aveva ritenuto doveroso avviare un’indagine conoscitiva sul reale peso dell’infiltrazione mafiosa nella vita politico-amministrativa di Barcellona Pozzo di Gotto.  L’immobilismo è durato sino al gennaio dello scorso anno, quando la Relazione di minoranza (oggi maggioranza di  governo) della Commissione parlamentare antimafia dedicava alla città del Longano un capitolo intero. “La mafia barcellonese mostra di avere grande capacità di infiltrazione nel settore degli appalti pubblici e nelle amministrazioni locali … e l’indebita interferenza nella gestione del servizio di raccolta dei rifiuti”, dichiaravano i commissari. Poi un passaggio ancora più sconvolgente: “L’importanza di Barcellona negli equilibri di Cosa Nostra è risultata anche nelle vicende della strategia stragista che colpì la Sicilia nel 1992. Molti collaboratori di giustizia hanno riferito che proprio nella provincia messinese si tennero alcune riunioni fra uomini di Cosa Nostra ed interlocutori esterni. Ma al di là di questo c’è il fatto, riferito da Brusca, che il telecomando da lui stesso azionato il 23 maggio 1992 a Capaci gli venne personalmente recapitato da Giuseppe Gullotti…”. Barcellona la Corleone del XXI secolo, si disse. Lo scioglimento per mafia del Consiglio apparve la strada obbligata per ridare barlumi di legalità e trasparenza alla vita amministrativa della città. Ma c’erano le elezioni politiche alle porte e si ritenne, tacitamente, che la questione non dovesse avvelenare il libero confronto tra le parti.
Prodi vinse anche se di un soffio ma si preferì far passare impunemente anche la tornata per il rinnovo del Parlamento regionale. Quasi non si dovesse disturbare il grande manovratore locale. Finalmente a giugno 2006 giunsero i quattro commissari nominati dal Prefetto Stefano Scammacca che in meno di un mese definirono la realtà barcellonese come “molto inquietante”.
“La mafia imprenditrice, quella delle connivenze con alcuni membri delle istituzioni e, per finire, quella che si insinua nel settore della politica, dei servizi pubblici e della pubblica amministrazione sono le connotazioni più recenti della criminalità organizzata barcellonese”, si legge in una delle centoquarantasei pagine di relazione. Centoquarantasei pagine in cui che sarebbero state smontate da una “richiesta di archiviazione” a firma dell’amministrazione di appena 8 pagine, più 9 schede di “osservazioni”. A cui si sarebbe aggiunto, e in modo determinante, un “supplemento esplicativo” a firma del Prefetto Stefano Scammacca.
Amato ha preferito credere più a lui che al “collega” Antonio Nunziante a capo della commissione ispettiva, promosso intanto a Prefetto di Forlì. Poco meno di un anno fa, il 15 marzo 2006, Stefano Scammacca non aveva certo dato un bell’esempio di alto funzionario dello Stato. Chiamato a deporre come teste al processo di Catania sul “rais” dei supermercati della Sicilia orientale, Sebastiano Scuto, imputato di mafia, il Prefetto di Messina ha risposto con ben trenta “non ricordo”. Ha tuttavia ammesso “un rapporto amichevole” con l’imprenditore. Tanto amichevole da svendergli una Macerati del ’68. Ma questa è un’altra brutta storia.
Il gioco al massacro
E così ancora una volta a Barcellona le frasi più ricorrenti sono “semu tutti i stissi” o “il mafioso, tanto, lo abbracciavano tutti”. E trapelano vere e proprie perle bipartisan. Uno dei temi che ha destato l’interesse dei commissari è stato ad esempio quello della locazione di immobili sede di uffici pubblici comunali. Rovistando tra le carte si è scoperto che il 18 ottobre 2001 il Comune di Barcellona stipulò un contratto della durata di 6 anni con tale Alessandro Cattafi, amministratore unico della Dibeca Snc di Barcellona, “in sostituzione di Nicoletta Di Benedetto, proprietaria dell’immobile, dietro corresponsione di un canone annuo fissato in 27.888,67 euro”. Alessandro Cattafi e Nicoletta Di Benedetto risultano essere rispettivamente figlio e madre dell’avvocato Rosario Cattafi, sottoposto dal luglio 2000, data antecedente alla stipula della locazione, alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza con obbligo di soggiorno per cinque anni. Certo le colpe dei padri non ricadono automaticamente sui figli, ma sarebbe bastata una capatina alla Camera di commercio per verificare che la società in questione non occultava per nulla il suo vero dominus: il nome completo è infatti “Dibeca snc di Cattafi Rosario & C”, oggetto la gestione di lavori edili, stradali, marittimi e ferroviari. Amministratore unico della società sino al 1987, Agostino Cattafi, fratello di Rosario, poi sindaco del comune di Furnari.
Rosario Cattafiè descritto dai commissari prefettizi come uno dei “soggetti di livello superiore” che si muovono per mediare i contatti tra i vertici di Cosa Nostra e “taluni membri delle istituzioni operanti specialmente nel settore della politica, della giustizia e delle pubbliche amministrazioni”. Le indagini hanno accertato i rapporti tra il legale e “numerosi esponenti della criminalità organizzata provinciale e regionale, con particolare riferimento a Francesco Rugolo, ai vertici del gruppo barcellonese, ucciso il 26 febbraio 1987”. Cattafi è stato pure “compare di anello” del boss Giuseppe Gullotti (quello citato nella Relazione dell’Antimafia come il fornitore del telecomando per l’attentato mortale contro il giudice Falcone, la moglie e la scorta del 1992), a capo della mafia del Longano perlomeno sino alla sua condanna definitiva per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano. “Di assoluto rilievo – aggiungono i commissari – sono anche i rapporti che lo vedono legato al boss catanese Benedetto Santapaola ed a soggetti appartenenti alla cosca mafiosa di quest’ultimo. Numerosi collaboratori di giustizia hanno indicato Cattafi come personaggio inserito in importanti operazioni finanziarie illecite e di numerosi traffici di armi, in cui sono emersi gli interessi di importanti organizzazioni mafiose quali, oltre alla cosca Santapaola, le famiglie Carollo, Fidanzati, Ciulla e Bono”. Esponente di punta negli anni ’70 dell’estrema destra accanto a Pietro Rampulla, l’esperto artificiere di Cosa Nostra, Rosario Cattafi è stato pure indagato (e prosciolto) dalla DDA di Caltanissetta nell’ambito del procedimento sui “mandanti occulti” della strage di Capaci. Egli ha pure subito una pesante condanna, poi annullata, al processo sull’Autoparco della mafia di via Salomone a Milano.
Con l’oscuro personaggio sarebbero stati sin troppo accondiscendenti quasi tutti i gruppi politici di Barcellona. “Fu l’allora giunta di centrosinistra con delibera del 15 giugno 2000, approvata dal sindaco Francesco Speciale e dagli assessori Ds Rocco Marazzitta, Giuseppe Saya e Vito Siracusa ad autorizzare l’amministrazione a stipulare il contratto di affitto con la società della famiglia Cattafi”, ha scritto Candeloro Nania nella sua richiesta di archiviazione della procedura di scioglimento del Comune di Barcellona. “L’atto di affitto è stato sottoscritto materialmente il 18 ottobre 2001 dall’allora Commissario regionale, dott. Zaccone”, ha replicato l’ex sindaco Speciale. E viene pure recuperata dagli archivi del Municipio una delibera del Consiglio comunale in data 9 maggio 2000 con cui si approvava una proposta di emendamento a firma dei capigruppo dei partiti del centrodestra Maurizio Marchetta, Nicola Marzullo, Santi Calderone e Danilo Gelsomino che elevava a 70.000 euro il capitolo di bilancio riservato annualmente all’affitto dei nuovi locali. Dunque il “regalo” a Cattafi & famiglia non era certo da imputare – solo – all’allora giunta di centrosinistra. Firmato poi il contratto dal Commissario nessuno se l’è poi sentita di tirarsi indietro e la Dibeca ha già incassato quasi 140.000 euro di canoni d’affitto. Per la cronaca, nello stabile “comunale” dei Cattafi ha sede anche la Croce Rossa Italiana – delegazione provinciale di Messina / Barcellona.
“Io Cattafi lo conoscevo bene”
Primo firmatario dell’emendamento sugli affitti, come abbiamo visto, tale Marchetta, astro ascendente di An, poi vicepresidente dell’odierno consiglio comunale. A lui la relazione prefettizia dedica più di un passaggio. Intanto perché notato in compagnia dello stesso avvocato Rosario Cattafi e di altri mafiosi di punta del gotha barcellonese, come ad esempio Giuseppe “Sem” Di Salvo, odierno reggente del clan. Maurizio Marchetta è stato indagato per associazione mafiosa finalizzata alla turbativa d’asta nel procedimento “Omega” e nei suoi confronti è stata proposta misura di prevenzione antimafia personale e patrimoniale. Il 26 maggio 2006 il Tribunale di Messina ha però rigettato la richiesta di confisca ordinando il dissequestro dei beni e, provvidenzialmente, solo due mesi fa, il reato per il 416bis è stato derubricato in associazione semplice.
Anche l’avvocato Rosario Lizio, assessore alla “Pubblica Istruzione, promozione culturale, valorizzazione dei beni culturali, musei, biblioteche, sport e turismo” è stato notato perlomeno una volta in compagnia del “collega” Cattafi. E nella giunta Nania ha seduto per quasi tutto il mandato un secondo assessore “vicino” al controverso personaggio in odor di mafia e servizi segreti, il forzista Giuseppe Cannata, delega ai temi caldi dell’“Ambiente e della Sanità”. Cannata è stato descritto come “soggetto più volte trovato in compagnia di alcuni tra i più importanti e pericolosi appartenenti alla criminalità organizzata” (tra gli altri Sem Di Salvo, i fratelli Aldo e Salvatore Ofria, Cosimo Scardino, ecc.). Già condannato per emissione di assegni a vuoto, Cannata è imputato di tentata estorsione e falso in bilancio (reati per i quali fu arrestato nel maggio 1997). Candeloro Nania ha deciso di sbarazzarsi di lui solo il 3 ottobre 2006. “Sono intervenuto – ha dichiarato – quando ho avuto conoscenza e certezza che nelle note prefettizie e nella relazione Nunziante si faceva riferimento alle presunte frequentazioni del Cannata”. Evidentemente per il sindaco garantista non erano stati sufficienti manette e relazioni antimafia. Del resto il Cannata era cittadino al di sopra di ogni sospetto. La moglie sarebbe una dipendente del Ministero degli Interni al servizio della Prefettura di Messina e da due anni presterebbe servizio presso l’Ispettorato di Pubblica Sicurezza di Barcellona…
 
 

Amministrative: Briguglio a Mario Monti, fermare elezioni a Barcellona Pozzo di Gotto

Notizia dell’ ultim’ ora: 30 Aprile, ore 09:30
Roma, 30 Aprile. (Gassata) – “Presidente Mario Monti fermi le elezioni condizionate dalla mafia a Barcellona Pozzo di Gotto. Il Ministro dell’Interno Cancellieri ha sul tavolo il dossier della Prefettura che chiede lo scioglimento del Comune. Perche’ il Consiglio dei ministri non si pronuncia mettendo fine a una campagna elettorale che e’ una tragica farsa? Ci sono pressioni? E da parte di chi?”. E’ l’appello di Carmelo Briguglio, vice presidente dei deputati di Fli al Presidente del Consiglio Mario Mario Monti.
 
 
31 Mag 2012

BARCELLONA PG – Conclusa con un decreto del ministro dell’Interno Cancellieri l’indagine prefettizia sulle infiltrazioni mafiose nella vicenda del parco di contrada Siena: Sospesi 6 funzionari comunali. La durata è di 30 giorni: «Condotte che hanno compromesso il regolare funzionamento di alcuni servizi»

Postato da Enrico Di Giacomo
 
 
 
 
 
 
 
La Commissione d’accesso aveva concluso per lo scioglimento del Comune di Barcellona per infiltrazioni mafiose, quella mattina del 30 marzo scorso in Prefettura, a Messina, evidenziando una serie di fatti. Per tre mesi il vice prefetto Antonio Contarino, il vice questore e dirigente del commissariato di Barcellona Mario Ceraolo, e il capo sezione della Dia di Messina Danilo Nastasi, avevano spulciato decine di atti amministrativi. Poi avevano tratto le loro conclusioni consegnandole al prefetto Francesco Alecci. In sede di Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica la decisione era stata adottata a maggioranza perché tra tutti i componenti il sindaco di Messina Giuseppe Buzzanca e il presidente della Provincia Nanni Ricevuto avevano votato contro lo scioglimento. Nella storia della Dibeca Sas e degli interessi dell’avvocato Rosario Cattafi secondo quelle carte evidentemente non tutto era filato liscio, per la realizzazione del mega parco commerciale di contrada Siena.
Ma il provvedimento adottato nei giorni scorsi dal ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri sulle infiltrazioni mafiose a Barcellona è differente rispetto alla proposta prefettizia. Il suo decreto, datato 22 maggio 2012, il giorno dopo la conclusione definitiva della tornata elettorale nel Longano, ha disposto soltanto la sospensione di sei funzionari comunali, dal segretario generale in giù, perché «… le condotte poste in essere dai suddetti funzionari hanno compromesso il regolare funzionamento di alcuni servizi in contrasto con i principi di buona (c’è un refuso nel testo, n.d.r.) andamento ed imparzialità arrecando altresì grave nocumento all’amministrazione comunale», ed è quindi necessario «… procedere all’adozione di un provvedimento idoneo a far cessare, immediatamente, il pregiudizio in atto e ricondurre alla normalità la vita amministrativa dell’ente locale».
 
Quindi è stata disposta la sospensione dal servizio per il segretario generale del Comune di Barcellona Pozzo di Gotto Gaetano Russo, e per i funzionari Roberto La Torre (dirigente dell’VIII Settore-polizia municipale), Rosario Maimone (vice comandante dell’VIII Settore-polizia municipale), Orazio Mazzeo (dirigente del VII Settore-gestione del territorio e ambiente), Carmelo Perdichizzi (funzionario del VII Settore-capo servizio I), Salvatore Fazio (funzionario del VII Settore-capo servizio IV). Mazzeo e Perdichizzi sono ingegneri, Fazio è architetto, Maimone è il vice comandante dei vigili, e in passato ha subito anche intimidazioni. L’ingegnere Mazzeo è stato Rup, cioé il responsabile unico del procedimento amministrativo, sia del Prg di Barcellona sia del progetto urbanistico, tecnicamente è un Prp, legato al parco commerciale di contrada Siena. Quanto durerà la sospensione? Lo dice lo stesso decreto, perché «… considerati i fatti segnalati dal Prefetto di Messina con la citata relazione del 30 marzo 2012 e la rilevanza delle condotte poste in essere dai suddetti funzionari è ritenuto congruo quantificare il periodo di sospensione in 30 giorni».
Che la Commissione d’accesso agli atti a Palazzo del Longano nominata dal prefetto Francesco Alecci avesse concluso per la sussistenza di infiltrazioni mafiose, per i fatti pregressi legati alla storia del parco commerciale di contrada Siena e per altre vicende, lo dice lo stesso decreto ministeriale, quando spiega che dalla relazione prefettizia «… è emersa la sussistenza degli elementi di cui al comma 1 dell’articolo 143 del decreto legislativo 18 agosto 2000 n. 267 con riferimento ad alcuni funzionari… in servizio presso il Comune di Barcellona Pozzo di Gotto». Per altro verso se si considera che in casi precedenti le sospensioni sono state di durata molto più lunga, questa limitata a 30 giorni dei sei funzionari è probabilmente legata anche ad altri fatti specifici e non soltanto alla vicenda del parco commerciale. NUCCIO ANSELMO – GDS

La vicenda

Nel dicembre 2011 il prefetto di Messina Francesco Alecci istituì una commissione d’accesso agli atti per la vicenda del parco commerciale di contrada Siena, scrivendo che si erano verificate «problematicità nell’ambito della procedura adottata dall’Amministrazione Comunale di Barcellona», quindi era necessario «verificare la eventuale esistenza di forme di condizionamento della criminalità organizzata». Tempo prima aveva ricevuto un esposto dall’associazione antimafia “Rita Atria” di Milazzo e dall’associazione “Città aperta”. Contestualmente firmò il decreto, che fu notificato all’allora sindaco di Barcellona Candeloro Nania, e nominò una Commissione d’indagine formata da tre membri: il vice prefetto Antonio Contarino, il vice questore e dirigente del Commissariato di Barcellona Mario Ceraolo, e il capo sezione della Dia di Messina Danilo Nastasi, che è un tenente colonnello della Guardia di Finanza.
La delibera venne approvata in consiglio nel 2009.

La vicenda del parco commerciale di contrada Siena, diciotto ettari di terreno da sfruttare, corre parallela alla storia alla società Dibeca Sas, proprietaria di alcuni immobili interessati alla realizzazione di una parte della struttura commerciale, subentrata alla società Gdm Spa. La società Dibeca Sas è legata alla società Dibeca Snc, costituita nel 1982 dall’avvocato barcellonese Rosario Pio Cattafi, che nei mesi scorsi è stato interessato da un sequestro preventivo di beni del valore di 7 milioni di euro e viene indicato dal pentito ed ex boss del gruppo mafioso dei Mazzarroti, Carmelo Bisognano, come «vertice assoluto» della famiglia mafiosa barcellonese. La delibera con cui è stata approvata la speculazione edilizia è la numero 59 del 16 novembre 2009. I consiglieri comunali presenti e votanti quel giorno a Barcellona furono 23, ci fu un solo astenuto, Mario Presti, tutti gli altri si espressero a favore. In aula intervennero prendendo la parola altri due consiglieri, Giuseppe Genovese e Orazio Calamuneri. In premessa il presidente del consiglio comunale Crinò sottolineò che il progetto era «munito dei pareri favorevoli della commissione consiliare competente e degli uffici». Su questa vicenda c’è anche un’inchiesta del sostituto procuratore di Barcellona Francesco Massara, che vede quindici persone, tra cui lo stesso Cattafi, iscritte nel registro degli indagati con l’ipotesi di reato di abuso d’ufficio. Inchiesta che nel marzo scorso ha registrato da parte del sostituto Massara una richiesta di proroga delle indagini per altri sei mesi, accordata dal gip Maria Rita Gregorio.(n.a.)

 

Barcellona P.G.: L’accesso agli atti della Commissione Prefettizia. Niente scioglimento, sospesi per un mese sei funzionari comunali

31 maggio 2012 – (232) – Scritto da giuseppelazzaro in Politica
 
 
Adesso è certo. Il ministro dell’Interno ANNA MARIA CANCELLIERI non ha firmato l’atto per lo scioglimento delle cariche istituzionali del Comune di Barcellona Pozzo di Gotto (tra l’altro appena rinnovate) e ha invece sospeso dal servizio per un mese sei funzionari di Palazzo Longano (nella foto). Il tutto dopo che la Commissione Prefettizia aveva avuto accesso agli atti sulla vicenda inerente la realizzazione di un parco commerciale da parte di una società con a capo l’avvocato ROSARIO CATTAFI, stando a indagini in corso e alle dichiarazioni del pentito CARMELO BISOGNANO, indicato come l’elemento di vertice dei rapporti mafia-istituzioni-apparati deviati dello Stato a Barcellona…
E’ sfociato nella sospensione di sei funzionari comunali il lavoro della Commissione prefettizia di accesso agli atti del Comune di Barcellona Pozzo di Gotto. Lo ha decretato ieri sera il ministro degli Interni Anna Maria Cancellieri. Il governo ha sospeso dalle funzioni per un mese il segretario generale Gaetano Russo e i funzionari Roberto La Torre e Rosario Maimone, rispettivamente dirigente e vice-comandante della polizia municipale, Orazio Mazzeo, dirigente del Settore-gestione del territorio e ambiente, Carmelo Perdichizzi, capo servizio I, Salvatore Fazio, capo servizio IV. L’ingegnere Mazzeo è il responsabile unico del procedimento amministrativo, sia del Prg di Barcellona sia del progetto urbanistico. In pratica il ministero, probabilmente anche sulla scorta del rinnovo del consiglio comunale e del sindaco alle recenti elezioni amministrative, ha adottato un provvedimento “chirurgico”, sospendendo i funzionari pubblici per i quali sono emersi profili di irregolarità nell’esercizio delle loro funzioni. I rilievi sono per lo più legati ad alcuni atti prodromici al Piano regolatore generale e, nello specifico, al progetto per la realizzazione del parco commerciale portato avanti dalla “Dibeca”, la società sequestrata dalla magistratura all’avvocato Rosario Cattafi, sospettato di essere l’elemento di vertice dei rapporti mafia-istituzioni-apparati deviati dello Stato a Barcellona e indicato come tale, nel corso di alcune verbalizzazioni, dal pentito e già capo del clan dei “Mazzarroti” Carmelo Bisognano.

             g.l.

Edited by, sabato 31 maggio 2012, ore 12,25.

 

giovedì 31 maggio 2012

BARCELLONA POZZO DI GOTTO : CON DECRETO MINISTERIALE SI ASSOLVE LA CITTA’ DI PRESUNTE MANIPOLAZIONI

 
 
 
Stavolta, a differenza di cinque anni fa, anziché salvare capra e cavoli, pare che il ministro dell’interno abbia preferito salvare i cavoli e pizzicare qualche…”agnellino”.
E’ giunta ieri a Palazzo Longano  – tramite fax – la notizia che il ministro dell’interno Cancellieri con “decreto, datato 22 maggio 2012, il giorno dopo la conclusione definitiva della tornata elettorale nel Longano, ha disposto soltanto la sospensione di sei funzionari comunali, dal segretario generale in giù, perché «… le condotte poste in essere dai suddetti funzionari hanno compromesso il regolare funzionamento di alcuni servizi in contrasto con i principi di buona (c’è un refuso nel testo, n.d.r.) andamento ed imparzialità arrecando altresì grave nocumento all’amministrazione comunale», ed è quindi necessario «… procedere all’adozione di un provvedimento idoneo a far cessare, immediatamente, il pregiudizio in atto e ricondurre alla normalità la vita amministrativa dell’ente locale». Quindi è stata disposta la sospensione dal servizio per il segretario generale del Comune di Barcellona Pozzo di Gotto Gaetano Russo, e per i funzionari Roberto La Torre (dirigente dell’VIII Settore-polizia municipale), Rosario Maimone (vice comandante dell’VIII Settore-polizia municipale), Orazio Mazzeo (dirigente del VII Settore-gestione del territorio e ambiente), Carmelo Perdichizzi (funzionario del VII Settore-capo servizio I), Salvatore Fazio (funzionario del VII Settore-capo servizio IV). Mazzeo e Perdichizzi sono ingegneri, Fazio è architetto, Maimone è il vice comandante dei vigili, e in passato ha subito anche intimidazioni. L’ingegnere Mazzeo è stato Rup, cioé il responsabile unico del procedimento amministrativo, sia del Prg di Barcellona sia del progetto urbanistico, tecnicamente è un Prp, legato al parco commerciale di contrada Siena. Quanto durerà la sospensione? Lo dice lo stesso decreto, perché «… considerati i fatti segnalati dal Prefetto di Messina con la citata relazione del 30 marzo 2012 e la rilevanza delle condotte poste in essere dai suddetti funzionari è ritenuto congruo quantificare il periodo di sospensione in 30 giorni»(Gazzetta del Sud)”.
Visto che si stabilisce «l’adozione di un provvedimento idoneo a far cessare, immediatamente, il pregiudizio in atto e ricondurre alla normalità la vita amministrativa dell’ente locale», è chiaro che si sia giunta ad una conclusione che toglie da ogni imbarazzo e ulteriori difficoltà il nuovo processo dell’attività amministrativa, con gran sollievo per coloro che la città ha portato a Palazzo Longano per operare a profitto dell’intera comunità.
 
 
barcellonablog
 
 
 
 
Le zone grigie dell’affaire commerciale di Barcellona PG
 
 
 
 
 
 
Può una società ufficialmente «inattiva» e con zero dipendenti a carico, ottenere in una decina di mesi ciò che non è stato concesso in tre anni ad una S.p.A. con fatturato annuo di 210 milioni di euro, 113 manager e più di 1.000 impiegati? La risposta è sì se ci troviamo a Barcellona Pozzo di Gotto, comune del messinese dove proliferano cosche mafiose e logge massoniche più o meno deviate, e la società in questione è la Dibeca S.a.S. dei congiunti di Rosario Pio Cattafi, un pluripregiudicato già al centro di inquietanti inchieste su criminalità organizzata e traffici di droga e armi.
«Cattafi– come recita un passaggio della relazione di minoranza della Commissione parlamentare antimafiadella XIV legislatura, primo firmatario l’on. Giuseppe Lumia– solo nel luglio 2005 ha finito di scontare la misura di prevenzione antimafia della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, irrogatagli nel massimo (cinque anni), per la sua pericolosità, comprovata, secondo quanto si legge nel decreto emesso dal Tribunale di Messina, dai suoi costanti contatti, protrattisi per decenni e particolarmente intensi proprio nella stagione delle stragi, con personaggi del calibro di Benedetto Santapaola, Pietro Rampulla, Angelo Epaminonda (col quale Cattafi relazionò nel lungo periodo di sua permanenza a Milano) e Giuseppe Gullotti (addirittura di quest’ultimo, capomafia barcellonese condannato definitivamente per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, Cattafi, nella migliore delle tradizioni di Cosa Nostra, è stato testimone di nozze)».
La vicenda in oggetto vede l’approvazione in tempi record e con voto unanimedella maggioranza di centro destra e dell’opposizione Pd-Udc, del piano particolareggiato che consente di trasformare 18,4 ettari di terreni agricoli di contrada Siena in un megaparco commerciale con tanto di «paese albergo», ristoranti e divertifici vari.
Un’operazione per svariate centinaia di milioni di euro che la Dibecadella famiglia Cattafi ha ereditato a costo zero dalla “G.d.m. – Grande Distribuzione Meridionale S.p.A.” di Campo Calabro (Reggio Calabria), azienda che gestisce gli ipermercati della francese Carrefour in Calabria e Sicilia più numerosi supermercati dei marchi Quiiper, Dìperdì e Docks market.
 
Nella primavera del 2005, fu proprio la società di Campo Calabro, previa stipula con la Dibeca di un contratto di comodato d’uso e relativa promessa di acquisto dei terreni, ad avviare l’iter per ottenere l’ok del Comune di Barcellona al megaparco commerciale. Il 14 giugno 2006, dieci mesi prima della pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale della Regione Siciliana dell’approvazione del nuovo Piano regolatore generale di Barcellona Pozzo di Gotto che individuava proprio nell’area di contrada Siena la cosiddetta «Zona D.3.2 con destinazione esclusivamente commerciale», la G.d.m. affidava l’elaborazione della planivolumetria del piano, con allegata relazione illustrativa e previsione di massima delle spese, all’architetto Mario Nastasi, professionista che aveva già collaborato alla stesura del Prg di Barcellona.
Il lavoro durava all’incirca un anno e nel giugno 2007 il progetto controfirmato da Filippo Leopatri (responsabile dell’Ufficio tecnico e manutenzione della G.d.m.), approdava finalmente in Comune.
Sorprendentemente, undici mesi dopo, la società calabrese decideva però di ritirarsi dall’affare multimilionario. A spiegare le ragioni dell’inatteso forfait, l’avvocato Mario Battaglia, legale della G.d.m.. «In base al contratto stipulato nel 2005 con la Dibeca di Barcellona – dichiarava Battaglia – era previsto che l’acquisto dell’area di proprietà Dibeca era subordinato al verificarsi di una serie di condizioni, consistenti nell’ottenimento, entro e non oltre tre annidalla sua stipula, sia dell’approvazione del progetto di un Centro commerciale con annesso ipermercato, sia del rilascio delle relative concessioni edilizie da parte del Comune, sia dell’autorizzazione amministrativa commerciale per l’apertura di una grande struttura di vendita. Nessuna delle condizioni previstein contratto si è avverata nel termine triennale indicato: da qui il venir meno dell’interesse di G.d.m. all’iniziativa urbanistica. Così, con nota privata del 28 maggio 2008, è stato comunicato alla Dibeca di non dare corso alla stipula dell’atto di acquisto, stante il mancato avveramento nel termine triennale delle condizioni sospensive previste fra le parti, inerenti il mancato perfezionamento degli iter amministrativi previsti dal contratto».
 
 

 

 

 

 

Infiltrazioni mafiose a Barcellona?

 
 
Il parco commerciale della cittadina di Longano torna ad essere al centro dell’attenzione oggi, durante una conferenza stampa tenuta dall’Associazione Antimafie “Rita Atria”, insieme all’Associazione “Citta’ Aperta” di Barcellona Pozzo di Gotto. L’incontro con la stampa è stato richiesto per rendere pubblico l’esposto, presentato il 4 gennaio del 2011, dalle stesse associazioni alla Procura della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto e al Prefetto di Messina. Nel suddetto esposto veniva richiesta, da parte delle associazioni, la verifica di possibili infiltrazioni mafiose all’interno della pubblica amministrazione, a fronte di un precedente controllo avvenuto con un decreto firmato il 21 Aprile del 2006 dall’allora ministro dell’Interno  Beppe Pisanu. Tale controllo si era risolto con un nulla di fatto nonostante l’intervento della Commissione ispettiva che si era espressa a favore dello scioglimento degli organi amministrativi comunali.
Nel 2010 le due associazioni sopracitate avevano chiesto di poter esercitare il diritto di accesso agli atti, previsto dalla legge 241/90, e per tale azione erano state accusate, all’unanimità dal Consiglio Comunale, di infangare il buon nome della cittadina barcellonese, tanto da essere definite “avvelenatrici di pozzi”. La risposta delle due associazioni è stata quella di diffidare l’organo comunale alla Procura della Repubblica.
La Commissione Ispettiva, organizzata dal prefetto Francesco Alecci e autorizzata, con decreto del 24 novembre, dal ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri, torna a riunirsi per verificare, ancora una volta, i rapporti tra l’avvocato Rosario Pio Cattafi e il Comune di Barcellona Pozzo di Gotto.
L’associazione Rita Atria si ritiene soddisfatta del nuovo intervento della Commissione Ispettiva, ma spera che non si risolva, ancora una volta, tutto con un nulla di fatto. Viene richiesta, inoltre, la sospensione del Consiglio Comunale barcellonese fino a che non verrà fatta luce sui fatti.
Link:  http://www.messinaweb.tv/arancio/cronaca/infiltrazioni-mafiose-a-barcellona/
 
BARCELLONA 
 
II prefetto autorizza il proseguimento dell’indagine Ingerenze mafioso nel Comune Tra due settimane la verità
 
Sotto la lente i rapporti con la famiglia Cattafi
 
BARCELLONA. Slitta ancora di 15 giorni la presentazione della relazione conclusiva che dovrà essere redatta dalla Commissione interforze di accesso sugli accertamenti effettuati al fine di verificare possibili condizionamenti della criminalità organizzata nell’attività amministrativa del Comune di Barcellona Pozzo di Gotto.Ieri, il prefetto di Messina Francesco Alecci ha fatto notificare a tutti gli amministratori comunali di Palazzo Longano il decreto con il quale si dispone una proroga dell’attività di accesso agli atti amministrativi fino al prossimo 26 marzo. La naturale scadenza dell’attività ispettiva affidata alla Commissione interforze, presieduta dal viceprefetto Antonino Contarino, era stata fissata per il prossimo 10 marzo. La gran mole di lavoro intrapreso dai commis-sari, lo stesso Contarino, il dirigente del Commissariato di polizia di Barcellona Mario Cerao-lo e il tenente colonnello DaniloNastasi, comandante della sezione operativa della Dia di Messina, non ha consentito infatti di ultimare la relazione conclusiva entro i] termine dei 90 giorni dall’accesso a Palazzo Longano. Termine ultimo che doveva scadere lunedì e che invece ieri è stato prorogato al prossimo 26 marzo. 115 giorni serviranno ai commissari per ultimare la corposa relazione ispettiva che ha affrontato tutti gli aspetti della vita amministrativa su cui si ipotizza la possibile ingerenza della criminalità organizzata, dal Prg, alla gestione del personale comunale, fino alle autorizzazioni che potrebbero essere state rilasciate ad imprese gestite o controllateda presunti appartenenti alle organizzazioni criminali.L’accesso agli atti amministrativi del comune di Barcellona è stato disposto con decreto prefettizio del 9 dicembre. A chiedere la proroga di altri 15 giorni è stata la stessa Commissione, che lo scorso 7 marzo ha inoltrato istanza di proroga per «completare – come riportato nel decreto di proroga – gli accertamenti necessari a seguito dell’emersione di spunti per ulteriori approfondimenti, riscontrare le conseguenziali acquisizioni documentali, procedere alla ricognizione del lavoro complessivamente svolto».Il prefetto Alecci, condividendo la motivazione edotta dalla Commissione di accesso, ha individuato il prossimo 26 marzo quale data entro la quale dovrà essere depositata la relazione finale dei commissari. L’accesso agli atti amministrativi del Comune di Barcellona era stato autorizzato dal neo ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri con decreto firmato lo scorso 24 novembre. Per la seconda volta in 5 anni, dopo ilprecedente accesso compiuto nel 2006, un’ispezione prefettizia ha esaminato le vicende che legano le attività private ricon-dudbili all’aw. Rosario Pio Cattafi con il Comune di Barcellona Pozzo di Gotto. In particolare, le motivazioni che hanno spinto il ministero dell’Interno ad inviare l’ispezione a Palazzo Longano sono le procedure che hanno portato all’inserimento dei terreni riconducibili alla famiglia Cattafi, nello strumento urbanistico della città e successivamente all’approvazione della maxi lottizzazione per la creazione di un Parco commerciale. L’ultimo accesso agli atti amministrativi di Palazzo Longano per verificare possibili ingerenze della criminalità organizzata nella gestione della pubblica amministrazione era avvenuto con decreto del ministro dell’Interno dell’epoca di Beppe Pisanu, firmato il 21 aprile del 2006, che si concluse con un nulla di fatto nonostante la stessa Commissione aveva chiesto espressamente lo scioglimento degli organi amministrativi comunali.
< (l.o.)
 
Una capitale di Cosa Nostra
 
Verrà sciolto per mafia il Comune di Barcellona? Il Ministero ha incaricato una commissione che riferirà fra poco. Qualcuno pensa che sarebbe ora…
Una fine annunciata. Quella di una classe politica inetta ed arrogante e di una borghesia mafiosa e paramassonica. I membri, affamati tutti degli stessi sporchi affari. Miracolosamente scampato al fango di un disastro anch’esso annunciato, trema il partito unico locale. Dopo le alluvioni autunnali, si profila un forte terremoto a primavera. Che potrebbe demolire l’ancien régime e ridare speranza, democrazia e voglia di partecipazione a migliaia di donne e uomini spogliati dei diritti di cittadinanza.

A fine novembre 2011, la ministra dell’Interno Annamaria Cancellieri e il prefetto di Messina Francesco Alecci hanno firmato un decreto che istituisce una commissione d’indagine che dovrà “esperire accertamenti mirati” nell’ambito dei settori della gestione amministrativa del Comune di Barcellona Pozzo di Gotto per “verificare l’eventuale esistenza di forme di condizionamento della criminalità organizzata”. Novanta giorni per riscrivere la storia di una delle capitali dei poteri occulti e deviati, poi la corsa contro il tempo perché Roma decreti lo scioglimento per mafia e il commissariamento della grande palude del Longano. Prima che l’amministrazione Pdl dei cugini Domenico e Candeloro Nania concluda l’ennesimo mandato quinquennale. Centinaia di atti e delibere da esaminare, una delle quali, approvata il 16 novembre 2009 in Consiglio comunale, sotto indagine della Procura della Repubblica dopo un esposto delle associazioni “Rita Atria” di Milazzo e “Città Aperta” di Barcellona e un’interrogazione fiume del parlamentare Pd Giuseppe Lumia. Oggetto, il Piano particolareggiato di un mega parco commerciale di 18,4 ettari in contrada Siena. Un’area a vocazione agricola trasformata d’incanto in cittadella dorata ove insediare molteplici infrastrutture per la grande distribuzione, alberghi, ristoranti e locali di dubbio divertimento. Una devastante colata di cemento che non ha uguali nel panorama siciliano dove il territorio è depredato da super e ipermercati. Il progetto di Barcellona prevede costruzioni per 398.414,45 metri cubi, contro un volume esistente di appena 23.164,68, mentre il sistema di viabilità da 5.052 metri quadri si svilupperà a sei sezioni stradali per ulteriori 35.714 m².   
 
“Nella storia del parco commerciale di contrada Siena si sono verificate problematicità nell’ambito della procedura adottata dall’Amministrazione Comunale di Barcellona”, ammonisce il decreto ministeriale sui “presunti” condizionamenti criminali della vita politica nel Longano. Assai poco “presunti” in verità, dato che la società committente della redazione del piano commerciale è la Dibeca Sas, proprietaria di 5,97 ettari di terreni, già attenzionata dalla commissione prefettizia che nel 2006 aveva chiesto senza successo lo scioglimento del Comune. Motivo, il contratto di affitto sottoscritto con gli amministratori barcellonesi per un palazzo di Via Operai destinato a uffici pubblici. Un accordo che da più di dieci anni consente di rimpinguare le casse di una società notoriamente nella disponibilità dell’avvocato Rosario Pio Cattafi, ritenuto un personaggio di vertice della famiglia mafiosa locale. “Il capo dei capi di Cosa nostra messinese”, lo ha definito il collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano, già a capo del feroce clan di Mazzarrà Sant’Andrea. E qualche mese fa, su ordine del Tribunale di Messina, i Cattafi hanno pure subito il sequestro di beni e conti bancari per un valore di sette milioni di euro.

“Numerose anomalie hanno condizionato l’iter progettuale del Parco di contrada Siena”, denunciano le associazioni antimafia “Rita Atria” e “Città Aperta”. “L’approvazione è avvenuta in violazione delle norme vigenti in materia urbanistica ed è per questo che chiediamo l’annullamento del provvedimento. La Dibeca, con il totale assenso degli organi comunali, si è appropriata di un settore di attività che vuole essere espressione del potere di supremazia. Nel predisporre e redigere il piano del Parco commerciale, la società di Cattafi non ha inteso soltanto condizionare l’attività del Comune, ma si erge a forza egemonica, a dominus estraneo all’ente locale che fa sentire il suo peso su tutti i suoi organi istituzionali e burocratici. È la negazione dell’esistenza stessa dello Stato di diritto”. Il condizionamento della pubblica amministrazione e le “pressioni esterne all’interesse generale”, sono provati, secondo gli estensori dell’esposto, da una serie di “atti, comportamenti ed elementi sintomatici che s’inseriscono all’interno di un pesante quadro politico rappresentato dall’approvazione del nuovo PRG di Barcellona, caratterizzata da gravi sospetti d’illegittimità”.
L’affaire di contrada Siena ha già consentito una miracolosa rivalutazione dei terreni, stimati nel luglio 2007 in 28 euro al mq. e – diciannove mesi dopo – in 85 euro al mq.. “L’approvazione del Piano particolareggiato ha innescato un meccanismo di supervalutazione dei terreni di quasi il 300% del valore venale originariamente indicato, con tutto quanto ne consegue in termini di distorsione delle regole che presiedono ad una compravendita libera e legittima e ciò sia che si realizzi o meno il Parco commerciale”, commentano le associazioni antimafia. Conti alla mano, la Dibeca di Cattafi & C. si è trovata proprietaria di un patrimonio fondiario stimato in 5.074.500 euro, otto volte in più di quanto aveva versato per la sua acquisizione il 7 aprile 2005. La società aveva rilevato i terreni dall’Opera San Giovanni Bosco dei Salesiani di Barcellona che, a sua volta, li aveva ricevuti in donazione testamentaria da uno stretto congiunto di Rosario Pio Cattafi. Costo dell’operazione 619.800 euro (394.800 per i terreni agricoli e 225.000 euro per i fabbricati ospitati). Il pagamento con assegni circolari a firma GDM – Grande Distribuzione Meridionale, la società per azioni di Campo Calabro (Reggio Calabria) che nella primavera del 2005, previa stipula con la Dibeca di un contratto di comodato d’uso e relativa promessa di acquisto dei terreni, aveva avviato l’iter per ottenere l’OK del Comune al megaparco commerciale. Ciononostante, la GDM poi deciderà di defilarsi dal progetto lasciando ai Cattafi l’onere e gli onori di concludere l’affare. Resta difficile da capire come mai i Salesiani si siano convinti ad alienare i terreni a prezzi di saldo di fine stagione. Nel 1979 i Cattafi avevano avviato un tormentato contenzioso legale invocando la “risoluzione delle disposizioni testamentarie” perché i religiosi non avrebbero destinato “a scopi sociali benefici” i terreni ottenuti dal progenitore, ma il Tribunale di Messina si era opposto il 6 dicembre 1989. La sentenza fu appellata, ma prima che fosse emesso il giudizio di secondo grado, i Salesiani decisero di capitolare. Uno dei tanti misteri che le indagini dovranno chiarire.
“Al centro del crocevia fra cosche e affari…”
“Rosario Pio Cattafi è inserito a pieno titolo, in una posizione di preminenza rispetto a quello dei singoli affiliati, in alcune organizzazioni criminali di tipo mafioso, quali la famiglia di Benedetto Santapaola e la famiglia di Barcellona Pozzo di Gotto”. Il 21 luglio del 2000, il Tribunale di Messina delineava il profilo criminale di quello che da lì a poco sarebbe divenuto l’ideatore-tessitore del grande affaire del parco commerciale del Longano. Una “persona socialmente pericolosa”, contro cui veniva decretata la misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale di Pubblica Sicurezza con obbligo di soggiorno nel Comune di Barcellona, per la durata di cinque anni. “Numerosi collaboratori di giustizia, tra i quali spiccano Angelo Epaminonda e Maurizio Avola hanno indicato Cattafi come personaggio inserito in importanti operazioni finanziarie illecite e di numerosi traffici di armi, in cui sono emersi gli interessi di importanti organizzazioni mafiose quali, oltre alla cosca Santapaola, le famiglie Carollo, Fidanzati, Ciulla e Bono”, aggiungevano i giudici peloritani.

Sei anni più tardi i membri della commissione prefettizia inviata per indagare sulle infiltrazioni mafiose al Comune, avrebbero descritto il Cattafi come “una delle figure più emblematiche mediante il quale la città di Barcellona diventa il crocevia, snodo nevralgico e luogo di convergenza ove si intersecano gli interessi della mafia catanese e palermitana, intrecciandosi con imponenti operazioni finanziarie e di illeciti traffici che portano fino alla lontana Milano”.
Da giovanissimo aveva militato nelle file della destra eversiva “rendendosi protagonista nell’ambiente universitario messinese di alcuni pestaggi (unitamente al mistrettese Pietro Rampulla, l’esperto artificiere della strage di Capaci), risse aggravate, danneggiamento, detenzione illegale di armi”. Sono gli anni in cui nell’Ateneo di Messina si strine l’inedita alleanza tra neofascisti, ‘ndrangheta, massoneria deviata e misteriose organizzazioni paramilitari: “l’Italia come Il Portogallo di Salazar, la Spagna di Franco e la Grecia dei colonnelli” è la parola d’ordine. Tra i protagonisti dei raid nelle aule accademiche e alla casa dello Studente spiccano alcuni militanti di Ordine Nuovo, “movimento culturale” che a Messina era ospitato nella sede del Msi-Dn. Vicereggente provinciale del Fuan, l’organizzazione universitaria del partito di Almirante, era al tempo Rosario Cattafi. “Questo personaggio ha origini ordinoviste”, spiegò nel 1995 l’allora Procuratore della Repubblica di Firenze Pierluigi Vigna ai membri della Commissione Parlamentare Antimafia presieduta dall’onorevole Parenti. Ancora più netti i militari del G.I.C.O. della Guardia di finanza di Firenze. “Prima di far parte di Cosa Nostra, al tempo in cui frequentava l’Università di Messina, Cattafi era un terrorista”, scrissero un anno più tardi in una loro informativa su un presunto traffico di armi a livello internazionale.
Lasciata Messina per la Lombardia, nella seconda metà degli anni ’70, Cattafi fu sospettato di essere stato uno dei capi di una presunta associazione operante a Milano, responsabile del sequestro, nel gennaio 1975, dell’imprenditore Giuseppe Agrati, rilasciato dopo il pagamento di un riscatto miliardario. All’organizzazione fu anche contestata la compartecipazione nei traffici di stupefacenti e nella gestione delle case da gioco per conto delle “famiglie” mafiose siciliane.

Nei primi anni ’80, il barcellonese si sarebbe attivato in vista del trasferimento di una partita di cannoni “Oerlikon” a favore dell’emirato di Abu Dhabi. I documenti sulla transazione di materiale bellico furono scoperti nel corso di un’inchiesta della procura meneghina interessata a verificare se dietro un suo viaggio a Saint Raffael c’era l’obiettivo di “stipulare per conto della famiglia Santapaola un accordo con i Greco per la distribuzione internazionale di stupefacenti”. Le indagini consentirono di accertare che il Cattafi aveva avuto accesso a numerosi e cospicui conti correnti in Svizzera e che lo stesso aveva tenuto “non meglio chiariti” rapporti con presunti appartenenti ai servizi segreti.
Nell’agosto del 1993 fu indicato in una nota della Squadra Mobile di Messina quale fornitore di materiale esplodente e di armi ai sicari della cosca barcellonese ed “uno dei maggiori esponenti del clan”. L’1 settembre dello stesso anno la sua abitazione fu oggetto di perquisizione su decreto emesso dalla Procura di Messina nell’ambito di un procedimento penale per traffico internazionale di armi e materiale bellico, associazione per delinquere, truffa e corruzione, nel quale egli risultava coindagato unitamente al re dei casinò delle Antille olandesi Saro Spadaro e al mediatore italo-peruviano Filippo Battaglia. Il procedimento fu avocato dalla Procura di Catania che rinviò a giudizio il solo Battaglia (poi assolto). Rosario Cattafi fu invece tratto in arresto il 9 ottobre 1993 in esecuzione di un ordine di cattura emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze, nell’ambito dell’operazione relativa all’autoparco della mafia di via Salomone a Milano. Dopo una pesante condanna in primo grado a 11 anni e 8 mesi per associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti (4 anni furono scontati nel carcere di Opera), la sentenza fu annullata per un vizio procedurale. Rifatto il processo, Cattafi venne assolto perché in sede dibattimentale furono dichiarate inutilizzabili le intercettazioni ambientali che avevano documentato le sue frequentazioni dell’autoparco. In una delle intercettazioni, il 16 settembre 1992, Cattafi si vantava di avere avuto modo in qualche modo di assistere ad un importantissimo summit mafioso, tenutosi in una località, forse Erice, “durante la quale venne deliberato un patto chiamato accordo delle cinque monete”. “Sembra che non ci possono essere dubbi che il Cattafi voglia riferirsi a quanto raccontato a suo tempo anche a Franco Carlo Mariani e cioè di aver assistito ad un convegno a cui avevano partecipato gli esponenti di cinque mafie mondiali”, spiegano gli uomini del G.I.C.O..
 
Del barcellonese si occupò poi la Procura di La Spezia nell’ambito dell’inchiesta sul faccendiere Pacini Battaglia e su un grosso traffico di armi delle società costruttrici Oto Melara, Breda ed Augusta con paesi sottoposti ad embargo. Sul suo conto i magistrati scrivevano “essere inserito a pieno titolo nel commercio illegale delle armi e degli armamenti”. Nel 1998 fu invece sottoposto ad indagini (anch’esse poi archiviate) da parte delle Procure di Caltanissetta e Palermo relativamente i cosiddetti “mandanti occulti” della strategia stragista del 1992-93. Nel procedimento (Sistemi Criminali), il nome di Cattafi comparve accanto ai boss mafiosi Salvatore Riina e Nitto Santapaola, al patron della P2 Licio Gelli, all’ordinovista Stefano Delle Chiaie e a Filippo Battaglia. Sugli indagati, il sospetto di “avere, con condotte causali diverse ma convergenti, promosso, costituito, organizzato, diretto e/o partecipato ad un’associazione, promossa e costituita in Palermo anche da esponenti di vertice di Cosa Nostra, avente ad oggetto il compimento di atti di violenza con fini di eversione dell’ordine costituzionale, allo scopo – tra l’altro – di determinare le condizioni per la secessione politica della Sicilia e di altre regioni meridionali dal resto d’Italia…”. Un rapporto della D.I.A. (1994) aveva segnalato contatti telefonici fra le utenze utilizzate dal Cattafi “con soggetti riconducibili a Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie, fra la fine del 1991 e gli inizi del 1992”.

A rafforzare l’immagine e il potere del presunto “capo dei capi” della mafia messinese, le amicizie con politici, parlamentari, giudici e imprenditori. È stato ancora lo SCICO di Firenze ad abbozzare la lista dei contatti “eccellenti”. “Sulla base degli elementi desumibili dalla documentazione sequestrata, Cattafi frequentava circoli e club sia a Milano che a Barcellona, potendo così incrementare il numero delle conoscenze utili… Risultava interessato in particolare all’attività del “Circolo Corda Fratres” di Barcellona, il cui rappresentante, Antonio Franco Cassata, risulta rappresentante anche della “Ouverture–Associazione Italia-Benelux” e del “Comitato Organizzativo Premio Letterario Nazionale Bartolo Cattafi”. “In merito all’attività di tali associazioni e circoli – aggiungevano gli inquirenti – apparirebbe opportuno maggiormente indagare essendo tali attività, sovente, mezzo di copertura a congreghe massoniche coperte, atteso anche che notizie informative indicano il Cattafi appartenere a tali consorterie”.

Vengono pure segnalati gli stretti legami con l’on. Dino Madaudo (Psdi), al tempo sottosegretario al Ministero delle Finanze, successivamente sottosegretario alla Difesa (ministro on. Salvo Andò) con delega all’Arma dei Carabinieri. “Rapporti del Cattafi con amministratori pubblici sono evidenziati dai contatti telefonici peraltro frequenti con utenze intestate all’Assemblea Regionale Siciliana alla Presidenza della Regione Sicilia e Assessorato Industria. Persone legate al Cattafi sono Domenico Caliri, antiquario di Barcellona Pozzo di Gotto, l’attore Gianfranco Jannuzzo e l’avvocato Francesco Sciotto, all’epoca assessore all’Industria e appartenente allo stesso partito del Madaudo (…) Conoscenze e rapporti del Cattafi non si limitano a ciò ma spaziano da un viceprefetto (Giuseppe Rizzo al tempo viceprefetto di Messina) con scambi augurali attestanti fraterna amicizia, a non meglio definite conoscenze all’interno della Questura di Messina che gli avevano addirittura consentito di locare un immobile di sua proprietà in Barcellona al Ministero della Pubblica Sicurezza: difatti nell’immobile si era insediato il locale Commissariato di P.S.”.

Nella sua informativa, il G.I.C.O. segnalava che tra le annotazioni sulle agende del Cattafi comparivano le voci “Franco Cassata”, “Dott. Franco Cassata A.–Procura”; “Corda Fratres–Circolo”. “La prima utenza corrisponde a quella dell’abitazione del dottor Antonio Franco Cassata; la seconda agli Uffici Giudiziari di Messina e la terza all’associazione culturale di cui il Cassata risulta rappresentante legale…”. Anch’egli barcellonese, Cassata è l’odierno Procuratore generale di Messina. Secondo Il Fatto Quotidiano del 21 settembre 2011, sarebbe finito sotto indagine a Reggio Calabria per concorso esterno in associazione mafiosa. A dicembre, il Tribunale di Reggio ha ordinato il rinvio a giudizio del dottor Cassata per “diffamazione aggravata in concorso con ignoti” del professore Adolfo Parmaliana, morto suicida l’1 ottobre 2008 dopo aver inutilmente lottato, in solitudine, contro le tante illegalità della vita politico-amministrativa del Comune di Terme Vigliatore.
 
SCHEDA/ LA POLITICA A BARCELLONA
ALLUVIONE, INFILTRAZIONI MAFIOSE, ELEZIONI
Non dev’essere un bel momento per la politica che governa Barcellona. Prima l’alluvione del 22 novembre con tutti gli strascichi di polemica che comporta e, non ultima, l’accusa del movimento degli studenti che stigmatizza lo stornamento dei fondi provinciali per gli alluvionati per fare luminarie di Natale. Poi la nomina della commissione d’inchiesta da parte del Ministro degli Interni su eventuali infiltrazioni mafiose all’interno del palazzo comunale sulla vicenda del Parco Commerciale; vicenda, questa, aperta da un esposto di questa associazione, insieme all’ass. Citta Aperta, presentato al Prefetto e alla Procura della Repubblica il 4 gennaio del 2011. E infine le prossime amministrative, su cui i primi due avvenimenti pesano come un macigno.
Non dev’essere un bel momento per la politica che governa Barcellona se invece di mettersi a disposizione della commissione d’inchiesta, sente il bisogno di organizzare una conferenza stampa per delegittimare la stessa commissione ed attaccare le associazioni antimafia e il giornalista Antonio Mazzeo rei, le prime, d’aver sollevato il problema e il secondo di aver esercitato il diritto/dovere di informazione. E, in maniera bizzarra, lo fa affidando il timone al Senatore Nania, che formalmente non c’entra nulla ma che dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, di essere il vero “dominus” della politica Barcellonese.

E non deve essere un bel momento nemmeno per la politica di opposizione, che non sente il bisogno di dire una parola su queste vicende, e in particolare sul parco commerciale. La sensazione in citta
̀ è che tutti, destra e sinistra, si augurino che il comune non venga sciolto e si vada tranquillamente alle elezioni, perpetrando un sistema che non trova al suo interno le ragioni per il cambiamento. Lo scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiose inevitabilmente rinvierebbe la data delle elezioni ed obbligherebbe tutti, dominanti e dominati, a riflettere se non sia il caso di cambiare musica e mettersi il sistema Nania alle spalle.
Santa Mondello, Associazione Rita Atria
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Una cittadina di provincia destinata a segnare la storia recente del Paese: a Barcellona (Messina) ambienti massonici e paramassonici hanno creato un sistema di potere apparentemente inossidabile. Finora…
Trent’anni fa. Il muro di Berlino. La spada di Damocle dei missili nucleari da piazzare ad Est e ad Ovest. Le grandi manifestazioni di massa contro la logica dei Blocchi contrapposti. E il Mediterraneo che assumeva sempre più il ruolo di nuova frontiera tra Nord e Sud. Nella grande base di Sigonella, avamposto di guerra e di morte, fervono i preparativi per ospitare i primi Cruise destinati alla costruenda installazione di Comiso. Una base a stelle a strisce, de iure e de facto, con una sempre più difficile convivenza con il 41° Stormo dell’Aeronautica militare italiana. Al comando c’è il colonnello Franz Sidoti. L’estate del 1982 volge al termine e il soldato dell’aria viene raggiunto da una chiamata telefonica da Barcellona Pozzo di Gotto, la città dove è nato.
È Antonio Franco Cassata, vecchio amico d’infanzia, giudice istruttore a Patti e instancabile animatore del circolo culturale “Corda Fratres” del Longano. “Franzittu, il 17 ottobre ricorre il centenario della morte di Giuseppe Garibaldi, l’eroe dei due mondi, e noi della Corda vogliamo radunare un mondo, a Barcellona”. Il magistrato invoca la sinergia dell’arma azzurra per aggiungere fremito e modernità alla cerimonia che sta organizzando con il patrocinio della Regione Siciliana. “Ti chiedo, Franzittu, di far convergere, all’ora esatta della posa della corona ai caduti, tutta la potenza del cielo”. “Tutto doveva avvenire in quell’ombelico della volontà di Franco”, ricorda Sidoti. “Fu così concordato il passaggio su Barcellona di una pattuglia di Starfighter F.104F, cacciatori di stelle…”. E il 17 ottobre, puntuali come un treno svizzero, le bare volanti dell’Aeronautica sorvolarono la città del Longano. Urla di giubilo e lo sventolio di migliaia di bandiere tricolori. Cassata è commosso. L’omaggio a Garibaldi ha consacrato l’onnipotenza del circolo e dei suoi soci. Giudici, avvocati, insigni giuristi, poeti, scrittori, artisti, giornalisti, diplomatici, militari, liberi professionisti, parlamentari, sindaci e amministratori locali. Un vicepresidente del senato. Una saggia condivisione bipartisan, neo e post fascisti, cattolico-centristi-democristiani, socialisti e comunisti. L’élite di una cittadina di periferia destinata a segnare la storia recente del Paese.
Fédération Internazionale des Etudiants Corda Fratres Consulat de Barcellona (Sicilia) il nome dell’officina che ha forgiato i giovani rampolli della borghesia liberale locale. L’ultima sopravvissuta delle Corde goliardiche che animavano gli atenei italiani del dopoguerra, filiale di quella rifondata nel 1944 nell’Università degli Studi di Messina all’ombra del rettore-ministro-massone Gaetano Martino. Al tempo, tra gli studenti cordafratrini spiccavano le figure del figlio d’arte Antonio Martino, futuro ministro agli esteri e alla difesa dei governi Berlusconi (e una domanda in sonno di affiliazione alla loggia P2 di Licio Gelli); Enrico Vinci, poi segretario generale della Comunità europea; Francesco Paolo Fulci, prima ambasciatore a Washington e successivamente direttore del Cesis (il Comitato esecutivo a capo dei servizi segreti); Nicolò Amato, direttore generale degli istituti di pena. Nel Longano, il fior fiore dell’intellighenzia: il letterato Nello Cassata (padre del giudice), lo scienziato Nino Pino Balotta, i magistrati Carlo Franchina e Gino Recupero, il poeta Bartolo Cattafi, il prefetto Ettore Materia.
Quando a fine anni ’60 i principi tardo-ottocenteschi della Corda verranno messi all’angolo dai movimenti studenteschi ed operai, sarà proprio Antonio Franco Cassata a mantenere in vita il circolo di Barcellona, elevandola ad associazione culturale in grado d’interloquire su ogni tema della politica e della vita sociale nazionale. Con soci e dirigenti in buona parte giudici ed avvocati, l’attenzione al mondo della Giustizia e dell’ordine pubblico è stata una costante. Cassata è riuscito ad avere ai convegni fratrini, i magistrati Giancarlo Caselli, Aldo Grassi, Franco Providenti e Francesco Di Maggio. E ad annoverare tra i “soci onorari”, i magistrati Melchiorre Briguglio e Carmelo Geraci. Più due uomini di vertice dei Carabinieri, i generali Sergio Siracusa (già direttore del SISMI, il servizio segreto militare, ed ex comandante dell’Arma) e Giuseppe Siracusano (tessera n. 1607 della P2), indicato dalla relazione di minoranza dell’on. Massimo Teodori sulla superloggia atlantica come “un fedelissimo di Gelli da antica data”.
Non pochi i frammassoni dell’associazione barcellonese. Su 36 fratelli risultati iscritti nel 1994 alla loggia Fratelli Bandiera del Grande Oriente d’Italia, ben 14 sono risultati soci Corda Fratres; altri due, avvocati, nella loggia La Ragione di Messina. Compresenze che hanno spinto alcuni a definire il circolo come paramassonico, scatenando le ire dei presenti. “La storia della Corda Fratres di Barcellona testimonia, sotto molteplici aspetti, l’assoluta incompatibilità della stessa con qualsiasi forma di esoterismo di tipo massonico”, scrive il giudice Cassata. Eppure il volume pubblicato in occasione del sessantesimo compleanno del circolo riporta, testuale, che “l’originaria incontaminazione della Federazione fu destinata a vacillare nel ‘900, allorché la Corda Fratres, così come la maggioranza dei Club service di allora, subirono l’infiltrazione della Massoneria (il Grande Oriente d’Italia)”.
“Il programma – si spiega – basato su solidarietà, carità e pace, luce ed amore, era, del resto, tutto speculare a quello della Massoneria universale, così come affini erano alcuni obiettivi specifici, a partire della lotta contro l’oscurantismo clericale”. Salvo concludere che “la contaminazione massonica, però, si limitò a un periodo ben delimitato della vita della Corda”. Per il grande storico della massoneria italiana, Aldo Mola, l’interesse del Grande Oriente per i cordafratini fu “inevitabile”: una “reciproca attrazione” dovuta al fatto che l’associazione, “sostenitrice di una fratellanza universale, non poteva non giungere a utilizzare il cifrario liberomuratorio”. Un’attrazione fatale come quella per gli ordini cavallereschi. Si racconta di un Cassata presidente, nel 2004, di una commissione esaminatrice del premio “contro la violenza negli stadi”, promosso dall’Ordine dei Cavalieri Templari. Tra i commissari, pure il professore Santino Lombardo, allora presidente Corda Fratres.
Antonio Franco Cassata è l’odierno Procuratore generale di Messina. Inamovibile. Nonostante Il Fatto Quotidiano abbia scritto il 21 settembre 2011 che è sotto indagine a Reggio Calabria per concorso esterno in associazione mafiosa insieme ad altri magistrati rimasti ancora senza nome. Sempre a Reggio, il cordafratrino è sotto processo per “diffamazione aggravata in concorso con ignoti”, commessa con la diffusione di un dossier anonimo contro il docente universitario Adolfo Parmaliana, morto suicida l’1 ottobre 2008 dopo aver inutilmente lottato, in solitudine, contro l’illegalità nella vita politico-amministrativa del Comune di Terme Vigliatore. Anni prima, Parmaliana aveva inutilmente denunciato Cassata al Consiglio superiore della magistratura.
“Non si è mai visto in Italia un processo a un alto magistrato per un dossier ai danni di una persona defunta, per di più con lo scopo di tentare di ostacolare la pubblicazione di un libro”, afferma Fabio Repici, legale della famiglia Parmaliana. “Il volume che si tentò di non far giungere nelle librerie, Io che da morto vi parlo, di Alfio Caruso, è la storia di Adolfo, delle sue battaglie spesso solitarie, delle sue sconfitte, della sua morte e delle nefandezze compiute ai suoi danni”. Processo davvero singolare quello contro Cassata. Alla prima udienza, il magistrato Giandomenico Foti, capo dell’ufficio del Giudice di pace, ha dichiarato di astenersi in considerazione dei suoi “rapporti di amicizia e di frequentazione personale e familiare” con l’imputato. Altro colpo di scena alla seconda udienza: essendo prossimo a compiere 75 anni d’età, il nuovo giudice, Antonino Scordo, ha reso noto che non potrà portare a termine il processo. Tutto rinviato dunque al prossimo 29 marzo, quando le parti, forse, potranno conoscere l’identità del giudice giudicante.
“Con la nomina di Cassata – aveva scritto Alfio Caruso – diventa tangibile l’egemonia di Barcellona su Messina attraverso il sindaco Buzzanca, il procuratore generale e il politico più influente Domenico Nania. Tutti e tre provengono da Barcellona e dalla Corda Fratres, l’associazione della quale hanno fatto parte anche Pino Gullotti, il capo riconosciuto della famiglia mafiosa, e l’enigmatico Saro Cattafi…”.
Un boss mafioso fra i notabili della buona società
Dotti, borghesi, massoni e qualche presenza imbarazzante tra i cordafratrini di Barcellona PG. A iniziare da Giuseppe Gullotti, l’avvocaticchiu, una condanna passata in giudicato per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano. Del circolo culturale, nel 1989, il boss fu anche per breve tempo membro del direttivo. Fu ufficialmente allontanato solo nell’autunno del 1993, dopo la visita nella città del Longano della Commissione parlamentare antimafia presieduta dall’on. Luciano Violante. La relazione finale stigmatizzò il suo ruolo-guida all’interno della cosca locale. Nonostante in Corda Fratres nessuno avesse mai avuto dubbi sull’onorabilità di Gullotti, egli era incorso in passato in più di uno scivolone giudiziario. Il 27 dicembre 1982, era stato denunciato insieme ad alcuni pregiudicati barcellonesi per gioco d’azzardo all’interno del circolo “Famiglia Sicula”. Nel 1989, a Viterbo, Gullotti era stato sottoposto a indagine per truffa (poi prosciolto) a seguito dell’acquisto di una Volvo rivenduta al conterraneo Roberto Minolfi, cognato dell’imprenditore agrumario Giovanni Sindoni. Quel Sindoni fedele sottoscrittore d’inserzioni pubblicitarie sul periodico cartaceo della Corda, ritenuto dagli inquirenti “soggetto legato all’organizzazione mafiosa barcellonese”, in contatto con i catanesi del clan Santapaola.
L’efficienza criminale di Giuseppe Gullotti era nota invece tra i pezzi da novanta di Cosa nostra siciliana. “Venne ordinato uomo d’onore nel 1991, per intercessione del vecchio boss di San Mauro Castelverde, Giuseppe Farinella”, ha raccontato Giovanni Brusca. “Sempre il Gullotti si sarebbe dovuto occupare di reperire l’esplosivo necessario per l’attentato che venne progettato tra il ’92 e il ’93 contro il leader del Partito socialista Claudio Martelli, attraverso l’interessamento e la mediazione del clan di Nitto Santapaola”. Deponendo al processo Mare Nostrum, lo stesso Brusca ha dichiarato che il telecomando da lui adoperato per la realizzazione della strage di Capaci, gli era stato materialmente consegnato poco prima proprio da Gullotti. L’assegnazione al barcellonese di tale incarico, secondo Brusca, sarebbe stata patrocinata da Pietro Rampulla, l’ex ordinovista artificiere del tragico attentato del 23 maggio 1992 contro il giudice Falcone.
“Anch’io avevo rapporti con Gullotti”, ha raccontato nel giugno 1999 il controverso collaboratore Luigi Sparacio, già a capo dei gruppi criminali peloritani. “Mi era stato presentato da Michelangelo Alfano come persona vicina a Cosa nostra, e in tale ambito fornii al predetto uno-due telecomandi da utilizzare per attentati e che erano stati per me realizzati su commissione, da un dipendente dell’Arsenale militare di Messina…”. Sparacio ha aggiunto che tra le persone “vicine” al Gullotti c’era il costruttore Vincenzo Pergolizzi, il faccendiere Filippo Battaglia ed “una persona di Barcellona che era vicino al Battaglia con il quale trafficava in armi, tale Cattafi Rosario che era amico di Natale Sartori ed Antonino Currò”. Originari di Messina, Sartori e Currò erano stati arrestati nel marzo ’99 a Milano con l’accusa di associazione mafiosa. Titolari di società di pulizie, vantavano legami di altissimo livello: il manager Fininvest Marcello Dell’Utri e il factotum di Silvio Berlusconi, Vittorio Mangano, mafioso palermitano della “famiglia” di Porta Nuova. Un collaboratore, Vincenzo La Piana, ha raccontato di aver partecipato, a Milano, ad un pranzo con Dell’Utri, Currò e Sartori in cui venne richiesto al senatore un interessamento per il trasferimento carcerario del Mangano, al tempo ristretto a Pianosa.
Nome ancora più indigesto dell’albo soci della Corda Frates, quello di Rosario Pio Cattafi, professione avvocato, indicato da pentiti ed inquirenti come il capo dei capi della mafia barcellonese. Più di un anno fa il Tribunale di Messina gli ha sequestrato beni del valore di sette milioni di euro, compresi i terreni agricoli di contrada Siena intestati alla “DiBeca Sas”, che il miope consiglio comunale del Longano ha vincolato a megaparco commerciale. Un’operazione che è oggetto d’indagine della Procura e di un’ispezione della Prefettura e che potrebbe condurre allo scioglimento in extremis del Comune per infiltrazione mafiosa.
Nei primi anni ’90, il Gico della Guardia di Finanza di Firenze attenzionò alcune operazioni sospette del Cattafi. Nella nota informativa del 3 aprile 1996, un paio di passaggi sono dedicati ai rapporti fra Rosario Cattafi, il giudice Cassata e l’immancabile associazione cordafratrina. “Cattafi frequentava circoli e club sia a Milano che a Barcellona, potendo così incrementare il numero delle conoscenze utili”, scrivono gli uomini del Gico. “A Barcellona risultava interessato all’attività della Corda Fratres, il cui rappresentante, Antonio Franco Cassata, risulta rappresentante anche della Ouverture–Associazione Italia-Benelux e del Comitato Organizzativo Premio Letterario Nazionale Bartolo Cattafi”. Più avanti, “riprendendo l’esposizione dei rapporti tra il Cattafi e personaggi delle Istituzioni al fine di poter fornire elementi atti alla individuazione degli informatori del sodalizio”, il Gico ritorna sul magistrato. “Residente a Barcellona nella stessa via del Cattafi”, il dottor Cassata è “responsabile di alcuni circoli e associazioni costituite con dichiarato intento di perseguire scopi culturali”. Infine si segnala che nelle agende del Cattafi comparivano il numero telefonico dell’abitazione privata del magistrato, quello degli uffici giudiziari di Messina dove operava e quello dell’“associazione di cui risulta rappresentante legale…”.
Lo scorso 1 marzo, Rosario Cattafi si è dovuto presentare davanti a due ufficiali del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dei Carabinieri per un interrogatorio di oltre tre ore nell’ambito di un’inchiesta della DDA di Messina che lo vedrebbe indagato per associazione mafiosa. “Non si tratterebbe del primo e lungo faccia a faccia tra Cattafi e i carabinieri del Ros”, rivela la Gazzetta del Sud. “In questi mesi ci sarebbero stati altri interrogatori effettuati in gran segreto sempre alla Compagnia carabinieri di Barcellona, per un’inchiesta che praticamente corre parallela al nucleo forte di indagini che il procuratore capo di Messina Guido Lo Forte e i suoi sostituti stanno gestendo sulla geografia mafiosa barcellonese, all’indomani dei clamorosi pentimenti del boss dei Mazzarroti Carmelo Bisognano e del reggente Santo Gullo”.
La modalità investigativa ha però lasciato perplesso più di un osservatore. “Ancora una volta la Procura di Messina riserva i modi più gentili ai vertici della mafia barcellonese”, scrive l’eurodeputata di IdV Sonia Alfano. “In tutti gli altri distretti giudiziari d’Italia gli indagati per mafia vengono arrestati e solo dopo interrogati. Per Cattafi, invece, l’ufficio diretto da Lo Forte ha utilizzato l’inedita procedura, come a voler riconoscere a Cattafi una sorta di riguardo istituzionale. Mi chiedo quale sia la ragione, salvo dover pensare che Cattafi si sia pentito e stia vuotando il sacco, e che quindi a breve ci saranno gli arresti di due magistrati, di esponenti dei servizi segreti e di altri rappresentanti istituzionali”.
“Si rimane sconcertati – ha concluso Sonia Alfano – ad apprendere che la Procura ha delegato l’interrogatorio del pericolosissimo boss, legato a doppio filo a Benedetto Santapaola e ai servizi segreti, a quello stesso Ros che subito dopo l’assassinio di mio padre protesse la latitanza di Santapaola nel barcellonese”. Un’altra brutta storia per questa terra d’intrighi e di misteri.
 
 
Barcellona: quel plico giallo al “superpoliziotto”, dov’è finito?
Luciano Mirone
Il covo di Santapaola scoperto da Beppe Alfano. La lettera alla Dia. L’assassinio del giornalista e il ruolo del magistrato Canali. I servizi segreti e la “centralità” nella strage di Capaci.
Veniva al circolo, giocava a carte e veniva preso pure per il culo, un fessacchiotto, mica sapevamo che era mafioso. Una spiacevole sorpresa
 
Nella primavera del 1992 Giuseppe Gullotti, boss di Barcellona Pozzo di Gotto, si reca a San Giuseppe Jato per consegnare a Giovanni Brusca il telecomando da utilizzare per la strage di Capaci. Nello stesso periodo i Corleonesi incaricano Pietro Rampulla – boss di Mistretta, ma da sempre in stretto contatto con i Barcellonesi – di collocare l’ordigno sotto il viadotto dell’autostrada. Perché i Corleonesi si affidano ai Barcellonesi per un compito così delicato? Evidentemente sanno che a Barcellona, più che altrove, c’è gente specializzata nella costruzione e nell’uso degli esplosivi. Barcellona non è solo una cittadina mafiosa. È un luogo centrale per l’eccidio di Capaci. E qui sono stati nascosti e protetti per parecchio tempo latitanti come Nitto Santapaola e Bernardo Provenzano.
A Barcellona c’è attualmente un procuratore generale sotto inchiesta (Franco Antonio Cassata), un sostituto procuratore trasferito perché considerato amico dei mafiosi (Olindo Canali), un avvocato ritenuto il trait d’union fra i servizi segreti deviati e Cosa nostra (Rosario Cattafi). E un boss condannato a trent’anni per l’omicidio Alfano (Giuseppe Gullotti).
Per comprendere la “centralità” eversiva di questa città di quarantaseimila abitanti nel messinese, bisogna partire proprio da questi tre nomi: Giuseppe Gullotti, Pietro Rampulla e Rosario Cattafi, attorno ai quali ruotano protettori, fiancheggiatori e affiliati.
A Messina gli ultimi due li ricordano ancora. Negli anni Settanta questi due universitari appartenenti all’estrema destra prendono a colpi di mitra la Casa dello studente, picchiano i “rossi”, stipulano alleanze con la mafia palermitana e reggina e con gente che più tardi risulterà iscritta alla P2.
È il periodo delle bombe, della rivolta “nera” di Reggio Calabria, delle stragi di destra. Nel capoluogo peloritano i tre “ordinovisti” mettono a ferro e fuoco l’università e cominciano ad avere dimestichezza con le armi e con gli esplosivi.
Ma c’è anche – fra quelle file – un altro universitario che Rampulla e Cattafi conoscono bene, si chiama Beppe Alfano, è un non-violento, un integralista. Anche lui conosce bene quei due.
Nello stesso periodo, secondo le dichiarazioni del pentito barcellonese Pino Chiofalo (che negli anni ’90 farà una carneficina di bande rivali), l’allora sostituto Franco Antonio Cassata fa un viaggio in macchina da Barcellona a Milano con lo stesso Chiofalo (giovane di belle speran- ze) e con l’avvocato Franco Bertolone, legale della mafia barcellonese.
Quale sia il motivo che porta un magistrato ad avere rapporti con un personaggio come Chiofalo e con un penalista che difende il “gotha” della mafia locale non è dato sapere.
Quelli che appaiono chiari sono i legami esistenti all’interno del circolo paramassonico Corda fratres. Al quale risultano iscritti lo stesso Cassata, presidente per diversi anni e animatore del sodalizio; l’ex ministro Domenico Nania (oggi vice presidente del Senato); il cugino Candeloro Nania, sindaco di Barcellona; il collega messinese Giuseppe Buzzanca, in compagnia di Giuseppe Gullotti detto “l’avvocaticchio” assurto quasi ai livelli di Riina e Provenzano, e Rosario Cattafi, ritenuto “mandante esterno”, assieme a Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri (poi prosciolti tutti e tre), della strage di Capaci, nonché trait d’union tra l’ala militare di Cosa nostra, i servizi segreti deviati e i colletti bianchi.
Se su Cattafi il silenzio dei soci della Corda fratres è tombale, su Gullotti si accampano le giustificazioni più pittoresche.
“Tutte coincidenze. Gullotti era iscritto prima che diventasse boss. Quando è stato coinvolto nell’omicidio Alfano lo abbiamo espulso”. Cioè da latitante.
Ma una “informativa riservata” parla della sua pericolosità come esponente di spicco di Cosa nostra ancora prima del delitto Alfano.
Ma già alla fine degli anni Ottanta, “l’avvocaticchio” (con testimone Saro Cattafi) aveva sposato la figlia di don Ciccio Rugolo, boss storico di Barcellona, ucciso dalle bande rivali un paio di anni prima dell’omicidio Alfano.
A prenderne il posto è proprio Gullotti, che si allea con Santapaola ed ordina omicidi, estorsioni e attentati. Con lui la cosca locale fa il salto di qualità. A Barcellona lo sanno tutti.
Solo alla “Corda fratres” non ne sanno niente. Non sa niente il neo laureato iscrittosi “per sistemarsi”, non sa niente il politico, non sa niente Cassata, che di quella zona conosce uomini e cose perché da una vita è alla Procura di Messina, distretto giudiziario dal quale dipende proprio Barcellona, dove lui risiede da quando è nato.
“Veniva al circolo, giocava a carte e veniva preso pure per il culo, un fessacchiotto, mica sapevamo che era mafioso. Una spiacevole sorpresa”.
Già, un fessacchiotto, una spiacevole sorpresa. Del resto, come si possono prendere le distanze da un personaggio del genere se poco tempo prima il partito del senatore Nania (il Movimento sociale italiano) lo aveva candidato in Consiglio comunale espellendo proprio Alfano, che nel frattempo denunciava i misfatti di Barcellona su “La Sicilia”?
E arriviamo alla strage di Capaci. Un periodo strano, sia prima che dopo.
Prima succede che Alfano, mentre è in macchina con la figlia Sonia (oggi parlamentare dell’Italia dei valori), incroci proprio Rosario Cattafi. Dopo le “bravate” universitarie, Cattafi per vent’anni ha vissuto stabilmente a Milano.
 
A Barcellona s’è visto poco, in Lombardia ha intrecciato ottimi rapporti con l’establishment governativo, ha consolidato i legami con personaggi del calibro di Santapaola, Rampulla e Epaminonda, ed è rimasto coinvolto nella storia delle tangenti dell’autoparco di via Salomone.
 
“Che ci fa Cattafi a Barcellona?”. Già, che ci fa Cattafi a Barcellona? “Saro non si muove per niente, un motivo deve esserci”. Alfano ha antenne sensibilissime, conosce Cattafi da almeno vent’anni, percepisce che sta per accadere qualcosa.
 
Da ex militante di estrema destra, il giornalista è uno dei pochi a Barcellona a saper “leggere” il contesto politico-mafioso, a decifrare certi linguaggi. Parla con la gente del “suo” mondo, segue certi movimenti. La presenza di Cattafi lo turba. E lo confida a Sonia.
 
Tutte supposizioni, certo. Fatto sta che dopo la morte di Falcone i pentiti fanno il nome di Cattafi. Con quello di Silvio Berlusconi e di Marcello Dell’Utri. I collaboratori di giustizia li indicano come mandanti esterni della strage e danno perfino i luoghi delle riunioni segrete.
 
I magistrati prima lo incriminano, poi lo scagionano, infine decidono (luglio 2000) di sottoporlo a misure di prevenzione antimafia in quanto ritenuto pericoloso: sorveglianza speciale con l’obbligo di soggiorno a Barcellona per 5 anni.
 
Evidentemente mancano i riscontri oggettivi per spedirlo in carcere, ma il provvedimento dimostra che Alfano non era un visionario.
 
Poi succede che il giornalista si rechi dal sostituto Olindo Canali – magistrato monzese arrivato da poco a Barcellona, col quale instaura un rapporto di amicizia e di fiducia – e alla presenza di Sonia gli confidi due scoperte clamorose: il nascondiglio segreto di Santapaola a Barcellona e un traffico d’armi che si svolgerebbe nella vicina Portorosa, di cui sarebbe protagonista lo stesso Santapaola.
 
Santapaola non è un boss qualsiasi. È latitante per l’omicidio Dalla Chiesa, è il mandante dell’assassinio di Giuseppe Fava, ha sulla coscienza un paio di stragi di carabinieri, eppure gode di forti protezioni istituzionali, paradossalmente sono proprio i carabinieri a scortarlo per i suoi spostamenti.
Gente così non è sempre l’antistato. A volte è un pezzo dello Stato.
 
Nel libro Gli Insabbiati. Storie di giornalisti uccisi dalla mafia e sepolti dall’indifferenza, Sonia Alfano rivela: “Canali disse a papà che purtroppo, trattandosi di cose molto grosse, non si poteva occupare di Santapaola in quanto i fatti esulavano dalla sua competenza.
 
Fu lo stesso Pm a consigliare a papà di mettere tutto per iscritto e di inviarlo, mediante un plico giallo, alla Dia di Catania: lo avrebbe ricevuto un superpoliziotto che il magistrato, a suo dire, avrebbe provveduto a informare”.
 
Un superpoliziotto? E chi? Alfano chiede chiarimenti, ma Canali si limita a usare mezze frasi. A chi deve essere indirizzato il plico? A un Alfano incredulo, il Pm suggerisce: “Metti tutto in una busta gialla e spediscilo alla Dia di Catania. Chi di dovere sa che dovrà consegnarla al superpoliziotto”.
 
Quindi il magistrato, secondo quanto dichiara Sonia Alfano, consiglia al giornalista di scrivere una lettera anonima e di spedirla ad un destinatario anonimo. Non da Barcellona, ma da Milazzo. Alfano si attiene scrupolosamente alle disposizioni. Che uso viene fatto di quella lettera? Chi l’ha letta? Chi è il fantomatico superpoliziotto?
 
Che ruolo ha Canali in questa vicenda? Perché, pur sapendo che il cronista corre seri pericoli, non provvede a proteggerne l’incolumità? Nessuna risposta anche in questo caso.
 
Passano poche settimane e Beppe Alfano viene ucciso. “Dopo il delitto”, dice l’europarlamentare dell’Idv, “la nostra abitazione si riempì di agenti dei servizi segreti che frugarono dappertutto, specie nel computer di papà”.
Agenti dei servizi segreti? E perché, se ufficialmente – come in quei giorni Canali dichiara alla stampa – Alfano è stato ammazzato perché indagava su una storia di tangenti che giravano all’interno dell’Aias, un ente per l’assistenza agli handicappati? I servizi segreti non si scomodano per cose del genere.
 
Evidentemente c’è dell’altro. E questo “altro” potrebbe essere collegato con la strage di Capaci, con la latitanza di Santapaola a Barcellona, con il traffico d’armi e con certe riunioni di massoneria che si svolgevano nel covo del boss catanese.
 
Una convergenza d’interessi, di cui il giornalista sarebbe stato al corrente. E, almeno parzialmente, avrebbe informato Canali. E Canali ha informato qualcuno?
Il giorno dopo il quotidiano “La Sicilia” titola: “Morto il professore Alfano”. Il “professore”… non il giornalista antimafioso. Una svista? Dal giorno dopo il tenore cambia, adesso si leggono cronache puntualissime sulle tangenti Aias scoperte da questo “giornalista onestissimo”. Le verità di Canali.
Stavolta “La Sicilia” ha il morto in casa e certe delegittimazioni non sono ammissibili, il caso Fava brucia ancora.
Ad incaricarsi di porre seri dubbi sulla figura della vittima è L’Espresso Sera, foglio pomeridiano dello stesso gruppo editoriale, il quale, nello stesso giorno dei funerali, pubblica in prima pagina: “Siamo sicuri che sia stata la mafia?”.
Come per il delitto Fava
E giù una serie di ipotesi sulla pista passionale generate dalla pistola di piccolo calibro che ha ucciso Alfano, “un’arma che la mafia non usa”. Un film giù visto in occasione del delitto Fava. Anche in questo caso con la “presenza” di Santapaola sul luogo del delitto.
Sonia Alfano intuisce che la situazione è torbida e si rifiuta di farsi interrogare da Canali. “Parlerò solo con il superpoliziotto che ha ricevuto il plico”.
Alcuni giorni dopo, la figlia del cronista viene convocata. “Là dentro c’è la persona con la quale hai chiesto di parlare”, le dice il sostituto.
“In una stanza”, ricorda Sonia, “trovai un signore seduto dietro la scrivania. ‘Si accomodi signorina, mi dica’ ”. Il confronto fra i due è drammatico. “Deve essere lei a dirmi qualcosa, non io. Il signore non pronunciò una sola parola”, ricorda la Alfano.
“Uscii sconvolta, incontrai nuovamente Canali, che mi disse in modo non proprio amichevole: ‘Se fossi in te dimenticherei tutto. E’ una storia troppo grande per te”.
Bisognerà aspettare il pentito Maurizio Avola per avere un quadro più chiaro: “A volere la morte del giornalista ci sono entità di livello superiore”.
 
Santapaola sta a Barcellona per diverso tempo. Poi sfugge misteriosamente alla cattura, malgrado l’individuazione del nascondiglio da parte degli uomini del Ros. Stessa cosa succede a Bernardo Provenzano nei giorni drammatici delle trattative fra mafia e Stato per fermare le stragi, che nel frattempo stanno insanguinando l’Italia.
Nel 2004 a Viterbo viene trovato morto il giovane urologo Attilio Manca. Ha il corpo pieno di lividi e di sangue, il naso tumefatto. All’epoca è uno dei rari medici italiani ad operare il cancro alla prostata con il sistema della laparoscopia.
L’inchiesta ufficiale parla di suicidio: gli vengono trovati due buchi nel braccio sinistro, ma lui è un mancino puro, con la mano destra non riesce a fare nulla. Nella stanza accanto vengono trovate due siringhe. I familiari chiedono che vengano prese le impronte digitali. Invano.
I magistrati laziali dicono che Attilio è morto per overdose. Ma è stato accertato che il giovane urologo non era tossicodipendente. Per ben tre volte il Pm di Viterbo chiede l’archiviazione e per ben tre volte il Gip la respinge. Adesso siamo alla quarta, da molti mesi si aspetta la risposta del Gip.Il pentito Francesco Pastoia – braccio destro di Provenzano – ha rivelato che ad operare il boss di Corleone di cancro alla prostata sia stato un urologo siciliano. Non ha fatto in tempo a rivelarne il nome perché è morto: suicida anche lui.
Secondo i familiari di Manca, l’unico medico siciliano in grado di fare un intervento del genere era Attilio. Un particolare: il medico era di Barcellona. Dopo il “suicidio”, nel suo appartamento viene rinvenuta un’impronta palmare. È quella del cugino Ugo, un uomo organico alla mafia. Anche lui di è di Barcellona.
P.S.: In chiusura arriva la notizia che il Gip di Viterbo – dopo un anno e mezzo – ha respinto per la quarta volta la richiesta di archiviazione del Pubblico ministero sulla morte di Attilio Manca. Una decisione che evidenzia in modo evidente le lacune investigative che hanno contrassegnato questa storia. Quanto tempo passerà perché la verità venga accertata?
 
 
 
“Mio figlio ucciso dalla mafia. E non solo”
Luciano Mirone
Angela Manca da otto anni lotta per ottenere verità e giustizia per la morte del figlio Attilio
 
 
 
Angela Manca chiede che si indaghi a trecentosessanta gradi su quello strano viaggio che Bernardo Provenzano– sotto il falso nome di Gaspare Troia – compì a Marsiglia fra la primavera e l’autunno del 2003 per operarsi di cancro alla prostata. Vuole che si sveli quella fitta rete di complicità che ha protetto il boss corleonese soprattutto a Barcellona Pozzo di Gotto,nel periodo in cui, travestito da frate, si nascondeva in un convento della zona.
Perché lei, Angela Manca, assieme al marito Gino e all’altro figlio Gianluca, è convinta che la morte di Attilio sia legata proprio a quell’intervento alla prostata effettuato in gran segreto durante la latitanza di “Binnu” Provenzano: o attraverso un intervento per via laparoscopica che Attilio e pochi altri medici in Italia, a quel tempo, erano in grado di fare, o attraverso un’assistenza post operatoria che potrebbe essere avvenuta tra la Sicilia e il Lazio, auspice quella mafia di Barcellonache avrebbe indotto l’urologo a prestare la sua opera per quel signore con l’accento palermitano di cui Attilio avrebbe sconosciuto la vera identità.

Da otto anni il Pubblico ministero di Viterbo, Renzo Petroselli, sostiene che Attilio Manca, trentaquattrenne urologo di fama,all’epoca in servizio all’ospedale “Belcolle” di Viterbo, si sia suicidato con una micidiale overdose di eroina, alcol e tranquillanti. Ma non ha prove. Anzi no, ha due buchi e due siringhe da esibire.

Per ben tre volte ha chiesto l’archiviazione del caso, puntualmente respinta dal Gip, che l’ultima volta – fatto alquanto singolare per un “suicidio” – si è preso un anno e mezzo per decidere. Segno che qualcosa non quadra neanche fra gli stessi magistrati laziali.

Nello scorso gennaio, finalmente, il Giudice per le indagini preliminari, Salvatore Fanti,ha stabilito che le investigazioni devono continuare, da ora in poi non più concentrate sulla parola suicidio, ma sulla parola overdose. Dunque,otto anni dopo, Attilio Manca non è più un suicida-drogato, ma un drogato e basta.

Adesso però ci sono sei indagati. Che secondo i magistrati viterbesi, avrebbero fatto il semplice lavoro di un pusher. Cinque (fra cui Ugo Manca, cugino di Attilio)sono di Barcellona Pozzo di Gotto, una di Roma. Sarebbero stati loro a fornire l’eroina per l’overdose fatale.

Peccato che non ci siano prove neanche sulla tossicodipendenza del giovane medico: dagli esami, dalla ricognizione cadaverica, dall’autopsia e dalle numerose testimonianze rilasciate da colleghi, infermieri, amici e parenti è emerso con chiarezza che Attilio non era un tossicodipendente né frequente né occasionale. E allora?

Per capire le battaglie di questa madre che somiglia tanto ad altre madri eroiche della storia dell’antimafia, bisogna raccontare la scena della morte e le grossolane omissioni che ne sono seguite.

Bisogna riportarsi alla mattina del 12 febbraio 2004, quando nell’appartamento di Viterbo viene trovato morto Attilio Manca. È adagiato sul piumone del letto matrimoniale, per terra c’è una larga  chiazza di sangue, una parte del parquet è divelta.

Il giovane urologo – che dorme abitualmente in pigiama – indossa soltanto una maglietta, per il resto è nudo. Non sono mai state ritrovate le mutande e i calzini (neanche nel box adibito alla raccolta degli indumenti sporchi). Appesi a qualche metro di distanza una giacca, una camicia e una cravatta. Su un tavolo – fatto assolutamente inusuale, secondo i familiari– sono riposti alcuni strumenti per fare le operazioni. In cucina vengono trovate due siringhe con il tappo riposto negli aghi.

Ma la scena raccapricciante riguarda il corpo pieno di sangue. Il medico ha il setto nasale deviato, il volto tumefatto, le labbra gonfie e presenta due buchi al braccio sinistro.
 
Il dottore del 118 fa un esame esterno sul cadavere e scrive che il cadavere è pieno di lividi, soprattutto gli arti superiori ed inferiori, come se qualcosa (una corda? dei lacci?) avesse fatto pressione su essi.

Prima contraddizione. Nel referto dell’autopsia, eseguito dalla dottoressa Ranaletta, moglie del prof. Rizzotto, primario del reparto di Urologia dell’ospedale di Viterbo, di ecchimosi non si parla. Contrariamente a quanto documentato perfino dalle foto, non si parla neanche di setto nasale deviato e di volto tumefatto.

Seconda contraddizione. Attilio Manca era un mancino puro, eseguiva qualsiasi cosa con la mano sinistra. Perché quei due buchi sul braccio sinistro?
Terza contraddizione. Quei buchi se è fatti lui? E quelle siringhe le ha utilizzate lui? Perché gli investigatori scartano fin dalle prime ore la tesi dell’omicidio camuffato da suicidio? Perché non fanno rilevare le eventuali impronte digitali lasciate sulle siringhe, malgrado l’insistenza dell’avvocato Fabio Repici, legale dei Manca? Da otto anni quelle siringhe sono sigillate dentro una busta di cellophane e soltanto adesso il Gip ha disposto una perizia.

Quinta contraddizione. Perché non si trovano le mutande e i calzini di Attilio?
Sesta contraddizione. Nell’appartamento dell’urologo, la Polizia scientifica rileva cinque impronte digitali. Quattro “anonime” (dunque appartenenti a gente estranea alle amicizie di Attilio), ed una appartenente al cugino Ugo Manca. Quest’ultima viene trovata su una mattonella del bagno, in un posto dove, per via del vapore acqueo, secondo pareri di autorevoli esperti, le impronte si distruggono dopo qualche ora. La madre di Attilio giura di avere pulito con cura soprattutto il bagno poche settimane prima della morte del figlio, durante le vacanze di Natale.

Ugo invece spiega che è stato in quell’abitazione oltre un mese prima – ospite del cugino –per un intervento di varicocele. Dopodiché, sostiene, non è più entrato nella casa di Attilio. Delle due l’una: o l’impronta è vecchia di oltre un mese o è recentissima.

Settima contraddizione. Perché, dopo il ritrovamento del cadavere, Ugo si precipita a Viterbo? Perché si reca immediatamente dal Pubblico ministero Petroselli per chiedergli il dissequestro dell’appartamento? Lui dice che deve prendere gli abiti con i quali bisogna vestire la salma. Chi l’ha incaricato? Nessuno, dicono i genitori di Attilio. Gianluca addirittura lo redarguisce con durezza dal prendere iniziative del genere.

Nelle stesse ore, anche da Barcellona, qualcuno si affretta a chiedere il dissequestro dell’appartamento. A telefonare ad un alto magistrato di Roma è la madre di Ugo Manca. A che titolo? Chi l’ha incaricata? Anche in questo caso i genitori di Attilio smentiscono. Chi ha consigliato alla donna il nome del magistrato romano? Alla fine Gianluca evita il dissequestro dell’appartamento e compra gli abiti per rivestire la salma.

Ottava contraddizione. La presenza a Viterbo, nei giorni che precedono la morte di Attilio, di un altro affiliato alla mafia barcellonese, Angelo Porcino.Secondo il pentito Carmelo Bisognano, Porcino è un boss di primo piano della cosca barcellonese. Perché è andato nella città laziale poco tempo prima della morte dell’urologo? Attilio Manca incontra Porcino? Non si sa neanche questo. Ufficialmente risulta che Porcino – titolare di una sala di video giochi – non possiede un telefono, né fisso né cellulare.
Nona contraddizione. “Ci sono episodi incredibili”, dice la madre dell’urologo, “non tenuti assolutamente in considerazione: mentre Ugo Manca, nel periodo della morte di Attilio, si trova ufficialmente a Bologna, il suo cellulare risulta a Bagheria. Anche su questo gli inquirenti non hanno fornito spiegazioni”.
Fin dalle prime ore, dunque, emergono delle situazioni particolarmente anomale, non proprio semplici coincidenze.

“Una volta mi sono arrabbiata col Pubblico ministero. Gli ho gridato: ‘Ma lei si rende conto che sta insabbiando le indagini?’. Ha detto che mi avrebbe querelato, non l’ha fatto”.

Ma per capire meglio questa storia, bisogna recarsi nel luogo dove la famiglia di Attilio Manca vive da sempre, Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, grosso crocevia del traffico di armi e di droga, punto di coagulo tra Cosa nostra, politica, massoneria e servizi segreti deviati.

Angela Manca è una donna dolcissima. Vive col marito Gino in un palazzetto tardo ottocentesco ubicato nel cuore di questo paesone di cinquantamila abitanti, al centro di in triangolo urbano che comprende il circolo “Corda fratres”, il municipio e l’abitazione del boss Giuseppe Gullotti.

La “Corda fratres” non è il classico circolo di paese dove si gioca a carte e ogni tanto si organizza una conferenza. È un sodalizio esclusivo che “serve” a un sacco di gente per fare carriera. E fin qui normale amministrazione, o quasi.
La cosa diventa paradossale se all’interno dell’associazione ci trovi iscritto un potente capomafia come Gullotti e un personaggio inquietante come Rosario Cattafi, accusato di essere il mandante esterno della strage di Capaci, poi prosciolto, assieme a Berlusconi e Dell’Utri, ma sottoposto a misure di sicurezza per cinque anni con l’obbligo di soggiorno a Barcellona. Due tipiche hanno diviso quelle stanze con l’ex ministro Domenico Nania, con il cugino Candeloro Nania, sindaco di Barcellona; con il presidente della Provincia Giuseppe Buzzanca, e con il Procuratore generale di Messina Franco Cassata, vero animatore della “Corda”, da sempre residente a Barcellona, e attualmente sotto inchiesta presso la Procura di Reggio Calabria per concorso esterno in associazione mafiosa e per avere scritto e diffuso un dossier anonimo pieno di veleni contro il professore universitario Adolfo Parmaliana, suicidatosi per disperazione dopo aver denunciato il verminaio che da anni infesta Barcellona.

Il municipio si affaccia sul torrente Longano, un corso d’acqua che i politici locali, alcuni anni fa, hanno pensato bene a coprire con una striscia d’asfalto. Nello scorso novembre il torrente è esondato con conseguenze devastanti. Ma questo edificio è famoso, secondo una relazione della Commissione prefettizia, “per le collusioni fra alcuni assessori e consiglieri comunali del Pdl con Cosa nostra”. Eppure né il governo di centrodestra né quello di centrosinistra si sono permessi di sciogliere il Consiglio comunale e la Giunta, specie dopo che è stata approvata all’unanimità la costruzione di un mega Parco commerciale proprio sui terreni di Saro Cattafi.
Anche la casa del boss Gullotti è a pochi metri dall’appartamento dei Manca.
 
Qui il capomafia ha ospitato Nitto Santapaola e Bernardo Provenzano, qui assieme ai boss corleonesi ha disegnato la strategia eversiva più devastante del dopoguerra: la strage di Capaci eil delitto del giornalista Beppe Alfano.
Si trovano proprio a due passi dalla casa dei Manca le “centrali” del potere barcellonese, non cose di poco conto, ma entità collegate fra loro in maniera spudoratamente chiara, con ramificazioni lontane. Come a dimostrare che in Sicilia bene e male coesistono nel giro di pochi metri, di pochi centimetri addirittura.

Il palazzetto ospita due rami della dinastia Manca: in un appartamento vive la famiglia di Gino, in un altro la famiglia del fratello Gaetano.
Dal 2004 queste due famiglie, da sempre ai ferri corti, sono in guerra: da quando Ugo Manca, figlio di Gaetano,è implicato nella morte dell’urologo.
Non è uno qualsiasi Ugo Manca: temperamento piuttosto violento, in gioventù è stato vicino ai gruppi di estrema destra, risulta organico alla cosca barcellonese. Condannato in primo grado al processo “Mare nostrum” per traffico di droga, è stato assolto in appello.

Anche lui, dicono i bene informati, è amico di famiglia del Procuratore Cassata. “Il quale”, secondo l’avvocato Repici, “dopo l’assoluzione di Ugo in appello, per un banale vizio di forma non ha presentato neanche ricorso in Cassazione”.

Angela Manca è seduta nelsalotto di casa. Ha sessantasette anni ed è una docente di biologia in pensione, il marito, dieci anni più grande di lei,è un ex insegnante di lingue. Gianluca fa l’avvocato e di anni ne ha quaranta. Una famiglia della media borghesia siciliana che prima della morte di Attilio viveva una vita tranquilla, senza sapere cosa fosse la mafia.
 
Dal 12 febbraio 2004 è cambiato tutto.  

È una donna dolce e perbene, lucida anche. Determinata ad andare fino in fondo. Anche se è pervasa da un dolore indicibile, pesa le parole e non va mai sopra le righe. Adesso lei, Gino e Gianluca vivono solo per ottenere verità e giustizia.

Da quando accusala mafia, la famiglia Manca è rimasta sola. Angela e Gianluca appaiono i più energici, Gino il più sensibile, ma quando c’è da organizzare qualcosa diventano una cosa sola.

In certi ambienti li considerano dei pazzi, dei visionari, dei calunniatori. Loro vanno avanti lo stesso, anche perché nel frattempo attorno a loro si è creato un movimento spontaneo che chiede, anche mediante facebook,che non vengano chiuse le indagini sulla morte di Attilio. “Una cosa bellissima che ci fa sentire meno soli. Forse è stato grazie a queste pressioni che il Gip ha deciso di respingere l’ultima richiesta di archiviazione”.

Da alcuni mesi i genitori dell’urologo sono alle prese con l’ennesimo problema: un gas urticante e nocivo (secondo i carabinieri e i Vigili del fuoco), che qualcuno immette nella loro abitazione durante le ore notturne. “Evidentemente qualcuno vuole che scappiamo, ma si sbaglia: resteremo qui perché questa è la casa di Attilio”.
 
Tanti i ricordi che si concentrano, tante le sensazioni, tante le emozioni. Per un po’ tocchiamo la corda dei sentimenti. Attilio che primeggia a scuola. Attilio che traduce senza vocabolario le versioni di latino e di greco.
Attilio che a quindici anni è un campioncino di basket. Attilio che vuole fare informatica. Attilio che si iscrive in Medicina all’Università cattolica del Sacro cuore di Roma. Attilio che racconta le barzellette su Totti. Attilio che, concluso il tirocinio con il prof. Gerardo Ronzoni, un luminare nel campo dell’urologia, vuole trasferirsi a Messina.

“Intorno al 2002 aveva saputo che c’era un posto. Aveva presentato la domanda. Bonariamente gli dissero: ‘E’ inutile, c’è il cugino di un senatore barcellonese, il posto è suo’. A quel punto optò per Viterbo”.

Poi Angela mette insieme i fatti, li ordina e li elabora.

“La morte di Attilio”, dice, “è avvenuta in una regione dove la mafia è sbarcata da alcuni anni e la massoneria comanda indisturbata grazie ai potenti collegamenti di cui dispone”.

“All’inizio non ci fecero vedere neanche il cadavere. È meglio che lo ricordiate com’era, spiegarono garbatamente il prof. Rizzotto e mio nipote Ugo Manca. All’inizio ci dissero che era morto per un aneurisma. Quando ci parlarono di suicidio, capii che lo avevano ammazzato. Addirittura sostennero che il setto nasale era stato deviato dal telecomando poggiato sul letto, dopo che Attilio, stordito dall’overdose, c’era andato a finire con la faccia. Dalle foto, invece, si vede il telecomando sotto il braccio. E poi, come può un telecomando poggiato su un piumone, fracassare la faccia di un uomo?”.
 
“Attilio non voleva neanche il vino a tavola durante la settimana: ‘Devo essere sobrio, quando vado in sala operatoria devo essere tranquillo. Come si poteva fare l’eroina e a quei livelli?”.

“Mi chiedo perché è stata chiamata la moglie del prof. Rizzotto a fare l’autopsia. Non era la persona adatta: conosceva bene Attilio,ci sono delle foto di una festa da ballo in cui addirittura ballano insieme. E poi era la moglie di un primario alle cui dipendenze lavorava mio figlio. Il prof. Rizzotto
era stato interrogato come testimone, non era giusto che fosse proprio sua moglie a fare l’autopsia. Un’autopsia condotta in modo veloce, sommario e approssimativo. I miei tre fratelli, che aspettavano l’esito dell’esame autoptico, possono testimoniare: il professorRizzotto passeggiava dietro la porta dove la moglie faceva l’autopsia, Ugo Manca pure. Dicevano di fare presto perché si doveva trasferire la salma in Sicilia. Manoi non avevamo fatto alcuna pressione”.

Perché insistete sulla pista che porta a Provenzano? “Una settimana dopo, mentre siamo al cimitero, si presenta un signore, Vittorio Coppolino, papà di Lelio Coppolino, un intimo amico di Attilio. Ci ferma e ci dice: ‘Siete sicuri che vostro figlio non sia stato ammazzato perché ha visitato Bernardo Provenzano?’. Non avevo idea di chi fosse Provenzano, e pensai: ‘Ma questo che dice?’”.

“L’ultimo Natale (quello del 2003, un mese prima della sua morte) Attilio lo aveva passato con Lelio.Sono convinta che in quel periodo Attilio avesse confidato alcuni segreti su Provenzano, comprese le complicità barcellonesi, a Lelio Coppolino e a qualche amico vicino a Ugo Manca”.

“Dopo un anno incontro nuovamente il papà di Lelio: ‘Hai visto che avevo ragione?La Gazzetta del Sud parla dell’operazione di Provenzano’. Mi porta il giornale, ma stranamente manca la pagina che mi interessa. Gli telefono: ‘Vittorio, perché mi hai dato il giornale con un foglio mancante?’. E lui: ‘L’ho portato a Lelio, l’avrà strappata per accendere il fuoco’. Recupero il quotidiano e leggo: il pentito Francesco Pastoia, ex braccio destro di Provenzano, dichiara: ‘Un urologo siciliano ha visitato Bernardo Provenzano nel suo rifugio’. Da quel momento mi si sono aperti scenari del tutto nuovi”.

“Nei giorni che precedono la sua morte, Attilio è angustiato da qualcosa, specie dopo aver sentito al telefono gente di Barcellona.Lo affermano tutti i testimoni. Due giorni prima fa uno strano viaggio a Roma, probabilmente per incontrare qualcuno. Parla al telefono con un’infermiera: è strano, spaventato: ‘Attilio, ma che hai?’. ‘Un problema’. ‘Non ti preoccupare, domani è un altro giorno’. Nel pomeriggio ha un appuntamento con il prof. Ronzoni, il suo secondo padre, e non si presenta. La sera, a Viterbo, ha una cena di lavoro con una Casa farmaceutica e non si presenta neanche li”.

“Ma il mistero si infittisce nelle ore successive. Alle undici di sera chiamiamo ma non risponde. L’indomani mattina alle nove telefona, ma senza quell’affettuosità di sempre: ‘Mamma, mi dovete fare aggiustare la moto che è nella casa al mare di Terme Vigliatore’. ‘Attilio, siamo a febbraio’. “Me la dovete fare aggiustare’. Chiudo e mi giro verso mio marito: ‘Attilio sta diventando acido’. Da qualche giorno mi rispondeva così, come se volesse che io capissi le sue preoccupazioni. Dopo la sua morte, abbiamo portato la moto dal meccanico: era in ottimo stato. Attilio voleva mandare un messaggio, forse un riferimento alla località di Terme Vigliatore, dove Provenzano è stato nascosto per diverso tempo. Anche questa telefonata non esiste nei tabulati della Polizia. Nelle ore successive lo abbiamo chiamato più volte, il telefono suonava ma lui non rispondeva. Questo mi fa presumere che fosse in ostaggio. L’hanno portato in qualche posto? È andato a visitare Provenzano in qualche località segreta? Perché quegli strumenti di lavoro in camera da letto? Li ha adoperati o li doveva adoperare?”.
 
Fonte degli articoli:
 
 
a cura del Comitato Cittadino Isola Pulita Isola delle Femmine
 
 

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